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In tempi di menzogna universale, dire la verità è già un atto rivoluzionario (Georges Orwell) – vietatoparlare blog web site

L’ipocrisia della guerra “pulita”

  di Gianandrea Gaiani  23-03-2012  http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-lipocrisia-della-guerra-pulita-4876.htm

In guerra, non da oggi, è impossibile non sporcarsi le mani, soprattutto nei conflitti civili o anti-insurrezionali che caratterizzano i nostri tempi. Negli ultimi giorni sono emerse notizie circa abusi e crimini compiuti in Siria, Libia e Afghanistan dai miliziani al fianco dei quali si è schierato l’Occidente e gran parte della comunità internazionale, e hanno trovato conferma anche crimini compiuti dalle stesse forze della Nato. Notizie che hanno determinato reazioni che sembrano indicare ipocrisia, falso moralismo, menzogna e soprattutto l’incapacità di gestire uno “sporco affare” come la guerra al di fuori dei binari imposti dal politically correct.

Human Rights Watch (Hrw)
 ha documentato violazioni dei diritti umani
perpetrati dagli insorti dell’Esercito Libero Siriano contro le truppe fedeli al regime di Bashar Assad. Tra gli abusi commessi vi sono rapimenti, arresti e torture ai danni dei membri dell’esercito, dei sostenitori del governo e di coloro che sono stati identificati come appartenenti alle milizie pro-governo. “Le tattiche brutali del governo siriano non possono giustificare gli abusi commessi dai gruppi armati dell’opposizione”, ha detto Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medioriente. Hrw scrive tra l’altro di aver sentito da un attivista dell’opposizione chiamato ‘Mazen’ che un gruppo denominato Abu Issa nel villaggio di Taftanaz, nella provincia di Idlib, ha rapito e torturato a morte tre persone che avevano lavorato per il governo. Hrw riferisce inoltre che a Saraqeb, sempre nella provincia di Idlib, alcuni residenti hanno denunciato rapimenti a scopo di estorsione da parte del battaglione Al Nur, un gruppo dell’opposizione salafita.

Hrw sottolinea poi di avere esaminato 25 video postati su Youtube
in cui appaiono membri dei servizi di sicurezza catturati dai rivoltosi che confessano crimini compiuti, e afferma che in almeno 18 di questi video i prigionieri presentano chiari segni di violenza fisica. Infine il rapporto riferisce di almeno due casi di esecuzioni sommarie di membri di forze governative fatti prigionieri. Tra questi, un presunto appartenente alle milizie del regime Shabiha che appare impiccato ad un albero in un video su Youtube del 4 febbraio. Nel commento si afferma che l’uomo è stato giustiziato dal battaglione Kafr Takharim, appartenente all’Els.

 

In Libia dopo i “lealisti” messi in gabbia come animali dai miliziani arabi (che dietro l’accusa di essere filo-Gheddafi celano spesso il radicato razzismo nei confronti delle popolazioni negroidi del sud del Paese) diversi rapporti di Hrw e Amnesty International hanno denunciato gli abusi compiuti dai vincitori della guerra civile oggi in aperto conflitto tra loro. Che gli alleati della Nato e dell’Occidente, in parte estremisti e jihadisti islamici, non siano da meno degli aguzzini di Gheddafi lo ha spiegato molto bene Fausto Biloslavo in un reportage sul Foglio. Persone che “scompaiono” solo per aver ricoperto qualche incarico durante l’era Gheddafi, sequestri di persona effettuati per strada da miliziani che chiedono riscatti e restano impuniti a causa dell’assenza di vere forze di polizia. Ma anche stupri, rapine  e detenzioni illegali per almeno 10 mila libici in una sessantina di carceri illegali nelle quali viene praticata la tortura. Si può dire che ogni milizia ha un suo carcere privato e ogni capo banda ha occupato una lussuosa residenza “requisita” ai legittimi proprietari ovviamente colpevoli di essere in combutta con Gheddafi. “Le malefatte in 40 anni di Gheddafi i nuovi padroni le stanno ripetendo in pochi mesi” ha detto una donna al reporter.

