Giovanni Paolo II: quarant’anni fa dalla Polonia la “scintilla” che avrebbe preparato il mondo all’ultima venuta di Cristo

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di Luca Del Pozzo

“Simone dorme, Pietro veglia”. Queste le parole dell’allora cardinale Montini, futuro S. Paolo VI, alla notizia della morte di Pio XII. Parole che esprimono tutto il mistero, la grandezza e l’umanità del servizio petrino. Parole che mi sono tornate in mente in questi giorni pensando alla straordinaria figura di S. Giovanni Paolo II, uno dei giganti del XX secolo, di cui ricorre in questi giorni il quarantesimo anniversario dell’elezione al soglio pontificio Come molti miei coetanei, il pontificato di Karol Wojtyla ha coinciso con gli anni della mia giovinezza.

Ero a Roma, all’epoca diciassettenne, in occasione del Giubileo straordinario del 1984. Ci tornai l’anno dopo, la Domenica delle Palme, per la prima Giornata Mondiale della Gioventù, e da allora sono stato, come si dice, un “papa boy”. Anche oggi, che ho girato la boa dei cinquanta, mi sento ancora parte dei tanti milioni di giovani che hanno seguito in giro per il mondo papa Wojtyla. Solo ora mi rendo conto del privilegio che ho avuto, anzi meglio, della “grazia” che mi è stata concessa di poter vivere quella che è una parte fondamentale della vita di un uomo, sotto il suo pontificato. Le parole, gli scritti, ma soprattutto la testimonianza di questo papa – che è andato ad aggiungersi alla schiera dei santi dopo che lui stesso ne ha proclamati più di tutti i suoi predecessori messi assieme – resteranno pietre miliari nel mio cammino di cristiano e di uomo. Indubbiamente la figura e l’opera di Giovanni Paolo II si prestano a molteplici letture. Due sono gli aspetti che vorrei qui ricordare.

Primo, il fatto di aver saputo incarnare in pieno l’essenza della missione petrina, ossia di “confermare i fratelli nella fede”. Da questo punto di vista il papa polacco è stato davvero una “roccia”, un porto sicuro, una parola vera in mezzo alle tante, troppe chiacchere che quotidianamente ci stordiscono, fuori ma anche dentro la Chiesa. Nel magistero di S. Giovanni Paolo II ho potuto trovare la Tradizione viva declinata con una sensibilità ed un linguaggio moderni, ma soprattutto centrata sui reali bisogni dell’uomo contemporaneo, prima fra tutti il bisogno di trogare un senso alla propria vita. La Chiesa di S. Giovanni Paolo II è stata una Chiesa in cui non ci si sentiva uno tra tanti, confuso nella moltitudine anonima del “popolo dei credenti”. Al contrario, anche grazie al santo papa polacco è pian piano maturata la consapevolezza che l’annuncio cristiano, la Buona Notizia, fosse innanzitutto un fatto che “mi” riguardava da vicino, stante l’unicità e l’irripetibilità di ogni persona. E proprio in questo consiste il secondo aspetto che vorrei sottolienare: il fatto cioè che S.Giovanni Paolo II ha saputo incanalare il suo pontificato nella linea di un rinnovamento nella, non contro nè oltre la Tradizione – ciò in cui consiste il vero spirito del Concilio Vaticano II – in linea con quella “ermeneutica della riforma” di cui parlò Bendetto XVI nel memorabile discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005. Concilio rispetto al quale entrambe le letture prevalenti, quella tradizionalista che lo vede come un evento di rottura rispetto alla “vera” Chiesa – con ciò intendendo quella tridentina – e quella progressista che, all’opposto, lo interpreta anch’essa come discontinuità ma in questo caso positivamente intesa come apertura alla modernità, peccano di miopia. A costo di ripetermi per averlo già detto e scritto, se è fin troppo facile dimostrare come durante e dopo il Vaticano II ci furono sbandamenti, eccessi ed errori, è altrettanto vero che ciò accadde non a causa del Concilio – come erroneamente sostiene la scuola tradizionalista – ma nonostante il Concilio e sulla base di una precisa interpretazione del Vaticano II, che poi è quella che storicamente ha prevalso, sviluppata in primis dalla Scuola di Bologna, che lo ha interpretato a mo’ di cesura col passato e apertura alla modernità. E’ sulla scia di questa lettura che più d’uno si è sentito autorizzato a vivere e pensare la chiesa come se il Concilio fosse l’anno zero, in nome del quale si potevano (e forse si dovevano) mutuare acriticamente categorie e forme della modernità per stare finalmente al passo con i tempi. I risultati li conosciamo bene e non vale la pena di starle ad elencarli. Fatti e misfatti che hanno, per contro, confortato i critici da destra del Concilio, che hanno avuto buon gioco nel prendersela direttamente con il Vaticano II, visto come la causa remota di tutti i mali.

