Prendere Kony?
La rubrica settimanale de La Perfetta Letizia.
Segnalo la vicenda di Kony e la vicenda Sarkozy.
In tempi di menzogna universale, dire la verità è già un atto rivoluzionario (Georges Orwell) – vietatoparlare blog web site
La rubrica settimanale de La Perfetta Letizia.
Segnalo la vicenda di Kony e la vicenda Sarkozy.
Fonte: Peppe Escobar - Why Putin is driving Washington nuts 08.03.2012
Dimenticate il passato (Saddam, Osama, Gheddafi) e il presente (Assad, Ahmadinejad). Potete scommettere una bottiglia di Petrus 1989 (il problema è l’attesa di sei anni per riceverla); nel futuro prevedibile, l’uomo nero più diabolico per Washington – e anche per i partner canaglia della NATO e gli imbonitori assortiti dei media – non sarà altri che il presidente russo Vladimir Putin, di ritorno al futuro.
E che non ci sia il minimo dubbio, Vlad il Putinatore lo apprezzerà. È tornato esattamente dove vuole stare: comandante in capo della Russia, a capo delle forze armate, della politica estera e di tutti i temi di sicurezza nazionale.
Le élite anglo-statunitensi si stanno ancora contorcendo alla menzione del suo leggendario discorso del 2007 a Monaco, quando criticò ossessivamente il governo di George W. Bush per il suo programma ossessivamente unipolare “attraverso un sistema che non ha niente a che vedere con la democrazia” e il suo continuo superamento dei “confini nazionali in quasi tutti gli ambiti”.
Pertanto Washington e i suoi accoliti sono stati avvertiti. Prima dell’elezione di domenica scorsa, Putin ha addirittura pubblicizzato la sua proposta di pace. L’essenziale: niente guerra in Siria; niente guerra all’Iran; niente “bombardamenti umanitari” né fomentare le “rivoluzioni colorate”, il tutto integrato in un nuovo concetto, gli “strumenti illegali di potere morbido”. Per Putin il Nuovo Ordine Mondiale progettato da Washington non ha strada. Quello che conta è “il principio onorato nel tempo della sovranità degli Stati”.
Non c’è da sorprendersi. Quando Putin guarda alla Libia, vede le conseguenze brutali e regressive della “liberazione” da parte del NATO grazie al “bombardamento umanitario”: un paese frammentato controllato dalle milizie di al-Qaeda; la Cirenaica arretrata che si separa dalla Tripolitania più sviluppata; e un parente dell’ultimo re elevato al governo del nuovo “emirato”, per la delizia dei democratici modello della Casa di Saud.
Altri elementi essenziali: niente basi intorno alla Russia; niente difesa missilistica senza un’ammissione esplicita, per iscritto, che il sistema non ritiene la Russia un obbiettivo, e una crescente cooperazione col gruppo BRICS delle potenze emergenti.
La gran parte di queste proposte erano già implicite nella precedente road map, il suo documento A new integration project for Eurasia: The future in the making (Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in gestazione, ndt. Si trattò dell’ippon di Putin – adora il judo – contro la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Fondo Monetario Internazionale e il neoliberismo radicale. Vede un’Unione Eurasiatica come un’”unione economica e monetaria moderna” che si estende per tutta l’Asia Centrale.
Per Putin, la Siria è un dettaglio importante (non solo per l’unica base navale russa nel porto mediterraneo di Tartus, che la NATO adorerebbe eliminare). Ma il cuore della questione è l’integrazione dell’Eurasia. Gli atlantisti impazziranno in massa quando farà tutti gli sforzi nella coordinazione di “una potente unione sovranazionale che può trasformarsi in uno dei poli del mondo attuale e in un efficiente vincolo tra l’Europa e la dinamica regione dell’Asia Pacifico”.
Il processo di pace opposto sarà opposta sarà la dottrina di Obama e Hillary. Quanto sarà eccitante?
Putin scommette sul Pipelinestan
È stato Putin che quasi da solo si è posto alla testa della resurrezione della Russia come mega-superpotenza energetica (il petrolio ed il gas rappresentano due terzi delle esportazioni della Russia, la metà del bilancio federale ed il 20% del prodotto interno lordo). Quindi aspettiamoci che il Pipelinestan rimanga in primo piano.
E sarà centrato soprattutto sul gas; anche se la Russia rappresenti non meno del 30% delle forniture globali di gas, la sua produzione di gas naturale liquido (LNG) è meno del 5% del mercato globale. Non è neppure tra I dieci produttori principali.
Putin sa che la Russia avrebbe bisogno di una caterva di investimenti stranieri nell’Artico – dall’Occidente e soprattutto dall’Asia – per mantenere la sua produzione di petrolio superiore ai 10 milioni di barili giornalieri. E deve chiudere un complesso e esaustivo accordo di vari miliardi di dollari con la Cina centrato sui giacimenti di gas della Siberia Orientale; la questione petrolifera è già stata coperta grazie all’oleodotto East Siberian Pacific Ocean (ESPO). Putin sa che per la Cina – per quanto riguarda la garanzia energetica – questo accordo è un contraccolpo vitale contro l’ombrosa “avanzata” di Washington verso l’Asia.
Putin farà anche di tutto per consolidare il gasdotto South Stream – che alla fine costerà la cifra sbalorditiva di 22 miliardi di dollari (l’accordo tra gli azionisti è già stato firmato tra Russia, Germania, Francia e Italia. Il South Stream è gas russo portato dalle acque del Mar Nero alla parte meridionale dell’UE, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia). Se il South Stream avrà successo, l’oleodotto rivale, il Nabucco, subirà uno scacco matto; un’importante vittoria russa contro la pressione di Washington e dei burocrati di Bruxelles.
La partita è ancora aperta nell’intersezione cruciale tra geopolitica radicale e Pipelinestan. Ancora una volta Putin dovrà affrontare un altro processo di pace, la Nuova Via della Seta che non è proprio un successo (vedi US’s post-2014 Afghan agenda falters, Asia Times Online, 4 novembre 2011).
E dopo c’è la grande incognita, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Putin vorrà che il Pakistan diventa un membro effettivo, così come la Cina è interessata a incorporare l’Iran. Le ripercussioni sarebbero trascendentali, quando Russia, Cina, Pakistan e Iran coordineranno non solo la loro integrazione economica ma anche la reciproca sicurezza all’interno di una SCO rafforzata, il cui motto è “non allineamento, non scontro e non interferenza negli affari degli altri paesi”.
Putin ritiene che se la Russia, l’Asia Centrale e l’Iran controlleranno almeno il 50% delle riserve di gas del pianeta, e con l’Iran e il Pakistan come membri effettivi della SCO, tutto si fonderà sull’integrazione dell’Asia, se non dell’Eurasia. La SCO si trasforma in una forza motrice economica e di sicurezza mentre, parallelamente, il Pipelinestan accelera la piena integrazione della SCO come colpo di risposta diretto alla NATO. Gli stessi protagonisti regionali decideranno cosa avrà più senso, se questo o una Nuova Via della Seta inventata a Washington.
Che non ci siano dubbi. Dietro l’interminabile demonizzazione di Putin e la miriade di tentativi per delegittimare le elezioni presidenziali della Russia, si nascondono alcuni settori davvero infuriati e potenti delle élite di Washington e anglo-statunitensi.
Sanno che Putin sarà un negoziatore problematico su tutti i fronti. Sanno che Mosca cercherà sempre di più una coordinazione stretta con la Cina: sulle frustranti e permanenti basi della NATO in Afghanistan; sul facilitare l’autonomia strategica del Pakistan; sull’opposizione alla difesa missilistica; sul garantire che l’Iran non venga attaccato.