 

In Europa e Stati Uniti politici e intellettuali pronti a denunciare i soprusi del regime libico e siriano tacciono di fronte a queste notizie. Washington si è limitata a chiedere all’opposizione siriana di rispettare i diritti dell’uomo sottolineando però che il regime di Bashar Assad  commette più crimini dei ribelli. In fondo perché scandalizzarsi? Non è sempre stato così? Anche noi italiani sappiamo bene quali porcherie, torture, eccidi e abusi hanno subito tantissimi civili ad opera di nazi-fascisti e comunisti  negli anni compresi tra il 1943 e il 1948.

 

“E’ un figlio di….. ma è il nostro figlio di …..”,diceva in quegli anni con pragmatismo anglosassone il presidente americano Franklyn Delano Roosevelt a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza. Il problema è che oggi i “figli di….” abbondano ma, nonostante l’Occidente li abbia condotti alla vittoria o li stia sostenendo, non sembrano neppure essere “nostri” ma bensì più vicini a idee jihadiste, islamiste e anti-occidentali. Per aiutare queste milizie ci siamo sporcati le mani anche noi. Nonostante sui campi di battaglia libici e siriani i pochi militari della Nato si siano schierati a basso profilo e quasi in segreto, i bombardamenti aerei sembrano aver prodotto un certo numero di morti civili, i cosiddetti “danni collaterali”.Almeno 60 secondo Amnesty International sono stati colpiti in “almeno tre raid su obiettivi civili per i quali non ci sono spiegazioni” spiega un rapporto che chiede almeno il risarcimento dei danni ai famigliari delle vittime. La Nato ha risposto sottolineando di aver ottemperato alla risoluzione dell’Onu che imponeva di “proteggere i civili” e ricordando che “non aveva osservatori sul terreno durante le operazioni”. Cosa non vera perchè tra i compiti delle centinaia di uomini delle forze speciali infiltrate in Libia al fianco dei ribelli c’era anche il “targeting”, cioè l’individuazione dei bersagli.

 

In Afghanistan la strage compiuta due settimane or sono da un sergente statunitense impazzito (secondo Washington) o da un reparto americano in vena di rappresaglie sulla popolazione (come sostengono gli afghani) ha scatenato polemiche paradossali. I talebani accusano le truppe americane di essere degli assassini dimenticando che il rapporto dell’Onu chiarisce ormai da dieci anni che i tre quarti almeno dei civili uccisi dalla guerra cadono vittime dei talebani. Anche il governo di Kabul è indignato per la morte di 16 innocenti ma gli uomini dell’intelligence del presidente Karzai gestiscono almeno una decina di carceri segrete dove i prigionieri vengono torturati e uccisi.

 

Ipocrisia, menzogna, falso moralismo sono ingredienti tipici di ogni guerra e della propaganda che sempre accompagna i conflitti ai quali in Occidente dobbiamo aggiungere la dittatura del “politically correct” che impone un regime culturale che va al di là delle espressioni verbali per condizionare le menti. Non combattiamo più guerre ma partecipiamo a missioni di pace. Noi non bombardiamo, proteggiamo i civili. Con la guerra abbiamo bandito anche il nemico non solo dalle note di linguaggio ma anche dalla nostra mente. Non è un caso che mentre uno spietato terrorista uccideva in Francia bambini ebrei e paracadutisti in libera uscita  tutti gli analisti e i più illustri commentatori in Italia e in Europa hanno riempito ore di trasmissioni televisive e pagine di giornali per raccontarci della rinata minaccia nazista e razzista. La rimozione del “nemico” ci impedisce di indicare con vigore e chiarezza chi ci sta da anni combattendo con tutte le sue armi e tutto il suo odio. Neppure dopo l’11/9 riusciamo a definire il nemico di oggi e così rispolveriamo quello di ieri, come se il nazismo (a differenza dell’islamismo) non fosse crollato quasi 70 anni fa. Non a caso dopo la “battaglia di Tolosa” che ha visto le forze speciali della Police Nationale abbattere Mohamed Merah il presidente Nicolas Sarkozy si è affrettato a invitare i francesi a non fare “nessun amalgama” tra islam e terrorismo.

