Damasco e Mosca dominano con confidenza il sud della Siria

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Dopo che l’aviazione delle Forze Aerospaziali Russe (VKS) con sede a Hmeimim iniziò a partecipare attivamente all’operazione militare di Damasco nelle province di Daraa e As-Suwayda (Nota Bene: in alcuni giorni ci sono ben 70 voli operativi al giorno), le forze governative della Repubblica Araba Siriana (SAR) sono avanzate ulteriormente e, dal 6 luglio, si sono avvicinate al confine con la Giordania, ripristinando i posti di blocco di sicurezza al suo interno.

Tuttavia, il progresso avrebbe potuto andare più veloce, se non fosse stato per 2 fattori:

– una grande cautela nell’avanzare sul confine israeliano per paura che Tel Aviv potesse reagire in modo precipitoso;

– il desiderio di ridurre al minimo le inevitabili vittime civili tra la popolazione che si trovava nel mezzo di un intenso conflitto armato.

La liberazione della parte sud-occidentale della RAS sta seguendo la stessa routine: la maggior parte degli insediamenti si sta unendo alla tregua, principalmente tramite negoziati sostenuti dal Centro di Riconciliazione Russo, dopo di che i militanti cedono le armi pesanti e affrontano la scelta: o aderire alle forze armate del governo, cioè l’esercito controllato da Bashar al-Assad (NB: cioè, prima di tutto, il 5° Corpo d’armata istituito con la partecipazione attiva dei consiglieri militari russi che sono rimasti lì); o andare a Idlib o al nord di Aleppo; o passare a vivere in pace sotto la supervisione dei servizi di sicurezza (Nota Bene: il Mukhābarāt).

La maggior parte dei militanti sceglie le prime due opzioni. Hanno paura di finire nelle mani del Mukhābarāt, a causa delle conseguenze per quelli di loro che hanno partecipato attivamente alla lotta contro l’esercito siriano e alle rappresaglie sulla popolazione civile.

Damasco usa in modo proattivo l’artiglieria e l’aviazione contro coloro che insistono con la resistenza. Non ci sono negoziati con le truppe dell’opposizione implacabile e delle organizzazioni terroristiche fuorilegge: Shabab al-Sunnah, il Fronte di Al-Nusra (o Jabhat al-Nusra) e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), eccetera. I militanti di questi ultimi, quando messi con le spalle al muro, cercano spesso di trovare rifugio nel territorio della Giordania, nascondendosi fra le folle dei rifugiati. Ciò ha causato una grande preoccupazione ad Amman, dove centinaia di terroristi armati non sono visti di buon grado dalle autorità e dalla gente del posto.

La Siria meridionale è attualmente uno degli ultimi baluardi rimasti ai ribelli e ai terroristi. Questa regione è stata caratterizzata da una relativa stabilità dal giorno in cui è stata inclusa nelle aree di decremento delle ostilità secondo l’accordo tra la Russia e gli Stati Uniti che è stato raggiunto a luglio 2017 con la partecipazione di Giordania e Israele. Tuttavia, non c’era alcun dubbio sulla natura temporanea di queste aree. Conquistare Daraa ha un significato simbolico per il regime di Bashar al-Assad, poiché è stato questo distretto che a marzo 2011 ha visto l’insurrezione degli islamisti che in seguito si è trasformata in una guerra su vasta scala. La strategia di Damasco nel sud-ovest è simile a quella impiegata nelle altre parti della Siria: forti bombardamenti sui baluardi dei ribelli, raid aerei, inclusi quelli effettuati dal VKS russo, e invito russo a prendere parte a negoziati per portare i ribelli a deporre le armi, cioè alla loro resa. Proprio come altrove in tutta la Siria, questa pressione militare ha portato i ribelli a perdere terreno e alla resa senza combattimenti di molti insediamenti controllati in precedenza dal terrorismo. Inoltre, quando i ribelli si rifiutano di deporre le armi volontariamente, gli attacchi ai loro bastioni sono intensificati e le condizioni russe per il cessate il fuoco diventano più dure.

In generale, vale la pena notare che ci sono di fatto due guerre in corso in Siria. Una delle guerre è condotta dai terroristi classici che usano la popolazione civile come scudo umano. Di norma, in questo caso prima o poi i civili fuggono e i terroristi si trovano da soli a combattere contro l’esercito governativo. L’altra guerra è quella in cui i militanti sono le milizie locali che si ribellano contro il regime di Bashar al-Assad e combattono la loro personale battaglia contro di esso. Non è un caso che sia nell’Occidente che nelle monarchie arabe del Golfo Persico, Daraa sia chiamata la culla della rivoluzione siriana, dove iniziò originariamente l’insorgenza dei gruppi radicali sunniti sostenuti finanziariamente e militarmente dagli USA, dal Regno Unito, dalla Francia, dal Regno dell’Arabia Saudita (KSA) e dal Qatar. In realtà, la maggior parte dei militanti che attualmente difendono Daraa e As-Suwayda appartengono alle milizie della regione, costituite principalmente da gente del posto che non ha nessun altro posto dove andare.