Sarà il demonio prediletto perché non ci potrebbe essere un rivale più formidabile ai piani di Washington sullo scenario mondiale, che si chiamino Grande Medio Oriente, Nuova Via della Seta, Dominio a Spettro Completo o Secolo Pacifico degli Stati Uniti. Signori e signori, aspettiamoci un fracasso.
E’ veramente un’ottima analisi che parte dai fatti e non da un’ideologia, dispiace il fatto che nessun giornalista cattolico si faccia avanti per dire semplicemente che siamo contro la violenza, che siamo per il dialogo, che comunque non esiste una giustizia perfetta, quella solo il Signore la può dare. Dovremmo essere i primi a farlo. Invece sembriamo irreggimentati.
E’ un punto semplice, da cui partire: la verità. E’ un punto semplice ed è l’unico da cui partire per chi si definisce cattolico ed invece non avviene, perchè?
fonte: Marinella Correggia Link: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=83
Come è successo per la Libia pochi mesi prima, in Siria media occidentali e arabi ma anche organismi onusiani e Ong diffondono come oro colato i dati e i video preparati dai soli oppositori, a servizio di una narrazione a senso unico: “Un intero popolo di vittime civili e disarmate dell’efferata repressione del regime”. Il 28 febbraio titola la Reuters: “Le forze di sicurezza siriane hanno ucciso oltre 7.500 civili dall’inizio della rivolta, dichiara un funzionario Onu”. In realtà, Lynn Pascoe, sottosegretaria onusiana agli affari politici, non ha specificato chi abbia ucciso chi. E lascia anche indeterminata la fonte, i soliti ‘rapporti credibili’. Stilati però da oppositori e da media chiaramente schierati, come quelli che a Homs erano embedded con gli armati. Le contraddizioni nella narrazione sono molte e si notano perfino senza essere stati in loco.
Lo storico Tucidide fu il primo ad attirare l’attenzione sulla necessità di controllare le fonti. I media anglosassoni oggi se la cavano riportando come vero tutto, con la frasetta “non possiamo verificare in modo indipendente”. I media non anglosassoni omettono anche la frasetta.
Tanto sangue siriano: di chi, e da chi versato? Un’inchiesta
Sharmine Narwani ha studiato le “liste dei morti” (dei feriti non si parla) ponendosi varie domande in “Questioning the Syrian ‘Casualty List’”. Premettendo che il governo stesso ha ammesso errori e violenze nei primi mesi della protesta, Narwani si chiede come fanno i vari “attivisti” (dell’opposizione) che sono la fonte dei media e dell’Onu a verificare ogni giorno le morti, nel bel mezzo di un conflitto?
E poi i morti, sono stati colpiti deliberatamente? E, si chiede Narwani, “sono tutti civili? E sono civili anti o pro regime? E nelle liste sono compresi i quasi duemila morti delle forze dell’ordine? Poiché nella conta quotidiana ultimamente appaiono due categorie: civili, e forze dell’ordine, dove sono gli uccisi fra gli armati? Vengono forse assimilati ai civili?”. E’ probabile e succedeva nel caso libico. Dopo che l’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani le ha comunicato di non poter fare il controllo dei nomi che vengono forniti all’ufficio stesso dalle “fonti”, Sharmine Narwani ha trovato che in una lista nominativa di “vittime della repressione” ci sono i nomi dei palestinesi uccisi da Israele sulle alture del Golan il 15 maggio 2011. E anche di noti esponenti pro-regime.
Oltre al famoso Osservatorio siriano per i diritti umani basato in Gran Bretagna e che ha due teste in lotta fra loro, un’altra fonte dei media e dell’Onu sono i Comitati di coordinamento locale, che nutrono con le loro cifre il Centro di documentazione sulle violazioni (Vdc). La statistica del Vdc entrata nell’ultimo rapporto dell’Onu, di pochi giorni fa, parla di “6.399 civili e 1.680 disertori uccisi” fra il 15 marzo 2011 e il 15 febbraio 2012. Insomma: tutti i membri delle forze di sicurezza uccisi erano disertori? Nessun soldato, per il Vdc, è stato ucciso dall’opposizione armata, tranne quelli passati contro il regime, che verrebbero trucidati dai commilitoni?
Questo si scontra con il rapporto (occultato) degli osservatori della Lega Araba che hanno testimoniato di atti di violenza da parte dell’opposizione armata contro civili e militari. Lunghe liste di “vittime del terrorismo” sono diffuse con aggiornamenti giornalieri ovviamente ignorati dai media. Inoltre l’esercito non avrebbe potuto mantenersi così coeso se avesse passato per le armi tanti suoi membri. Il governo dà ampia pubblicità ai nomi e all’origine dei soldati uccisi e ne trasmette i funerali. L’opposizione invece non fornisce i nomi dei presunti disertori che elenca fra le vittime. Fra le prime vittime militari, nove soldati su un bus attaccato già il 10 aprile 2011 verso Tartous. Presunti “testimoni” citati dai media li indicavano come disertori uccisi per aver rifiutato di sparare sui dimostranti. Ma un sopravvissuto (ha negato recisamente.
Anche molti video di “martiri” che circolano su youtube e che i media ampiamente riprendono non dicono nulla sulle circostanze della morte. E quanto ai manifestanti disarmati uccisi “dai cecchini”, per gli oppositori sono uomini di Assad, per il governo sono provocatori. Opposte versioni che riguardano anche le vicende di Homs.
Focus su Homs
Libia 2011: Sirte subisce un assedio atroce a settembre e ottobre ma siccome gli assedianti sono gli alleati locali della Nato (ela Natostessa dall’alto dei cieli) nessuno grida al massacro di civili intrappolati. E’ accaduto il contrario per Homs. O meglio, per il quartiere di Baba Amr, dove l’esercito siriano è penetrato il primo marzo dopo settimane di offensiva contro i gruppi armati che vi si erano asserragliati (nel caso di Sirte, si diceva “gli assediati gheddafiani tengono in ostaggio la popolazione”; in questo caso no).
Molte le case danneggiate, certo molti i morti fra i civili, nel mirino o anche solo intrappolati in un contesto di guerra urbana. I media occidentali e arabi, i loro corrispondenti entrati clandestinamente a Baba Amr (fra questi, Paul Conroy fu fotografato in Libia a braccetto con l’ex al qaedista Belhadji), governi di mezzo mondo e Ban Ki Moon hanno parlato di “bombardamenti e cecchini governativi contro la popolazione civile”. Il governo e gruppi non di opposizione hanno parlato di “bombardamenti e cecchini dei terroristi contro la popolazione civile e l’esercito”. Accuse speculari, ma i media riportano solo le prime.
Dopo l’ingresso governativo a Baba Amr, nei reportage della tivù ufficiale siriana ( http://www.youtube.com/watch?v=-NDziD6QTkc) gli abitanti dicono di essere stati tenuti in ostaggio dai gruppi armati, fatti oggetto di tiri dai cecchini, parlano di minacce, uccisioni, privazioni, vendette, mostrano case, ospedali e scuole colpiti, parlano di armi pesanti usate indiscriminatamente (come i lanciamissili anticarro Milan che gli alleati avevano dato ai ribelli libici nel 2011). Insomma imputano agli armati esattamente quello che viene attribuito al regime dal coro mediatico. Che, secondo il Réseau Voltaire, grazie alla presenza a Baba Amr di giornalisti embedded con i ribelli, ha costruito corrispondenze false, montature (falsi feriti ecc).