Siria: La guerra della disinformazione

Monastero di St Jacques in Siria

(…) Un’inchiesta pubblicata sulla versione inglese di Al Akhbar rivela l’inattendibilità di quella che è la fonte principale dei media rispetto alla “conta dei morti e degli assassini” in Siria. Il famoso Osservatorio siriano per i diritti umani Sohr ha infatti due teste ora platealmente in lotta fra loro e due siti con “notizie” divergenti. I due siti sono www.syriahr.org e www.syriahr.net (o anche syriahr.com). Il primo si definisce “sito ufficiale dell’Osservatorio”. Il secondo…anche, precisando di essere “l’unico sito ufficiale”.

Su www.syriahr.org è in bella evidenza dal 17 gennaio una lettera collettiva firmata da siriani dell’opposizione che “sconfessa” Rami Abdul Rahman (alias Osama Ali Suleiman), “direttore” dell’Osservatorio stesso, con accuse anche piuttosto classiste (è “poco istruito”). Scusandosi con i lettori per la possibile “confusione”, i firmatari capitanati da un medico residente a Londra, Azzawi, affermano di aver chiesto tempo fa allo stesso “direttore” di lasciare perché egli scriveva anche di vittime fra le forze di sicurezza nazionali e altre notizie “non verificabili” oltre a non dare i nomi dei morti. Hanno poi aperto un loro sito, il syriahr.org.

Dietro la rottura c’è il fatto che Suleiman è vicino all’opposizione del Ncb (National Coordination Body for Democratic Change in Syria) di al-Manna che vuole una soluzione interna e negoziale alla crisi e condanna la lotta armata, mentre gli altri sono del Cns di Gharioun, filo-Occidentale, finanziati dai paesi del Golfo e collaboratori del cosiddetto Esercito libero siriano che conta parecchi arruolati da altri paesi. Ovviamente i media e i governi occidentali e arabi danno molta più eco al Cns.

Suleiman ha denunciato le pressioni da parte degli altri membri (quelli pro-Cns) i quali gli hanno intimato di schierarsi per un intervento Nato e di non parlare dei morti fra i soldati siriani. Entrambi gli “Osservatorio siriano” sostengono di avere centinaia di “attivisti” in Siria dai quali ricevono video e notizie. Ma le verifiche?

(…)

Qui di seguito invece troverete i link alla conferenza stampa del capo sudanese degli osservatori della Lega Araba (missione fatta fallire dal Qatar e dalle altre petromonarchie del Golfo): http://www.infosyrie.fr/actualite/le-general-al-dabi-chef-de-la-mission-dobservation-arabe-en-syrie-la-violence-des-forces-de-lordre-est-une-riposte-aux-attaques-de-lopposition/ (in essa afferma che la violenza dell’esercito siriano è una risposta alla violenza dell’opposizione). E qui il testo trapelato del rapporto della missione ma che nessuno – su pressione delle petromonarchie del Golfo – ha voluto pubblicare: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&;aid=29025

(tratto da ‘Contropiano’- leggi tutto su : Contropiano)

Monastero Siria: "Il nostro cuore è pieno di amarezza, perciò leviamo gli occhi al cielo da dove viene ogni soccorso"

Monastero di St Jacques in Siria

 

