Miguel Manara: Canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito

Miguel Manara: Canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito
Diamo la parola all’Abate che parla con Miguel Manara

L’amore e la precipitazione non vanno d’accordo, Mañara. È dalla pazienza che si misura l’amore. Un passo uguale e sicuro: è questa l’andatura dell’amore, che cammini fra due siepi di gelsomino, al braccio di una fanciulla, o da solo tra due file di tombe. Pazienza. Non siete venuto qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga qui. Occorre un’infanzia e un’educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità curiosa del giusto peso delle cose e una lenta vecchiaia innamorata della tomba. Con quale prudenza dobbiamo dunque muoverci! Perché il cilicio bruciante non ama la violenza che spenge il prurito nel sangue, e bisogna starsene ben cheti in una bara stretta e corta, nel caso che ci si rannicchi dentro col sano desiderio di dormire un’ora o due di un sonno vuoto o profondo come l’istante.

Far scorrere il proprio sangue è una cosa dolcemente perfida; e l’insonnia consuma il cuore. Ora, la vita è lunga qui, mi capite? Anche la fame troppo esasperata è una tentazione. Bisogna masticare l’erba cattiva e la radice tiepida con una mascella d’animale che ha davanti a sé una bella prateria e lunghe, lunghe ore d’estate.

E bisogna parlare all’Eternità con sillabe preziose e chiare anche di notte, quando il suo amore prende alla gola come l’assassino.

Sappi anche che è cosa eccellente attenersi al verbo ordinato, diga di granito per le grandi acque amare del tuo amore! Perché bisogna che la preghiera sia digiuno prima di essere banchetto, e nudità del cuore prima di essere mantello di cielo ronzante di mondi. Verrà forse un giorno in cui Dio ti permetterà di entrare brutalmente, come una scure, nella carne dell’albero, e di cadere pazzamente, come una pietra, nella notte dell’acqua, e di scivolare cantando, come il fuoco, nel cuore del metallo.

E quel giorno saprai di quale carne è fatto il mondo, e parlerai liberamente all’anima del mondo dell’Albero, dell’Acqua e del Metallo, e gli parlerai con la voce del vento e della pioggia e della donna innamorata.

Figlio mio! L’uomo ha gridato infinite volte, non prosternato, ma ritto davanti a Dio! Alitandogli il suo amore in pieno volto, come un incendio in una foresta o in una grande città, e il Signore rideva perché gli Angeli avevano paura. Tutto questo può ben venire un giorno, caro figliolo, quando il serpente avrà cambiato la pelle. Ma bisogna cominciare dal principio: questo è l’essenziale. Mordere la pietra e abbaiare: Signore, Signore, Signore! È servire piangendo una donna senza cuore. Bisogna lasciar questo ai traditi che sospirano una notte, o sei mesi, o dieci anni.

La vita è lunga qui.

Ti guarderai bene dunque dall’inventar preghiere. Canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito. E aspetterai.

Dall’ultima scintilla notturna della tua demenza scaturirà la prima aurora!

Il cratere del cuore urla e tuona e il vomito nero lascerà la nube, poi ricade in grigia carestia sul campo e la vigna.

E così la preghiera devastatrice della passione. Ma quando il cuore s’è addormentato nel balsamo degli anni, quando la carne è morta e il sangue è impallidito e quando il midollo s’è dissecato, e quando l’amore passato e quando il dolore passato, quando l’amore e il dolore e l’odio sono divenuti fantasmi in cui la spada affonda come nell’acqua e in cui il labbro non urta più che la sua stessa piaga, come nel vapore del vetro, è allora che si parla a Dio non più di se stesi e della propria miserabile infelicità, ma dell’uomo, e della schiuma, e della sabbia, e del vento e della pioggia! Sai quale santo ha detto: Ecco fratello vento, ecco sorella pioggia?

O figlio mio! Se tu sapessi quali cose l’uomo sa dire a Dio quando la carne dell’uomo si fa grido, grido di Dio che adora se stesso!

Tu non hai il volto di un uomo che ascolta, Miguel. Pensi troppo al tuo dolore. Perché cerchi il dolore? Perché temi di perdere ciò che ha saputo trovarti? Penitenza non è dolore. È amore.

Miguel Manara: Mefiboseth-Saulo di Tarso-Teatro (pag. 50 – 52)

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