Del resto, la tivù siriana sta mandando in onda continuamente (spiega http://www.counterpunch.org/2012/03/05/in-syria-al-jazeeras-credibility-implodes/ http://angryarab.net/2012/03/02/flash-syrian-tv-and-raw-propaganda-footage-from-aljazeera-and-cnn/) dei fuorionda di Al Jazeera nei quali si vede l’attivista a Homs in combutta con l’emittente per far provocare durante la messa in onda terribili rumori di spari ed esplosioni…E si parla anche di false bende applicate a bambini, di bambini ai quali si suggerisce cosa dire ad Al Jazeera (il cui responsabile perla Siria Ahmad Ibrahim è fratello di una dirigente del Syrian National Council…).
A Homs imorti assassinati vengono contesi: la tivù Addunya mostra i membri senza vita della famiglia Sabouh (bambini, donne e uomini) nella loro casa di Baba Amr, attribuendo la strage a terroristi armati. Gli “attivisti” dell’opposizione incolpano i radi delle forze di sicurezza una volta entrate nel quartiere. Naturalmente solo questa seconda versione è presa per buona dai media. Ma mesi fa un caso analogo: la famiglia Bahadur a Homs, dodici persone, secondo il fotografo di Le Monde era stata assassinata dalle “milizie lealiste”; un parente stretto ha poi rivelato il contrario.
Durante tutto l’assedio, gli attivisti e i media hanno accusato l’esercito di bombardare interi palazzi. Il Ministero dell’informazione accusava i “terroristi” di riempire di esplosivo gli edifici per farli esplodere, di usare mortai e lanciarazzi e di uccidere donne e bambini. Anche alcuni testimoni di Homs confermavano le atrocità dei gruppi armati e chiedevano l’esercito( http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/7707-homs-un-testimone-racconta-il-terrore-gruppi-armati-non-damasco.html
Non mancano le accuse (senza prove) di stupro da parte dei soldati siriani e di “bambini uccisi nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico di Homs perché le forze del regime hanno tolto la corrente”: in agosto era circolata sulla Cnn (fonte sempre “gli attivisti”) una storia simile sulle incubatrici , relativa ad Hama; poi smentita (ma chi lo sa?) perché la foto di accompagnamento si riferiva nientemeno che… ad Alessandria d’Egitto (l’aveva pubblicata tempo prima il giornale Badil al Jadid e i bambini erano ammucchiati ma vivi).
Channel 4 , emittente televisiva britannica di proprietà pubblica, dà grande risalto a un video-collage girato dal solito fotografo Mani di Le Monde, sull’orrore a Homs ( http://www.channel4.com/news/the-horror-in-homs) che però mostra ben poco: grande assalto e sparatorie di “rivoluzionari” al palazzo governativo (vuoto), bambini feriti (ma da chi?), funerali di morti (ma chi e uccisi da chi?), un ospedale da campo (per i combattenti feriti); e un sostenitore di Assad (come mostra un tatuaggio) pianto dalla madre ma ucciso, dice lo speaker, da un “cecchino di Assad”. La stessa emittente mostra con grande risalto un video clandestino secondo il quale “i medici siriani torturano i prigionieri”. In realtà il video che mostra quattro uomini distesi nei letti, bendati e incatenati, è pieno di contraddizioni e messinscene e sembra proprio una montatura.
Decapitazioni? Il Guardian riferisce di “rapporti secondo i quali 17 civili sono stati decapitati”; sottinteso, da assassini del regime, poi precisa che non ci sono conferme; Avaaz (che si vanta di avere 500 corrispondenti in Siria) offre una lista di 17 nomi e si dice “sicura al 100% (ricordiamo le menzogne di Avaaz sulla Libia). In verità, la prova di una decapitazione di massa a Homs c’è ma a carico degli oppositori, e rivendicata: settimane fa al reporter della Bbc i combattenti con i quali era embedded mostravano ( http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-16984219) un cellulare con le riprese dello sgozzamento di diversi presunti “shahiba” (gang del regime), al grido “lo vuole la libertà” (un altro video mostra l’impiccagione di un “informatore”).
I media considerano una prova di crimini di guerra da nascondere il fatto che la Croce Rossainternazionale non sia entrata per giorni (fino al 7 marzo) a Baba Amr (che era comunque quasi vuota, gli abitanti assistiti nei quartieri vicini)…Ma il portavoce della Icrc a Damasco ha precisato che le autorità hanno dato il via libera e che sono le forze sul terreno a Homs a bloccare i convogli perché le condizioni non sono sicure per la presenza di mine e trappole da rimuovere. In precedenza la Mezzalunae la Icrcerano entrate a Homs per portare soccorso alle famiglie intrappolate ed evacuare i feriti solo dopo aver chiesto più volte una tregua “al governo e ai combattenti dell’opposizione”: le responsabilità del non ingresso umanitario erano dunque condivise. Nei giorni precedenti, poi, i giornalisti stranieri feriti hanno rifiutato di andar via con la Mezzalunasiriana; lo ha dichiarato la portavoce della Icrc ( http://www.icrc.org/eng/resources/documents/overview/syria-update-25-02-2012.htm) difendendo l’ottimo lavoro della Mezzaluna siriana e i suoi sacrifici anche in termini di vite umane.
Il “massacro di Homs” sempre in corrispondenza di voti all’Onu (a Ginevra o New York) sarebbe iniziato il 3 febbraio, la notte prima del cruciale voto al Consiglio di Sicurezza secondo gli “attivisti” dell’opposizione siriana; che parlavano di duecento morti in una notte nel sobborgo di Khaldiyé (il giorno dopo alcune fonti li fanno scendere a 55), sempre lasciando a intendere che si tratti di soli civili disarmati e uccisi dall’esercito. Cui prodest? Un tempismo suicida da parte del governo? Quest’ultimo ha controaccusato: i razzi sono stati lanciati dai “terroristi”, allo scopo di influenzare il voto all’Onu ( http://www.naharnet.com/stories/en/28937-syria-says-rebels-shelled-homs-to-swing-u-n-vote). Solo dopo la rassicurazione del doppio veto russo cinese, l’esercito sarebbe passato all’offensiva a Homs.
Il video dei presunti morti di questa “notte di San Bartolomeo” lascia perplessi (si veda la carrellata offerta da http://www.syria-tribune.com/en/index.php/our-articles/80-homs-media-war): i cadaveri delle “vittime dei pesanti bombardamenti” sono solo maschili: combattenti? I corpi sono in mutande, mani legate, e integri, come se invece che schiacciati da un crollo o spappolati da una bomba fossero stati giustiziati, come spesso è avvenuto ai danni dei soldati. C’è chi ha riconosciuto nelle vittime dei parenti spariti tempo prima.
Titoli come”Homs assediata come Sarajevo” si accompagnano a video che «non possono essere verificati» (sic) e che mostrano fumo e stanze distrutte ma poco altro ( http://www.reuters.com/video/2012/02/19/syrian-government-siege-grips-homs?videoId=230420494&videoChannel=117760.
E i media occidentali entrati clandestinamente a Baba Amr cosa vedevano? La giornalista Marie Colvin, intervistata dalla Cnn pochi giorni prima della sua morte ( http://articles.cnn.com/2012-02-22/world/world_marie-colvin-interview-transcript_1_civilians-marie-colvin-syria?_s=PM:WORLD) parla di un bambino piccolissimo morto dopo essere stato trafitto da una scheggia nella sua casa; da quale parte è venuto l’ordigno? Non si sa. E’ stato un attacco deliberato ai civili?