Siria, febbraio 2012 -

Madre Agnès- Mariam de la Croix, superiora del convento di Qara, a 90 km da Damasco, ha deciso di battersi sui due fronti. Cerca di denunciare sia la disinformazione grave di cui si rendono colpevoli alcuni media, che informano sulla rivoluzione, e la barbarie del sistema che i siriani cercano di rovesciare. Questa neutralità è una posizione difficile da mantenere, e Agnès-Mariam è accusata da alcuni di fare il gioco della dittatura, accusa che rigetta totalmente.Certo, ha accompagnato in Siria alcuni giornalisti che hanno sconfessato la copertura degli avvenimenti fornita dai media di grande ascolto. Ma ha egualmente lavorato per la venuta in Siria di Barbara Walters, vedette della catena Abc News, che ha saputo mettere in difficoltà il presidente siriano Bashar al-Assad. Nella preoccupazione di dare credibilità ai bilanci delle vittime, madre Agnès-Mariam ha chiesto all’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (Osdh) tenuto da Ramy Abdel a Londra, di fornirle i nomi delle vittime di cui parla da mesi. Ma l’uomo si è rifiutato.

« Anche se i bilanci sono difficili da stabilire, a distanza, era opportuno denunaciare le cifre proposte dall’Osservatorio come una possibile manipolazione », afferma la religiosa. “Così, all’indomani del mio intervento, l’Osdh ha annunciato la morte di 30 persone in alcune manifestazioni in Siria, quando delle cifre ospedaliere credibili davano atto della morte di tre persone identificate singolarmente”.

Madre Agnès-Mariam offre anche, come esempio di disinformazione, una trasmissione della catena Al-Jazeera, filmata a Homs, e che mostra un bambino ucciso a sangue freddo, e che accusa le forze dell’ordine di averlo abbattuto durante una manifestazione pacifica. La scena mostra la madre di Sari Séoud che piange davanti al corpo inanimato del suo bambino. Le si fa dire che “le forze dell’ordine hanno commesso questo crimine”. “Ora si da’ il caso che conosciamo questa donna, che è la nipote di un tagliatore di pietra, Abou Tony Jammal, che lavora al monastero. Quello che la donna ha detto in realtà è che ‘se le forze dell’ordine fossero state là, suo figlio non sarebbe stato ucciso’” ( tratto da Asia News.)

Il testo che segue,è tratto dal sito del Sito del Monastero di Saint Jacques le Mutilé, 25 gennaio 2012

Monastero St Jacques

Madre Agnès-Mariam de la Croix:

Cari amici, nel giorno in cui festeggiamo la festa più importante della nostra comunità, quella dell’Unità, il nostro cuore è pieno di amarezza, perciò leviamo gli occhi al cielo da dove viene ogni soccorso. La nostra visione si fa più chiara a poco a poco: essa scava nel muro inespugnabile della disinformazione. La realtà non è binaria come ce la cantano. E’ complessa. Ci sarà ancora posto per i cristiani siriani nella destabilizzazione che è stata avviata di questa società composita? Il destino della Siria sarà ricalcato su quello dell’Iraq? Non lo sappiamo. Preghiamo…
Non ci dimenticate!

Per la memoria e per la storia

I cristiani della diocesi di Homs, Hama e Yabroud sono bene integrati nel tessuto sociale, come cittadini a pieno titolo. Prima di questi avvenimenti che insanguinano la Siria, menzionare la propria confessione religiosa era solo  inopportuno. Oggi non è più così. Il conflitto in corso si è trasformato, da una rivendicazione popolare di libertà e democrazia, in una rivoluzione islamista. Venerdì 20 gennaio lo slogan fatidico è stato pronunciato dai comitati di coordinamento della rivoluzione: “Il popolo vuole dichiarare la Jihad!” Fino ad oggi noi cristiani non siamo stati oggetto di una persecuzione “diretta”. I cristiani erano vittime delle violenze che colpivano tutta la popolazione che partecipa alla vita civile. Oggi sembra che il dato stia cambiando. Come se la tendenza che covava fosse diventata ormai una consegna. Il futuro lo dirà. Resta il fatto che quelle di cui vi portiamo a conoscenza sono aggressioni dal carattere ormai francamente anticristiano.