Questo stato di cose divenne la cruciale debolezza dei cosiddetti militanti moderati, che sono pronti a combattere e morire per diventare Shahid. Tuttavia, i miliziani locali non sono disposti a vedere i loro parenti morire nel corso dell’attuale operazione militare, con i suoi bombardamenti, raid aerei e attacchi di carri armati. Naturalmente, i nuovi militanti non potrebbero preoccuparsi meno della popolazione locale, ma i locali devono considerare questo punto, il cui effetto collaterale è una fuga di massa dei civili. Prima dell’inizio dell’operazione militare a Daraa, la sua popolazione (fra locali e nuovi arrivati ​​dalle altre regioni siriane) era stimata in 900.000 – 1.000.000 di persone.  Gli attuali rifugiati sono stimati in 280.000 – 300.000 persone. Cioè, praticamente una ogni tre persone. La Giordania continua a tenere chiuse le sue frontiere, decine di migliaia di persone si trovano in prossimità del confine su terreno aperto, il che ne provoca sofferenza a causa di occasionali bombardamenti inevitabili in questi casi.

L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha dovuto prendere una decisione per consegnare questa parte della Siria a Damasco, motivo per cui i mass media occidentali praticamente ignorano la catastrofe umanitaria in questa regione.

Ancora di più, ora che mancano solo pochi giorni alla riunione dei presidenti russi e statunitensi. Ciò non esclude la possibilità che il trambusto propagandistico inizierà subito dopo il vertice di Helsinki.

Inoltre, migliaia di rifugiati si sono stabiliti nell’area smilitarizzata al confine con Israele (Nota Bene: l’area delle forze ONU che controllano il disimpegno), quella che è stata istituita in base all’accordo di disimpegno Israele-Siria nel 1974. Giordania e Israele ribadiscono costantemente di essere irremovibili nella loro determinazione a tenere i rifugiati fuori dai loro territori, e Tel Aviv aggiunge che non permetterà all’esercito siriano di entrare nell’area smilitarizzata. Per dimostrare la sua determinazione, Israele ha rinforzato le sue truppe sulle alture del Golan.

Vale la pena notare che Tel Aviv si sta comportando in modo piuttosto pacifico nonostante le dure dichiarazioni fatte alla vigilia dell’inizio dell’operazione militare di Damasco a Daraa, che è un’altra fase della liberazione dell’intero paese brulicante di ribelli e terroristi. La paura dei terroristi siriani infiltrati nel territorio israeliano e dell’Autorità Nazionale Palestinese (PNA), e il compimento di atti terroristici contro il loro storico nemico sionista hanno portato alla politica israeliana di non resistenza allo schieramento delle truppe siriane nel sud, compresa la parte siriana delle alture del Golan. Questo prova ancora una volta che Israele non ha obiezioni sul fatto che Bashar al-Assad ripristini il controllo sul suo confine meridionale e distrugga le basi terroristiche presenti. È anche vero che la principale condizione posta da Tel Aviv per accettare questa relazione è ancora  soddisfatta: i consiglieri militari iraniani, le truppe del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), le truppe dei libanesi Hezbollah e i volontari sciiti della Repubblica Islamica dell’Iran (IRI), dell’Iraq e dell’Afghanistan non partecipano attivamente ai combattimenti. Israele si affida alla Russia per impedire alle forze armate iraniane e alle milizie sciite della zona di confine di unirsi ai combattimenti, in cambio le truppe israeliane si astengono dall’attaccare le forze di Bashar al-Assad. Inoltre, mentre Damasco sta riprendendo il controllo delle alture del Golan siriano e le truppe governative si stanno avvicinando ai confini di Israele (Nota bene: la provincia siriana di Quneitra), quest’ultimo dovrà iniziare il dialogo con l’amministrazione di Bashar al-Assad. In questa fase, v i sono già alcuni contatti tra Israele e Siria, ma il dialogo proseguirà con la partecipazione e la mediazione della Russia. Tel Aviv ha bisogno di raggiungere un accordo sulla stabilità nelle alture del Golan, di stabilire le regole del gioco e di discuterne i limiti (Nota bene: in termini di geografia, di forze armate e armamenti) che hanno cessato di esistere in Siria man mano che la guerra avanzava. Inoltre, gli israeliani devono raggiungere un accordo sulla modalità di presenza dell’Iran (e delle forze controllate dall’Iran) nella regione, tanto più che la Russia non sarebbe interessata all’aumento della presenza militare degli iraniani nel sud-ovest della Siria. Allo stesso tempo, Israele proseguirà i suoi sforzi per impedire la creazione di un’infrastruttura militare iraniana in Siria e manterrà la sua opportunità di fare danni a Damasco qualora quest’ultimo dovesse abbandonare la comprensione reciproca raggiunta e le regole del gioco concordate. Non è un caso che l’aviazione israeliana delle Forze di Difesa (IDF) abbia tentato di colpire la base aerea militare di Tiyas l’8 luglio (Nota bene: T4) nel Governatorato di Homs, situato lontano dall’area di azione militare di Daraa. L’obiettivo era dimostrare la disponibilità di Tel Aviv a reagire a qualsiasi mossa di Teheran volta adaumentare la sua presenza. A dire il vero, questa volta la difesa aerea della Siria non ha abbattuto solo i droni israeliani, ma anche un aereo israeliano, facendo in modo che gli altri lasciassero lo spazio aereo siriano.