Marinella Correggia
Fonte: www.sibialiria.org/
di VietatoParlare.it
‘ Quando apro il frigorifero, non vedo la perestroika’ è una battuta in voga in Russia negli anni 90’, che nella sua semplicità, riporta efficacemente il giudizio che i russi hanno operato sulla politica delle grandi riforme democratiche all’epoca di Gorbaciov. Poi sappiamo come andò, fu la disgregazione dell’impero sovietico, la perdita del ruolo di superpotenza. L’avvento di Eltsin negli anni 90’, portò la disastrosa ricetta delle privatizzazioni, con la conseguente svendita dell’ apparato industriale che trascinò il paese alla miseria. L’inflazione superò ben presto il mille per cento, la produzione industriale calò del 50%, il PIL sprofondò del 40%, la delinquenza organizzata era fuori controllo, il terrorismo insanguinava il Paese, l’esercito e la flotta russa furono ridotte al disarmo, il paese era in mano agli oligarchi.
In seguito Eltsin fu al centro di vicende di corruzione e passò la mano a Putin. Ebbene, Putin attuò riforme economiche di vastissima portata come la riduzione delle tasse per tutti i cittadini dal minimo del 13% a un massimo del 30%, rivalutò le pensioni del 65% e fece molte altre riforme che cambiarono radicalmente le condizioni di vita della gente. Oggi la Federazione Russa ha un surplus commerciale di 60 miliardi di dollari l’anno e la sua economia è cresciuta fino al 2008 al ritmo del 6%: I russi gli riconoscono di aver trascinato il paese fuori da una crisi spaventosa e dell’averlo traghettato verso la prosperità.
Allora perché le contestazioni di piazza? Per capire i motivi della La contestazione bisogna andare indietro, a quelle che in Russia chiamano ‘ le riforme dopo-Beslan’. La presa di ostaggi nella scuola di Beslan nel settembre 2004 e la rivolta del Caucaso furono gli eventi che fecero decidere Putin per una radicale riorganizzazione in senso verticistico di tutto l’apparato statale. L’opinione pubblica, stretta dall’emergenza, acconsentì. Putin individuò il sistema federale della Russia come la principale causa del costituirsi di forti poteri periferici, con le difficoltà che ne derivavano nell’amministrazione del paese. Così intervenne arrogando a sé il potere di nominare direttamente i governatori delle varie province; decise che le elezioni della Duma fossero esclusivamente proporzionali con lo sbarramento del 7%; furono immesse regole molto restrittive che resero quasi impossibile la presentazione di nuovi partiti. La ricetta funzionò a vantaggio della governabilità , delle riforme e del benessere ma a scapito della democrazia. I brogli di queste ultime elezioni sono legati all’ordinamento fortemente verticistico del potere : sono la diretta conseguenza di funzionari troppo ‘zelanti’, timorosi nell’ipotesi di flessione dei risultati, di essere defenestrati dalle loro cariche (tutte a nomina presidenziale). Anche l’agenzia di sondaggi ‘Golos’ (vicina all’opposizione) ha riconosciuto che Putin avrebbe vinto anche senza brogli.
Il punto di vista della chiesa ortodossa è stato espresso da Kirill, il patriarca di tutte le Russie “la vittoria di Putin è una scelta operata a favore della stabilità”. Ha spiegato che il forte sostegno che la maggioranza degli elettori russi ha dato è a motivo delle sue “ apprezzate capacità di leader nazionale”. Inoltre, ha esortato il popolo russo a non ripetere gli errori della rivoluzione del 1917 e con chiaro riferimento alle primavere arabe ha ammonito su come siano subdoli i mezzi di informazione e di propaganda quando essi sono usati per indirizzare l’opinione e generare conflitti.
Tuttavia se Putin si aspetta di guadagnare un posto nella storia russa per la sua leadership, egli deve anche rinnovare gli sforzi per migliorare le istituzioni democratiche del paese. Questo non vuol dire però che non lo stia facendo oppure che sia vera la rappresentazione tanto cara all’occidente che predilige le analisi alla storicità dei popoli, che non capisce che per non sfociare nelle violenze settarie, necessariamente i periodi di transizione devono essere lunghi.
autore di Alessandra Nucci http://oraprosiria.blogspot.com/
Il popolo siriano è con Assad, l’esercito non massacra i civili bensì li difende dalle bande armate e a soffiare sul fuoco sono i grandi media stranieri, arabi e occidentali, che falsificano i dati. Questa lettura alla rovescia della crisi siriana viene da fonti laiche, come la Rete Voltaire”, ma anche da religiosi cristiani all’interno del Paese.
Italia Oggi Numero 036 pag. 13 del 11/2/2012
Il fine giustifica i mezzi. è questa la sintesi di 2.000 anni di storia umana? Lo è per la Clinton.
Una cosa deve essere chiara VietatoParlare.it condanna ogni ricorso alla violenza. Da qualunque parte venga, non si sostiene certo Assad ma il diritto di ogni stato di scegliere da solo il proprio governo secondo la volontà della maggioranza della popolazione e secondo il proprio processo di maturazione storica.
Quello che si vuole riproporre a tutti i costi è però altro: è la ‘formula Libia’ . Lo si vuole fare perchè si pensa che sia meglio così, perchè la prospettiva di una Siria con una certa ‘gouvernance’ corrisponde meglio alla propria idea di giustizia e di democrazia.
Ma la vita non è così , la storia non si costruisce così, la storia non è mai così, tant’è che le prime timide riforme in medio oriente le hanno realizzate Ataturk e lo Scia di Persia, non erano certamente democratici! Erano dittatori. Eppure hanno introdotto nella storia un concetto sconosciuto nelle società islamiche: la laicità dello stato.
Con questo non si vuole dire che la dittatura è la soluzione, ma voglio dimostrare come il pensiero degli ‘amici della Siria’ che si sono riuniti a Tunisi, sia un pensiero ideologico, per cui l’interesse per la vita dei civili si accende a intermittenza a secondo se la difesa di questi corrisponda alla persecuzione di propri interessi. Così è stato in Iraq, a Falluja o a Sirte. Il numero delle vittime dei ‘buoni’ non si conoscono mai, la contabilità delle vittime dei cattivi si conoscono alla singola unità. La fornisce una organizzazione per la difesa dei diritti umani con sede a Londra.
So è un linguaggio crudo ma appare che ad Homs le cose stanno così: sta accadendo una guerra urbana, l’esercito siriano ha le ore contate, nel senso che vuol risolvere le cose ‘sul campo’ ma il governo è sotto pressione fortissima. Così man a mano che gli scontri proseguono si imbarbariscono, più parlano al di fuori del paese e più si ha fretta di ‘finire’. Non aiuta nulla , non aiuta l’embargo, non aiuta l’isolamento internazionale, non aiutano le parole dette a sproposito, è come mettere un paese intero sotto assedio, quello che ne paga le conseguenze è la popolazione, la popolazione civile che è la più debole. Si vuole fare un corridoio umanitario quando il paese è sotto embargo? Non sarebbe più semplice mettere tutti intorno ad un tavolo e parlare? Perchè gli Osservatori della Lega Araba furono mandati via dopo soli 23 giorni quando si cominciava ad aprire un dialogo? La Russia non gli ha dato più molto tempo, non è così chiaro come vogliono farci credere. Mi preoccupa il pensiero unico.