  1 – Oggi 25 gennaio Padre Basilios Nassar, curato greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom, provincia di Hama, è stato ucciso da alcuni insorti mentre recava aiuto ad un uomo aggredito dagli insorti nella via Jarajima di Hama. E’ la prima volta, dall’inizio dell’insurrezione, che un prete è l’obiettivo della violenza cieca che è diventata l’arma temibile di una insurrezione sempre più manipolata.
Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di amici preti che erano inquieti.
Questo assassinio è allarmante. Conferma il timore di vedere la rivoluzione siriana trasformarsi in un conflitto confessionale. Sotto la copertura di una rivendicazione di libertà e democrazia, gli insorti si rivelano essere degli islamisti che attaccano civili innocenti, in un processo di discriminazione religiosa.

Monastero San Jacques

 

2 – Ieri mattina il figlio dell’emiro islamista di Yabroud, il signor Khadra, aspettava in strada, insieme ad altri tre uomini armati, il maggiore cristiano Zafer Karam Issa, 30 anni, sposato da un anno, davanti alla sua abitazione. Lo hanno ucciso sparando su di lui un centinaio di colpi d’arma da fuoco che ne hanno crivellato il corpo e sono fuggiti.
I funerali si sono svolti oggi all’una, con la partecipazione del villaggio turbato. Il curato di Yabroud, R.P. Georges Haddad, ha pronunciato parole ispirate: “Dio è amore e misericordia. Incita l’uomo ad amare il suo prossimo e a non voltargli le spalle. Noi ci rivolgiamo a quelli che si sono eretti come giudici supremi dei loro fratelli, che si arrogano il diritto di condannare a morte un essere umano. Essi gridano falsi slogan e mettono il paese a ferro e fuoco. Zafer, da buon soldato fedele alla sua patria, avrebbe voluto morire in uno scontro col nemico per liberare il Golan. E’ stato ucciso da chi? E perché? Da un fratello, nel suo villaggio, davanti alla sua casa. Torniamo in noi e riflettiamo sulla strada che abbiamo imboccato. La nostra esistenza si fonda sull’amore e l’accettazione dell’altro. Non lasciamo che gli stranieri ci impongano dei comportamenti che istillano sfiducia, odio e divisione. Noi tendiamo le nostre mani in segno di riconciliazione con tutti: quelli vicini e quelli lontani. Che il sangue dei nostri martiri porti al nostro caro paese la pace e un domani migliore”.

3- In  settimana, il giovane cristiano Khairo Kassouha, di 24 anni, è stato anche lui ucciso uscendo da casa a Kusayr.

4 – Padre Mayas Abboud, rettore del piccolo seminario dei greci cattolici a Damasco, ci ha raccontato di essere stato contattato ieri dalla vedova del martire Nidal Arbache, un autista di taxi recentemente ucciso dagli insorti. Dalal Louis Arbache gli ha detto al telefono: “Caro padre, qui a Kusayr siamo esposti alla prepotenza degli insorti che qui dettano legge. Noi ci aspettiamo ogni sorta di violenza. Non abbiamo niente e nessuno che ci protegga. La supplico padre, consideri questo come un testamento. Se dovesse capitarmi qualcosa di brutto, le affido mio figlio, si prenda cura di lui. Tutta la nostra famiglia è minacciata dalle bande armate”.

Monastero San Jacques

 

5 – Ci riferiscono anche che André Arbache, marito di Virginie Louis Arbache, è stato sequestrato la settimana scorsa. Non si sa niente di lui. La famiglia teme il peggio.

6 – Sempre a Kusayr, un cugino di padre Louka, curato di Nebek, racconta questo: “Rientravo a Kusayr, quando sono stato controllato dagli insorti ad una rotatoria della città. Mi hanno chiesto i documenti e mi hanno fatto attendere due ore per verificare se il mio nome fosse inserito nelle liste diramate dai comitati di coordinamento della rivoluzione che sono oramai diventati organi pseudo-giudiziari. Se il mio nome fosse stato inserito, sarei stato ucciso sul posto come fanno con gli altri.

7 – A Homs la lista del Governatore si allunga. Vi sono più di 230 cristiani che sono stati abbattuti. Molti sono stati sequestrati. Spesso gli insorti chiedono un riscatto che varia da 20.000 a 40.000 dollari per persona.