Ma proprio questa è, a ben vedere la grande eredità di Karol Wojtyla: di fronte alle sfide di oggi, prima fra tutte l’apostasia dilagante in Europa, occorre riprendere e attuare il Vaticano II, quello vero. Che nell’ottica giovanpaolina vuol dire, semplicemente, tradurre in atteggiamenti concreti quello che il Concilio ha detto, cioè vivere in prima persona quell’arricchimento – categoria con cui Wojtyla intese riassumere il significato più profondo dell’evento conciliare – sia come approfondimento dei contenuti della fede sia come arricchimento della vita del credente, in senso cioè soggettivo, umano,  esistenziale. Il che a sua volta implica mettere al centro di ogni pastorale l’annuncio del Vangelo, cercando di “accordare” le verità di sempre sulla lunghezza d’onda degli uomini del proprio tempo, in linea con quella “nuova evangelizzazione” che, divenuto papa, S. Giovanni Paolo II lanciò nel 1985 e per la quale si spese in prima persona fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. E non è un caso se l’anelito missionario che animava Karol Wojtyla ha coinciso anche con la riproposizione di una verità spesso dimenticata, il fatto cioè che la Chiesa è chiamata ad essere “segno di contraddizione” per il mondo, con tutto ciò che ne consegue. S. Giovanni Paolo II ha vissuto in pieno questa che è, lo ripetiamo, la cifra essenziale del cristianesimo: lo testimonia non solo il suo pontificato ma anche, e direi soprattutto, il modo in cui ha vissuto l’ultimo scorcio della sua vita terrena profondamente segnata dalla malattia e dalla sofferenza. In un mondo che predilige gli schieramenti, gli aut-aut, le prese di posizione nette e via dicendo, il santo papa polacco è stato un outsider in cui la legge per eccellenza del cattolicesimo, quella dell’et-et ha brillato di luce smagliante facendo risaltare in una mirabile sintesi dilalettica i due poli che a torto sono considerati antitetici: modernità e tradizione. Anche in questo aspetto sta una delle ragioni che hanno fatto di Karol Wojtyla un’icona vivente del suo tempo, pur in mezzo a critiche e opposizioni dentro e fuori la Chiesa. Et-et, dunque: debole e forte, materno e autorevole, aperto al dialogo e fermo sui principi, capo della chiesa e compagno di viaggio degli ultimi della terra. Tutto questo e molto altro ancora è stato il Papa polacco: un “segno di contraddizione” che non cessa di stupire. E di commuovere.

La celebre locuzione interiore avuta da Santa Faustina Kowalska, “Amo la Polonia in modo particolare, e se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venutra”, può sicuramente applicarsi a Karol Wojtyla. Chiudo questa mia breve riflessione prendendo a prestito dal suo ultimo libro, “Quando il cielo di fa segno”, queste parole di Vittorio Messori, che ebbe il privilegio – come lui stesso dice – di intrattenersi con S. Giovanni Paolo II preparando il libro-intervista “Varcare le soglie della speranza”: “…posso dirlo senza esitare: stando vicino a quell’uomo, ascoltandolo, guardandolo negli occhi mentre gli parlavo, avvertivo chiarissima quella che la teologia mistica chiama «l’aura della santità». La sua sola presenza era più efficace di qualsiasi enciclopedia di apologetica, si «sentiva» che il Padre, in attesa di incontrarci nell’Aldilà, nell’aldiquà ci aveva dato un «padre» vicario che rifletteva la Sua immagine.”. Parole che non potrebbero esprimere meglio il “segreto” di Karol Wojtyla”.

 

 

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