La Clinton in questo video ammette che a destabilizzare la Siria , a combattere contro l’esercito siriano c’è Al Qaeda ed Hamas . La situazione è molto ambigua :
http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-17170775
Intervista a Kim Ghattas della BBC
Lunedi, 27 febbraio 2012, 03:16
Comunicato stampa: Dipartimento di Stato USA
Intervista
Hillary Rodham Clinton
Segretario di Stato
Sofitel Hotel
Rabat, Marocco
26 febbraio 2012
DOMANDA: Signora Segretario, la ringrazio molto per aver parlato alla BBC. Poco più di un anno fa, ho fatto una domanda riguardo la Libia, e so che la Libia e la Siria sono molto diversi, ma in sostanza il genere questione rimane la stessa. Con nessun segno tangibile di una rapida azione per fermare la violenza in Siria, se ci svegliamo domani e il presidente Assad ha livellato Homs a terra, la storia non giudicherà l’Amministrazione Obama molto gentilmente.
Segretario di Stato Clinton: Beh, sono daccordo con questa premessa, Kim penso che se si guarda a ciò che sta accadendo in Siria, ed è molto diverso dalla Libia – e hai ragione, un anno fa siamo stati valutato attentamente ciò che era possibile, e quello che è diventato possibile, perché il territorio controllato opposizione, ha avuto una presenza unitaria nazionale che era ben disposto a impegnarsi non solo diplomatico, ma di organizzare contro il regime di Gheddafi non sia presente ancora in Siria. E certamente questa è una condizione sospensiva per chi sta cercando di capire come aiutare queste persone indifese contro questo assalto assolutamente implacabile.
Vorrei che la gente dentro la Siria sono state rispondere come persone all’interno della Libia hanno risposto. Non sono, a questo punto, forse a causa della potenza di fuoco e l’intento assoluto che abbiamo visto da parte del regime di Assad ad uccidere chiunque. Ma il fatto è che ci stiamo muovendo per fare tutto il possibile con la comunità internazionale.
DOMANDA: Ma se le persone dentro la Siria non può organizzarsi, ed i ribelli non hanno il territorio per organizzare correttamente, qual è la responsabilità della comunità internazionale per assicurarsi che non finisce con una grande scala massacro?
CLINTON SEGRETARIO: Beh, Kim, abbiamo ancora una forte opposizione all’intervento straniero sia all’interno della Siria, sia fuori la Siria. Non sono stati gli USA che non hanno approvato l’intervento al Consiglio di Sicurezza, la legittimità, la credibilità di prendere una decisione viene fornito alla comunità internazionale . Abbiamo una serie di attori molto pericoloso nella regione, al-Qaeda, Hamas, e quelli che sono sulla nostra lista terroristi , che sostengono l’opposizione. Molti siriani sono più preoccupati di quello che potrebbe venire dopo. Quindi non voglio dire che nulla può essere fatto, perché io non credo che e sento che ci stiamo muovendo al meglio delle delle nostre capacità.
Ma voglio mettere in chiaro che per tutti coloro che guardando questo orribile massacro che sta avvenendo da porsi: Okay. Cosa fai? Possiamo immettere armi automatiche, si può forse contrabbando attraverso il confine, okay, cosa fanno contro i carri armati e artiglieria pesante? Quindi c’è un insieme molto più complesso di fattori. Ma voglio assicurarvi una delle ragioni per l’incontro di Tunisi era quello di vedere da che parte si era.
DOMANDA: Nel corso della riunione di Tunisi, il ministro degli esteri saudita ha detto che è un’ottima idea di armare i ribelli. Altri sono forse già facendo. Stai li scoraggiare o li incoraggia?
CLINTON SEGRETARIO: Stiamo facendo nessuno dei due. Stiamo solo parlando a nome degli Stati Uniti.
DOMANDA: Ma non vi preoccupate che le armi che sfociano nel paese alimenteranno il conflitto?
CLINTON SEGRETARIO: Beh, ma che contraddice il punto che si facevano prima, e comprensibilmente, perché è un insieme di considerazioni molto difficile. Non ho dubbi che la gente sta già cercando, al meglio delle loro capacità, di ottenere armi per difendersi. Quello che non riesco a capire è perché l’esercito siriano Assad sta facendo azioni contro le persone inermi, macchiando il loro onore, minando uno dei pilastri istituzionali del loro paese. Io non lo capisco.
DOMANDA: E ‘di iniziare a guardare come questo sarà un lungo conflitto. Sei preoccupato per questo? Sei preoccupato per anni di conflitto in Siria, forse qualcosa di simile a uno scenario del Libano con coppie regionali e gruppi diversi e frantumando gli eserciti?
CLINTON SEGRETARIO: Sono preoccupato. Penso che ci sia ogni possibilità di una guerra civile. Un intervento esterno non impedirebbe che, sarebbe probabilmente accelerare. Quindi penso che quando si tenta di riprodurre in ogni possibile scenario, ci sono un sacco di cattivi che stiamo cercando di valutare mantenendo il nostro occhio sulla necessità di ottenere aiuti umanitari, per cercare di fare tutto il possibile per sostenere l’opposizione siriana, per renderlo credibile, per farla essere sia all’interno del paese e all’esterno del paese parlando a nome del popolo siriano,di rappresentanza. E stiamo cercando di contribuire a spingere una transizione democratica. Ci sono voluti più di un anno nello Yemen, ma alla fine ci fu inaugurato un nuovo presidente. La gente continuava a essere ucciso tutto il tempo.
Quindi, queste sono situazioni molto dolorose. Non c’è niente da fare intorno ad esso. Mi sento come tutti gli altri a guardare il video, e ho anche le informazioni aggiuntive che proviene da tutti i tipi di fonti di intelligence, quindi so come vanno le cose terribili sono in alcune parti della Siria. Altre parti sono del tutto inalterati. Quindi questo è un impegno difficile ma necessaria per il mondo a rimanere concentrati.
DOMANDA: A Tunisi, ha chiamato le azioni cinesi e russe sulla Siria ‘spregevoli’ . E ‘una cosa saggia? Tagliarli fuori è lasoluzione? Non saranno necessari per negoziare una possibile via d’uscita per il presidente Assad?
CLINTON SEGRETARIO: Beh, sono liberi di negoziare ogni volta che vogliono per cercare di portare questo fine. Il meglio che posso vedere dalle loro azioni e dalle loro negoziazioni è solo quello di rafforzare Assad . E le loro azioni sono molto dolorose, perché potrebbero essere partecipi della soluzione.
Se si guarda alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che ha posto il veto, non c’erano armi in corso in Siria sotto di esso, non senza l’intervento straniero di alcun tipo, nessuna base per l’azione militare all’estero, anche le sanzioni. Quello che stavamo cercando di fare è di avere la comunità internazionale dietro la leadership della Lega Araba, che era quello di negoziare quel tipo di passaggio di consegne che ha avuto successo con lo Yemen. E questo è qualcosa che i russi non avrebbero andare per, così noi, ovviamente, avrebbe invitato, benvenuto, incoraggiare l’intervento russo e cinese che potrebbe portare alla fine dello spargimento di sangue.
DOMANDA: Ma alcuni sostengono che gli Stati Uniti e tutti gli amici della Siria si nascondono dietro le ostruzioni cinesi e russi. Perché la realtà è che nessuno, come lei ha detto, è davvero pronto ad affrontare le conseguenze che qualsiasi tipo di intervento per fermare la violenza sarebbe in realtà comportare quando si tratta di Siria. Questo è un paese molto complicato. Quindi, in un certo senso, i russi ei cinesi stanno anche rendendo più facile per voi fare un passo indietro e vedere come questo gioca fuori.