8 – In alcuni quartieri misti, come Bab Sbah o Hamidiyeh a Homs, l’80% degli abitanti cristiani sono partiti e si sono stabiliti presso amici o parenti nelle regioni della Valle dei cristiani. I cristiani di Hama e della sua provincia fanno lo stesso. Il fenomeno è progressivo ma implacabile.

Posizione del Monastero Saint Jacques  sugli Avvenimenti in corso in Siria (qui testo in francese)
Dall’inizio della crisi, la posizione del nostro monastero e del suo abate si è conformata ai seguenti precetti, coerentemente con le convinzioni e le esigenze della coscienza cristiana e monastica.

-Trattare tutti gli eventi a partire di una visione di fede e con il ricorso al combattimento spirituale dentro la preghiera e la veglia del cuore.

Monastero San Jacques

- Farsi un’idea chiara della posta geopolitica, attraverso uno studio approfondito e documentato

- Essere in comunione con la gerarchia ecclesiastica, tra cui i Patriarchi d’Oriente.

- Avere una chiara idea di questioni geopolitiche attraverso una approfondita e documentata.

– Non assumere alcuna posizione politica, non per paura degli uni o degli altri, ma perché non ci sentiamo politicamente coinvolti. La nostra testimonianza è altrove, nell’Avvento in noi e intorno a noi del Regno di Dio, i cui mezzi non sono quelli del mondo. Noi non siamo né a favore né contro alcuna delle parti in conflitto. Noi prendiamo solo posizione contro tutto quello che è contrario alla legge di Dio e ai diritti dell’uomo.

– Aiuta ogni essere umano in difficoltà indipendentemente dalla sua affiliazione.

- Se nessuno lo fa: avere il coraggio di condannare ad alta voce, perché la disinformazione è un attacco alla verità e un modo di favorire l’impunità dei colpevoli, chiunque essi siano.

– Prendere posizione a favore dei poveri e dei maltrattati. Soprattutto i civili innocenti, sia che siano perseguitati dal regime, sia che lo siano da parte  dalla guerriglia.

– Fare attenzione all’identità dei malfattori, come a quella delle vittime, onde poter discernere ed aiutare adeguatamente coloro che sono nel bisogno.

A questo proposito, Madre Agnès-Mariam de la Croix, con il pieno consenso della sua comunità, ha:

- Aiutato l’opposizione del villaggio assediato dall’esercito. Su richiesta degli insorti, Madre Agnès-Mariam ha avuto degli incontri coi militari al fine di alleggerire la pressione e garantire il rispetto della libertà di movimento della popolazione.

- Avviato una operazione per la liberazione dei prigionieri di diritto comune detenuti senza processo

- Accettato che dei membri dell’opposizione si rifugiassero nel monastero per una riunione segreta. Nel corso della quale è stato promosso un manifesto per il dialogo nazionale, che è stato ripreso dal Presidente della Repubblica.


- Accettato la richiesta dell’UCIP-Libano di invitare dei giornalisti cattolici. Questo gruppo è stato il primo al mondo ad avere segnalato che la popolazione civile è il bersaglio di una violenza che non proviene dal regime. Il fatto di averlo detto ha scatenato gravi accuse contro Madre Agnès-Mariam, che non si sono ancora placate. La comunità è fiera di essere perseguitata per avere contribuito a fare luce su questi aspetti tenebrosi delle guerre dell’ombra.

- Scritto, il 5 novembre 2011, su L’Orient-le Jour, quotidiano libanese filo-oppositori, una lettera al presidente Bachar El Assad per chiedere l’intervento di osservatori della Croce Rossa che verifichino se i feriti siano adeguatamente curati negli ospedali, a prescindere dalla appartenenza politica, e per sollecitare la creazione di un comitato ad hoc che si occupi dei prigionieri detenuti indefinitamente senza processo.