Tuttavia, l’impegno di Israele nel conflitto siriano è stato tutt’altro che perfetto, nonostante la sua spiccata disponibilità a combattere il terrorismo. Persino i mass media hanno affermato più volte che le truppe del governo siriano avevano trovato tracce di coinvolgimento israeliano nel fornire armamenti ai militanti. In particolare, nei distretti della provincia di Deir ez-Zor liberati dai militanti dell’organizzazione terroristica dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (fuorilegge in Russia e in altri Paesi), sono stati trovati magazzini contenenti un numero enorme di missili, mortai e proiettili per carri armati, alcuni dei quali sono stati prodotti in Israele. Un anno fa, nel Governatorato di Homs nordoccidentale, liberato dai militanti, le truppe siriane hanno trovato un magazzino con armi prodotte in Israele. I documenti che provano questo fatto si diffondono nei mass media. In questo modo, le autorità siriane hanno prodotto la prova del fatto che i servizi speciali israeliani sostengono i militanti siriani, quelli che chiamano l’opposizione armata.

In ogni caso, la Siria meridionale è già diventata una preda relativamente facile per quanto riguarda il ripristino dell’autorità legittima della Siria, rispetto alle altre due regioni che rimangono sotto il controllo dei ribelli e dei terroristi. Queste due regioni sono: Idlib nel nord della Siria, che è diventato un baluardo dei salafiti e degli islamici sunniti, e la Siria nord-orientale controllata dalle Forze Democratiche Siriane Curde (SDF) sostenute dagli Stati Uniti.

Inoltre, allo stato attuale, la Guerra Civile Siriana è anche uno scontro armato tra il mondo e le potenze regionali. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di raggiungere una specie di accordo, compreso il ritiro delle truppe iraniane, consiglieri e delegati dalla Siria Meridionale in cambio dell’accettazione da parte di Washington e Tel Aviv di lasciare il controllo di Bashar al-Assad sull’intero territorio siriano.

Considerato quanto scritto sopra, l’accettazione da parte israeliana del dispiegamento delle forze del governo siriano nel sud, comprese le alture del Golan siriano, significa di fatto che Tel Aviv accetta la richiesta di Mosca di astenersi dall’attaccare l’esercito siriano e le forze militari del regime in cambio del ritiro delle forze iraniane e delle truppe controllate dall’Iran dalle regioni in prossimità di Israele e Giordania. Seguendo questa logica, Israele si astiene dalle interferenze quando le truppe di Bashar al-Assad riprendono il controllo dei distretti adiacenti al confine israeliano sulle alture del Golan. E la Russia sta cercando di realizzare la sua promessa fatta agli israeliani. Contemporaneamente, la Russia mantiene i contatti con gli Stati Uniti prima del prossimo incontro dei due presidenti a Helsinki, il 16 luglio.

Mosca sta studiando l’opzione espressa dal presidente Donald Trump sul ritiro delle truppe americane dalla Siria. La Russia vuole che gli Stati Uniti evacuino la base di Al-Tanf nel sud-est della Siria, che non è più la piattaforma centrale per l’organizzazione e l’addestramento dei gruppi ribelli, ma col tempo è diventato un ostacolo sulla rotta diretta dall’Iran alla Siria attraverso l’Iraq. Alcune informazioni diffuse mostrano che gli Stati Uniti stanno riconsiderando la necessità di questa base, specialmente dopo la recente dichiarazione della Casa Bianca ai ribelli secondo cui le truppe statunitensi non interferiranno né sosterranno i combattimenti nella Siria meridionale. Per quanto riguarda la Russia, durante il summit, si offrirà di ritirare le truppe iraniane dalla Siria, a condizione che l’amministrazione Trump non si opponga al fatto che Bashar al-Assad rimanga al potere dopo aver riguadagnato il controllo sull’intero territorio siriano. Si può solo aspettare l’incontro di Helsinki. Nel frattempo, l’esercito siriano sta avanzando velocemente verso Daraa sostenuto  dalle Forze Aeree Russe (VKS) e le truppe armate dell’opposizione e dei ribelli in Siria si trovano ad affrontare il solito scenario di essere abbandonati dai paesi alleati al sopraggiungere di una inevitabile catastrofe. Questa volta, questi alleati sono Stati Uniti, Giordania e Israele che erano soliti sostenere le forze ribelli, in primo luogo il Free Syrian Army (FSA). Ora, questi paesi rimangono in disparte a guardare la coalizione filo-governativa attaccare i militanti che erano soliti sostenere. E tra poco, saranno sconfitti completamente.

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Articolo di Alexander Orlov apparso su New Eastern Outlook l’11 luglio 2018
Traduzione in italiano di Cinzia Palmacci e Diego per SakerItalia

 

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