CLINTON SEGRETARIO: No. Se si fossero uniti a noi nel Consiglio di Sicurezza, penso che avrei mandato un messaggio molto forte al Assad che aveva bisogno per iniziare a pianificare la sua uscita, e le persone intorno a lui, che sono già di copertura le loro scommesse, avrebbero fatto la stessa cosa . Perché sanno che hanno preso attivamente sostenendo l’Iran, la Russia vendendo loro armi e diplomaticamente proteggerli, e la Cina non vuole nessuno a interferire con gli affari interni di nessuno. Quindi, che dà loro un sacco di comfort. Questi sono tre paesi consequenziali, un diritto sul loro confine, uno nelle vicinanze, e uno che ha un sacco di influenza.
Quindi penso che dobbiamo fare i fatti così come li troviamo. Vorrei poter sventolare la mia bacchetta magica e cambiare, ma che non è possibile. Così dunque, siamo in attesa per i russi a svolgere un ruolo costruttivo, come ci hanno continuato a promettere. Purtroppo, questo non è stato disponibile.
E non vorrei fare il mio lavoro se non stesse guardando la complessità. Voglio dire, potrei venire su e ho potuto fare un colloquio con voi e potrei dire, “Oh, siamo tutti per loro. Andiamo a prendere loro “. Ma cosa significa? Perché chiaramente io so quanto sia complesso questo è, e chiunque ci sta pensando e di dover prendere in considerazione in realtà ciò che potrebbe accadere il prossimo lo capisce. Quindi quello che sto cercando di fare è lavorare attraverso questo con i paesi pensano allo stesso modo che così si possa arrivare a un punto in cui vi sia sufficiente pressione in modo che le persone intorno Assad – la comunità imprenditoriale è ancora lo sostiene, le minoranze, che si conoscono in modo anche dal Libano, non sanno che strada prendere e hanno paura di quello che potrebbe venire dopo, l’opposizione, che non ha alcun posto che può davvero essere una base di operazioni. Voglio dire, ci sono così tante caratteristiche di ciò che serve per eseguire una campagna efficace contro un regime brutale che non sono ancora al loro posto.
(..) http://www.scoop.co.nz/stories/WO1202/S00690/interview-with-kim-ghattas-of-bbc.htm
Un’interessante intervista del metropolita cattolico di Aleppo, può essere utile perché l’informazione si sta chiudendo come è accaduto sulla Libia.
(Il video l’ho messo per far capire chi è mons Jean-Clement Jeanbart, non c’entra con l’intervista del 5 febbraio, ma il video mi è piaciuto, è molto bello, questa è la vita!
La vita che non interessa a nessuno durante i giochi di guerra. Proprio mentre si invoca il diritto umanitario) VietatoParlare.it
Arcivescovo Jean-Clement Jeanbart, Metropolitan Greco Melchita Cattolico Aleppo
“I media internazionali non figurino correttamente la realtà siriana, si stanno aggiungendo benzina sul fuoco …”. Arcivescovo Jean-Clement Jeanbart, contattato da Apic all’inizio di questa settimana, ha detto che i cristiani siriani vivono nella paura. L’Arcivescovo Greco Melchita Cattolico di Aleppo, la seconda città più grande vicino al confine con la Turchia, le paure per il futuro delle minoranze in Siria e l’istituzione di un regime nelle mani degli islamisti.
Secondo le informazioni raccolte sul posto, decine di cristiani sono stati uccisi dai ribelli a Homs, provocando l’esodo di alcuni quartieri. “Ora le persone vengono uccise in pieno giorno, rapita da banditi che chiedono riscatti alti … Prima, abbiamo avuto la sicurezza. Oggi, tra quei cristiani che hanno i mezzi e il denaro stanno lasciando “, ha detto al APIC, sottolineando che la situazione è attualmente calma in Aleppo.
Un dialogo che è in ritardo
Arcivescovo Jeanbart ritiene che solo un dialogo sincero potrebbe salvare il paese dal disastro, ma le riforme annunciate dal regime al potere è ancora carente e l’opposizione si rifiuta di negoziare. Il Metropolita di Aleppo è rimbalzato contro i media internazionali, dicendo che sono la stragrande maggioranza contro il regime siriano, e troppo spesso diffuse notizie false sulla realtà del suo paese.
Così, sulla base di informazioni pubblicate dal giornalista Georges Malbrunot, Le Figaro, ha sottolineato che il grande giornalista francese Gilles Jacquier, colpito da schegge in Homs, Mercoledì 11 gennaio è stato ucciso dai ribelli. “Hanno sparato ad un pro-Assad. L’origine e la direzione delle riprese sono chiare. ” Da questo esempio si osserva che propaganda mediatica si scatena tra i media nelle mani del regime a Damasco, avversari e con sede a Londra araba satellitare Al-Jazeera e Al-Arabyia, che inoltrano le loro parole.
Fieramente denunciato
“Nessuno in questi mezzi di comunicazione sta parlando l’infiltrazione di estremisti in Siria e mercenari provenienti dalla Turchia, Iraq, Giordania, Libia, Pakistan, Afghanistan dell’ex … Da fuori, vediamo la West è la rabbia e il lavoro contro il nostro Presidente e dell’Arredamento gruppi armati islamici che vengono a seminare terrore e morte in alcune zone del paese. Purtroppo, migliaia di civili innocenti e militari, almeno 2.000 soldati, poliziotti, civili ordinarie – sono stati vittime di odio e di ostilità di questi gruppi. Essi sono stati spesso brutalmente torturati, mutilati e uccisi. “
E ‘vero, ammette il vescovo Jeanbart, la stragrande maggioranza dei siriani ei cristiani in primo luogo, richiedono profonde riforme e cambiamenti significativi nel governo del paese, “in primo luogo l’eliminazione di un solo partito e di una dittatura la democrazia costruita su una vera libertà che rispetta i diritti inalienabili di tutti e di ciascuno “.
“Ma è anche vero che pochissimi siriani vogliono un cambiamento drammatico che potrebbe precipitare il paese in un bagno di sangue, una disastrosa e una desolazione grande vuoto.”
Aleppo / Homs, 4 Febbraio 2012
fonte agenzia cattolica apic / essere
La ” santificazione degli oppositori, da parte dell’Onu, di tanti governi e dei media, con menzogne e omissioni così da spacciare per “protezione dei civili e dei diritti umani” un’operazione politico-militare di cambio di regime.”
Ma come è possibile che dopo aver visto il caso Libia , l’opinione pubblica è assente?
Ecco l’articolo sul Sunday Guardian.
Assad’s troops close in on foreign mercenaries
Feature of the Syrian crisis, which must please those ostensibly seeking the regime’s ouster, is that it is turning out to be a long drawn one. So long drawn, in fact, that the world is beginning to develop an amnesia about the Palestinian issue. This must be a happy enough state of affairs for some. It certainly provides respite, a digression with a potential to keep attention away from embarrassing themes even as the puppeteers improvise one crisis after another.
There are now journalists, ferried into Syria by reliable smugglers, testifying to “cross-border terrorism” from Turkey, Iraq, Jordan, Lebanon into Syria. The “brutal” Syrian response makes headlines, but “cross-border terrorism” does not. The expression should be in New Delhi’s recollection at least.
Governments are sometimes secretive and muffle their responses. But cross-border terrorism does not echo even with the Indian media and those who imagine they trigger public discourse. Debate rages in the United States whether assassinating Iranian scientists serves a useful purpose. But the intelligentsia in this mother of civilisations expresses no astonishment that the ethical dimension, whether organising assassination of scientists is right or wrong, is nowhere in the discourse. Is this state of affairs an improvement on Anthony Trollope’s description of a Tasmanian settler, who, when asked whom he would kill first if he saw a snake and an aborigine, replied with stunning candour, “The question should not arise”?