- Continuato a fornire le vere liste dei veri morti, in contrasto con le false liste di falsi morti divulgate vergognosamente dal fraudolento Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo.

Monastero San Jacques

- Visitato, a rischio della vita, i quartieri dell’opposizione nella città di Homs e nel villaggio di Kusayr. Nel corso di questa visita, Madre Agnès-Miriam, nascosta da un burqa, ha visto con i suoi occhi le bande armate cambiare pelle e, scambiata per una mussulmana, ha raccolto le confidenze dei sunniti insorti. Si è rattristata nel constatare che lo spirito di queste popolazioni minoritarie è rivolto all’islamismo militante. Esse costituiscono un contesto in crescita propizio alle bande armate  che infieriscono crudelmente contro la popolazione civile di ogni confessione solo se cerchi di mantenere una normalità di vita affidandosi alle istituzioni vigenti.

- Lanciato una campagna di aiuti per le famiglie sinistrate di Homs e Kusayr

- Ospitato persone e famiglie senza tetto e raccolto bambini abbandonati

- Ottenuto visti di ingresso per la stampa mainstream. Questa parte sarà ulteriormente trattata
In tempi segnati da gravi manipolazioni e da conflitti che vedono gli innocenti pagare un prezzo di sangue, la nostra comunità non ha paura, nonostante le voci e quanto si dirà, di camminare sulla strada di Cristo che insegna la verità e predica l’amore per il prossimo e la protezione dei più deboli e di qualsiasi essere umano che ha bisogno.

Convenzione di Ginevra 1949

Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra del 12 agosto 1949

I sottoscritti, Plenipotenziari dei Governi rappresentati alla Conferenza diplomatica riunitasi a Ginevra dal 21 aprile al 12 agosto 1949, allo scopo di elaborare una Convenzione per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, hanno convenuto quanto segue:

TITOLO I – Disposizioni generali

Articolo 1.

Le Alte Parti contraenti s’impegnano a rispettare ed a far rispettare la presente Convenzione in ogni circostanza.

Articolo 2.

Oltre alle disposizioni che devono entrare in vigore fin dal tempo di pace, la presente Convenzione si applica in caso di guerra dichiarata o di qualsiasi altro conflitto armato che scoppiasse tra due o più delle Alte Parti contraenti, anche se lo stato di guerra non fosse riconosciuto da una di esse.

La Convenzione si applicherà parimenti in tutti i casi di occupazione totale o parziale del territorio di un’Alta Parte contraente, anche se questa occupazione non incontrasse resistenza alcuna militare.

Se una delle Potenze in conflitto non è Parte della presente Convenzione, le Potenze che fossero Parte rimarranno cionondimeno vincolate dalla stessa nei loro rapporti reciproci. Esse saranno inoltre vincolate dalla Convenzione nei confronti di detta Potenza, se questa ne accetti e ne applichi le disposizioni.

Articolo 3.
Nel caso in cui un conflitto armato che non presenti carattere internazionale scoppiasse sul territorio di una delle Alte Parti contraenti, ciascuna delle Parti in conflitto sarà tenuta ad applicare almeno le disposizioni seguenti:
1. Le persone che non partecipano direttamente alle ostilità, compresi i membri di Forze armate che abbiano deposto le armi e le persone messe fuori combattimento da malattia, ferita, detenzione o qualsiasi altra causa, saranno trattate, in ogni circostanza, con umanità, senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole basata sulla razza, il colore, la religione o la credenza, il sesso, la nascita o il censo, o altro criterio analogo.
A questo scopo, sono e rimangono vietate, in ogni tempo e luogo, nei confronti delle persone sopra indicate:
a) le violenze contro la vita e l’integrità corporale, specialmente l’assassinio in tutte le sue forme, le mutilazioni, i trattamenti crudeli, le torture e i supplizi;
b) la cattura di ostaggi;
c) gli oltraggi alla dignità personale, specialmente i trattamenti umilianti e degradanti;
d) le condanne pronunciate e le esecuzioni compiute senza previo giudizio di un tribunale regolarmente costituito che offra le garanzie giudiziarie riconosciute indispensabili dai popoli civili.
2. I feriti e i malati saranno raccolti e curati.
Un ente umanitario imparziale, come il Comitato internazionale della Croce Rossa, potrà offrire i suoi servigi alle Parti in conflitto.
Le parti in conflitto si sforzeranno, d’altro lato, di mettere in vigore, mediante accordi speciali, tutte o parte delle altre disposizioni della presente Convenzione.
L’applicazione delle disposizioni che precedono non avrà effetto sullo statuto giuridico delle Parti in conflitto.