Already, the Syrian story has had many shocking twists. The Arab League sends a mission to Syria, but its report is turned down because the “Sudanese” head of the mission is too “balanced” between state brutality and the protesters’ violence. That Al Qaeda and Taliban operatives from Libya, Afghanistan and Pakistan have found their way into Syria has been reported even in the West. But Taliban from Qatar? Is Qatar, a hub for a dialogue with the Taliban, also beginning to double up as a recruitment centre for Syrian operations? If so, these operations have the blessings from the highest Al Qaeda authority, Ayman al Zawahiri.
In other words, the US, Europe, Israel, Saudi Arabia, Qatar are openly in Al Qaeda’s company in Syria. Launch a global war on terror in Afghanistan and Pakistan and set up Al Qaeda in new theatres like Libya and Syria! I suppose, the global war on terror will be redirected to these theatres once Afghanistan and Pakistan have been cleansed – a sort of second phase in a two-stroke operation.
Bana kar mitana
Mita kar banana
(Build, destroy, build again).
Meanwhile, the Syrian game has been immeasurably complicated by Russian Foreign Minister Sergey Lavrov’s visit to Damascus along with Russian intelligence personnel. Photographic proof has been compared of all the outside build-up of violent dissent inside Syria.
Evidently, Bashar al Assad has been given a fortnight within which to “clean up” such centres of rebellion as Homs, not far from the Lebanese border.
spionage related diplomacy is proceeding parallel to the Homs operations. For example, the rebels captured nine Iranian pilgrims taking the land route through Aleppo to Hama and onto the Zainab shrine, in Damascus. At about the same time, the Syrian Army arrested 49 Turkish soldiers. Ankara asked Tehran to arrange for their release. Turkish Foreign Minister, Ahmet Davutoglu rushed to Moscow for help. To facilitate a swap, the free Syrian army (a rebel outfit) released the Iranian pilgrims on the Turkish side of the border. The pilgrims have returned to Tehran.
An infinitely more serious situation has arisen in a part of Homs where foreign mercenaries and special forces are surrounded by the Syrian Army. Rather than bomb the Baba Amro area, the Syrian strategy is to capture the foreigners alive and turn the tables on the western media war. A clue to the veracity of this story came from French Foreign Minister Alain Juppe who is seeking Russian help to create “humanitarian corridors” to allow access to “civilians caught up in the violence”. In fact, an effort is on to have the “corridors” idea included in a new Security Council Resolution the West is trying to rope the Russians into.
The Syrians, meanwhile, are keeping their eyes on the clock and hastening slowly towards tightening the cordon on the Baba Amro locality in Homs. As further good news for them, Jordanian sources confirm the arrest by the Jordanian Army of seven terrorists crossing into Syria.
Economie che vanno creando non più la moneta dal lavoro, ma dal nulla.
E’ una colossale truffa dei poteri forti, dei poteri che contano e per pertuarla si sono dati sè stessi le loro istituzioni.
Hanno occupato una nostra assenza. Altrimenti non potevano farlo, hanno cavalcato i nostri desideri, i desideri del mondo.
Ed è nato il mostro.
di Sami Zubaida – traduzione di Francesca Bozzano http://www.osservatorioiraq.it/donne-tra-democrazia-e-dittature
Le precedenti elezioni in Iraq, vinte dagli islamici, hanno portato a un disordinato miscuglio di politiche familiari e regole di varie autorità religiose accompagnato da coercizioni e intimidazioni.
Questo potrebbe essere il momento giusto per ripercorrere il cammino di vari paesi mediorientali circa queste tematiche in relazione ai regimi politici.
Fino alla metà del ventesimo secolo erano i dittatori che promuovevavno politiche e leggi che liberavano e rafforzavano le donne in famiglia e nella società. Ataturk in Turchia è stato il primo, seguito dallo scià Reza Palevi in Iran, modello che è stato seguito più timidamente anche da altri leader arabi.
Tutti fecero questi passi andando però contro una forte opposizione popolare, religiosa, conservatrice e patriarcale. Appare improbabile che questo tipo di riforme sarebbero riuscite a passare il ‘test’ delle elezioni democratiche.
In società basate su legami comunitari, di parentela o clientelari, la “democrazia” non è mai liberale. Oggi stiamo forse assistendo agli effetti di questo principio?
La rivoluzione iniziata dai movimenti per la libertà e la giustizia sociale dei giovani delle città ha portato ad elezioni anche coloro (la maggioranza) che erano alieni a questi concetti. Di qui il voto favorevole alle forze politiche patriarcali e conservatrici.
Non ripeteremo mai troppo che Piazza Tahrir non è l’Egitto.
Com’erano le riforme istituzionali del secolo passato? Si applicavano in due campi: famiglia e società.
Questi due aspetti non andavano spesso di pari passo: in Egitto, per esempio, dalla metà del ventesimo secolo le donne potevano lavorare anche nella politica e partecipare alla vita pubblica, mentre in famiglia avevano una posizione subordinata, come previsto dalla legge.
Questa parte della legislazione era soggetta alle maggiori controversie, avanzamenti e ritrattazioni.
Dobbiamo ricordarci che politica e giurisprudenza sono influenzate dai processi culturali e sociali legati all’ammodernamento, alla trasformazione e all’individualizzazione di molte sfere del lavoro, alla mobilità sociale e geografica e all’urbanizzazione, nonché all’aumentare del livello di scolarizzazione e al diffondersi della cultura e dei media.
Tutto ciò influenza le condizioni oggettive e soggettive che esercitano a vario livello pressioni verso una maggiore libertà.
A questi si aggiungono il capitalismo e il consumismo che premono per la “liberazione” di nuove “economie del desiderio”.
Allo stesso modo aumenta l’inquietudine delle componenti conservatrici e patriarcali che temono di perdere il potere sulle donne e i giovani.
E’ interessante notare come l’Arabia Saudita sia uno dei paesi che resiste meglio e da più tempo a queste pressioni: è quello più arretrato dal punto di vista culturale e sociale, ma i proventi della vendita del petrolio e la loro redistribuzione esentano i governanti dalle pressioni per i cambiamenti che sono presenti negli altri paesi della regione: l’ Iran islamico non ha certo la stessa ricchezza.
Alcuni elementi della sharia storica sono rimasti anche nei sistemi riformati del Medio Oriente, tranne che in Turchia.
Ataturk ne abolì tutte le disposizioni e fece diventare la difesa della sharia un reato.
Al capo opposto abbiamo l’Arabia Saudita che ha invece mantenuto interamente i provvedimenti della sharia che riguardano la famiglia e le questioni di genere, mentre la maggior parte dei paesi ha promulgato riforme che li hanno parzialmente rivisti.
I punti riformati riguardano le restrizioni della poligamia e del divorzio unilaterale da parte dell’uomo, così come alcuni diritti della donna circa il divorzio e la custodia dei figli.
La possibilità per la donna di lavorare fuori casa o viaggiare senza il marito e senza un’autorizzazione maschile è ancora una questione spinosa in molti paesi.
Le riforme giuridiche, a partire da quella ottomana della metà del diciannovesimo secolo hanno portato alla codifica di leggi sul modello della legislazione civile europea, con un moderno sistema di tribunali e procedure, tranne per il diritto di famiglia che continuava ad essere esercitato dai tribunali islamici e da personale esperto in questioni religiose, ma soggetto alla legislazione dello Stato riformato che è cambiata nel tempo.
E’ dagli anni ’50 che i principali paesi, come Egitto, Siria, Iraq e Marocco hanno abolito i tribunali islamici separati e hanno integrato il diritto di famiglia nei regolari tribunali civili, ma spesso viene gestito in accordo con i circoli religiosi e conservatori.
Ciò fu particolarmente evidente in Iraq, sotto Qasim che salì al potere grazie ad un colpo di Stato nel 1958 e, nel 1959 portò avanti alcune riforme molto liberali riguardo la famiglia.
Queste riforme abolivano i tribunali islamici e davano alle donne diritti molto avanzati riguardo matrimonio, divorzio ed eredità, compiacendo la corrente di sinistra e secolare della società e facendo infuriare i conservatori religiosi.
La sanguinaria CIA ha aiutato il colpo di Stato del partito Baath nel 1963 che ha messo fine alla dittatura moderata di Qasim e portato al potere un regime sunnita panarabo e confessionale retto dai retrogradi fratelli Arif.
A quel punto una delegazione di venerabili religiosi ha prevalso sugli Arif per revocare le riforme di Qasim.
Il secondo colpo di Stato baathista, quello del 1968, ha portato al potere Saddam Hussein nel 1970. Quella è stata l’epoca d’oro della prosperità e della rifondazione culturale del paese, basata sull’aumento delle entrate legate al petrolio, che hanno anche rafforzato lo stato di polizia e la sanguinosa repressione.
Il regime ha perseguito piuttosto seriamente una riforma secolare, animato in parte dalla volontà di indebolire i legami religiosi e patriarcali in favore di quelli al regime e al partito. Negli anni ’70 e ’80 si sono fatti grandi passi sulla strada della repressione del potere religioso sul diritto di famiglia e il rafforzamento delle donne nella società, anche se all’interno del potere totalitario che prevedeva l’integrazione di tutte le organizzazioni femminili all’interno del Baath.
Tutto questo è finito negli anni ’80, gli anni della guerra contro l’Iran, e nel decennio successivo con l’invasione del Kuwait, e la conseguente distruzione dell’economia irachena e delle infrastrutture provocate dai bombardamenti americani e degli alleati, seguiti dalle disastrose sanzioni votate dalle Nazioni Unite.
Il regime sempre più debole è ricorso al tribalismo e alla religione per rafforzare il controllo sociale, aggirando le sue stesse riforme in favore di un ritorno al patriarcato, “all’onore”, alla violenza e ad ogni tipo di imposizione contro le donne.
La repressione violenta di tutte le politiche e conquiste civili ha portato a omicidi, imprigionamenti e esilio dei cittadini della classe media. Lo stesso Baath si è trasformato da partito con motivazioni ideologiche a strumento passivo di fedeltà alle famiglie più forti.
Ancora di più, le persone sono state spinte dalla violenza e dal collasso economico a cercare la sicurezza e i mezzi di sostentamento nella famiglia, nei clan, nei padrini politici o nelle strutture religiose.
L’unica opposizione era quella sciita che si rifaceva alle organizzazioni religiosi iraniane.
La frammentata democrazia “elettorale” imposta dagli americani dopo l’invasione, ha portato ha una varietà di pratiche legali e religiose che ha permesso la restaurazione di autorità patriarcali e religiose sulla famiglia e le donne.
I dittatori liberavano le donne nei giorni buoni, ma ritrattavano quando erano sotto pressione, svelavando a quel punto la loro natura di populisti mascherati da democratici.
La Tunisia è generalmente riconosciuta come uno degli Stati arabi più liberali circa il diritto di famiglia e i diritti delle donne.
Tra l’altro è l’unico paese che ha bandito la poligamia, mentre negli altri sono solo previste restrizioni al diritto dell’uomo di avere più mogli.
Queste misure erano parte del progetto di modernizzazione di un altro dittatore, Bourghiba. Dobbiamo anche dire che la Tunisia era il paese arabo che aveva la società civile più attiva e con una gran ricchezza di associazioni, in accordo con le riforme di Bourghiba.
Il partito islamico Ennahda, che ha vinto le recenti elezioni, ha promesso di non toccare le riforme, ma resisterà alle richieste che si alzano da varie parti, di un progetto islamico più forte?
In Egitto la riforma più significativa fu promulgata da Sadat nel 1979 ed è nota come la “legge Jihan”, dal nome di sua moglie, che pare ne fu l’ispiratrice.
La legge, promulgata con decreto presidenziale durante lo stato di emergenza non è passata per il Parlamento che al tempo era sospeso, e questo spiega il suo annullamento nel 1985.
Essa dava maggiori diritti alle donne nell’ambito famigliare, regolava la poligamia, sottometteva il divorzio a procedure giuridiche, dava maggiori poteri alle donne in caso di divorzio e circa la custodia dei figli, dava loro la possibilità di lavorare e viaggiare, nonché alcuni diritti sulla casa.
Sadat mise insieme una commissione di ulema che approvarono le riforme, anche se molti le rinnegarono dopo la sua morte.
Questa riforma andava contro la politica di Sadat che mirava a placare gli islamici e l’emendamento alla Costituzione da lui voluto che dichiarava i principi della Sharia il fondamento della legislazione.
Queste contraddizioni portarono a controversie e dispute dopo l’assassinio di Sadat (per mano dei Jihadisti) nel 1981.
Avvocati di ispirazione islamica presentarono una petizione alla Corte Suprema che, nel 1985, dichiarò la legge incostituzionale, non perché non conforme alla sharia come volevano i richiedenti, ma perché frutto di un decreto presidenziale.
Molti dei provvedimenti furono comunque nuovamente emanati poco dopo, nonostante le resistenze degli islamici.
Nel 2000 nuove controversie riguardarono un altro decreto che dava alle donne la possibilità di iniziare la procedura di divorzio se rinunciavano a tutti i loro diritti circa gli alimenti e le proprietà.
Il decreto era basato su un controverso provvedimento del canone islamico chiamato khul.
Ora rimane da vedere cosa ha in programma nell’ambito del diritto famigliare il nuovo Parlamento dominato da i Fratelli Musulmani fiancheggiati dai salafiti.
Molte delle forze che si sono opposte alle riforme in passato sono ora in Parlamento ma rappresentate dai membri più rispettabili che cercano di essere concilianti e liberali.
Cosa ne è stato dei “musulmani femministi” che sono stati così importanti nel panorama ideologico, soprattutto in Occidente?
La loro lettura revisionista dei canoni religiosi ha portato a qualche risultato a livello politico o legislativo? Niente di tangibile, tranne forse un’eccezione.
Paradossalmente il successo più grande, anche se modesto, è stato l’Islam moderato dell’interregno “liberale” che si è avuto tra la morte di Khomeini nel 1989 e l’arrivo di Ahmadinejad al potere nel 2005.
In questo periodo vennero approvate una serie di misure legislative e politiche liberiste sotto la pressione di vari elementi, incluse le donne, che facevano parte del variegato establishment musulmano, come delle opposizioni relativamente libere.
Tutto ciò sembra essere finito sotto l’attacco congiunto sempre più repressivo e arbitrario dell’alleanza tra potere esecutivo e giudiziario. In Iran il potere giudiziario sembra essere veramente indipendente, ma dalla legge!
Le donne sono state spesso in primo piano nelle recenti drammatiche ed esaltanti rivoluzioni del mondo arabo.
Sono una componente fondamentale della generazione di “cittadini” che rivendica i valori universali della giustizia e della libertà.
Dove si sono introdotte riforme democratiche, comunque, le elezioni sembrano aver portato al potere elementi che sono quantomeno ambivalenti circa questi valori.
I dittatori, che siano sopravvissuti o aspiranti tali, potrebbero giudicare più saggio compiacere i sentimenti più retrogradi piuttosto che impegnarsi nell’opera di modernizzazione dei loro predecessori.