Articolo 4.
Sono protette dalla Convenzione le persone che, in un momento o in modo qualsiasi si trovino, in caso di conflitto o di occupazione, in potere di una Parte in conflitto o di una Potenza occupante, di cui essi non siano cittadini.
I cittadini di uno Stato, che non sia vincolato dalla Convenzione, non sono protetti dalla stessa. I cittadini di uno Stato neutrale, che si trovano sul territorio di uno Stato belligerante, e i cittadini di uno Stato cobelligerante non saranno considerati come persone protette finché lo Stato, di cui sono cittadini, avrà una rappresentanza diplomatica normale presso lo Stato in potere del quale essi si trovano.
Le disposizioni del Titolo II hanno tuttavia un campo di applicazione più esteso, precisato nell’Articolo 13.
Le persone protette dalla Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 per migliorare la sorte dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna, o da quella di Ginevra del 12 agosto 1949 per migliorare la sorte dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate di mare, oppure da quella di Ginevra del 12 agosto 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, non saranno considerate come persone protette nel senso della presente Convenzione.
Articolo 5.
Se, sul territorio di una Parte in conflitto, questa avesse serie ragioni di ritenere che una persona protetta dalla presente convenzione fosse giustamente sospettata di svolgere una attività dannosa per la sicurezza dello Stato o fosse accertato che essa svolge effettivamente una siffatta attività, detta persona non potrà avvalersi dei diritti e privilegi conferiti dalla presente Convenzione, diritti e privilegi che se fossero applicati in suo favore, potrebbero nuocere alla sicurezza dello Stato.
Se, in un territorio occupato, una persona protetta dalla Convenzione è arrestata come spia o per atti di sabotaggio, oppure perché giustamente sospettata di svolgere un’attività dannosa per la sicurezza della Potenza occupante, detta persona potrà, se la sicurezza militare lo esige in modo assoluto, essere privata dei diritti di comunicazione previsti dalla presente convenzione.
In ciascuno di questi casi, le persone, cui si applicano i capoversi precedenti, saranno comunque trattate con umanità e, in caso di procedimento giudiziario, non saranno private del loro diritto ad un processo equo e regolare, come è previsto dalla presente Convenzione. Esse recupereranno altresì il beneficio di tutti i diritti e privilegi che la presente Convenzione conferisce alla persona protetta, non appena ciò sia compatibile con la sicurezza, dello Stato e della Potenza occupante, secondo il caso.
Articolo 6.
La presente Convenzione si applicherà sin dall’inizio di qualsiasi conflitto od occupazione menzionati nell’art 2.
Sul territorio delle Parti in conflitto l’applicazione della Convenzione cesserà con la fine generale delle operazioni militari.
In territorio occupato l’applicazione della presente Convenzione cesserà un anno dopo la fine generale delle operazioni militari; la Potenza occupante sarà non di meno vincolata per la durata dell’occupazione ´ sempreché questa Potenza eserciti le funzioni di governo sul territorio di cui si tratta ´ dalle disposizioni degli articoli seguenti della presente Convenzione: dall’1 al 12, 27, dal 29 al 34, 49, 51, 52, 53, 59, dal 61 al 77 e 143.
Alle persone protette, la cui liberazione, il cui rimpatrio o il cui stabilimento abbiano luogo dopo questi termini, continuerà ad applicarsi nell’intervallo, la Convenzione presente.
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