Blog personale di Patrizio Ricci – Free Lance International Press
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Disinformazione

imagesdi Olavo de Carvalho  fonte: http://controimbecillitacollettiva.wordpress.com/

Quando la menzogna ufficiale diventa sistematica, le persone non sono soltanto obbligate a ripeterla, ma a ragionare di accordo con essa. Il risultato è la distruzione dei processi normali di funzionamento della intelligenza umana. Da qui al completo governo della bestialità, il passo è assai breve.

Il segnale più ovvio dell’elementarietà mentale brasiliana [solo brasiliana?! NdT] è la confusione delle categorie, dalla quale risulta che tutti i giudizi finiscono per restare fuori centro, quando non sono addirittura completamente sbagliati o non hanno alcun senso. Per esempio, la credenza puerile − un automatismo mentale quasi infallibile oggigiorno − che davanti a una qualsiasi affermazione, letta o ascoltata, sempre si possa e soprattutto si debba “essere d’accordo” o “non essere d’accordo”. [vedi quei pulsantini “mi piace” “non mi piace” collocati ovunque, NdT]

Persone che abbiano una qualche educazione superiore…sanno che, in generale, essere d’accordo o no non ha la benché minima importanza. Comprendere, analizzare, approfondire, comparare, attenuare, ampliare, contestualizzare − queste sono le reazioni di base del lettore colto. L’idiota, al contrario, immagina che tutto quello che si scrive nel mondo esiste soltanto perché egli lo giudichi, applauda o condanni − attività alle quali egli si consegna con una prontezza e una voluttà incomparabili.

L’improprietà del vocabolario è sempre segnale di confusione mentale. Fino a oggi non ho mai incontrato in questo paese un solo “opinionista professionale” che capisse, per lo meno, che su un giudizio di fatto non si deve essere d’accordo o non esserlo.

Concordare o non concordare sono cose che esistono soltanto in materia di opinioni, di valorizzazioni, di proposte. Se una affermazione fattuale è falsa, chi non è d’accordo con essa sono i fatti, non il lettore. È perfettamente possibile essere d’accordo con un insieme di affermazioni − o non esserlo − senza intendere una sola parola di quello che lì viene detto.

Essere d’accordo o no sono sentimenti. Il sentimento non dice mai qualcosa sull’oggetto percepito, dice soltanto qualcosa sullo stato del soggetto che percepisce. Il sentimento è un termometro del proprio stato interiore, non un righello per misurare la realtà. Siccome in Brasile [solo in Brasile?!NdT] tutti scrivono soltanto per essere d’accordo o non esserlo, ossia per esprimere sentimenti, la inevitabile conclusione è che ciascuno finisce per parlare solo di se stesso e non di una qualche cosa.

E’ spaventoso constatare che proprio le persone che più si vantano di avere un “pensiero critico” conoscono e rispettano un unico argomento: quello di autorità. Quello che hanno ascoltato durante gli anni della scuola è “magister dixit una volta per sempre”.

ba763338af1919bcd8c430bdedef987f_XLInformazione e ordine dei giornalisti: un’armata Brancaleone alla ricerca di legittimazione.

di Virgilio Violo  fonte FLIP

“Carcere e sanzioni per chi fa abusivamente il giornalista professionista o esercita altre professioni regolamentate senza aver superato l’esame di Stato. La modifica all’articolo 348 Cp approvata dal Senato presto sarà discussa dalla Camera. «Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati». I pubblicisti possono collaborare con i giornali ma non lavorare da professionisti (come cronisti, inviati, funzioni interne dirigenziali)”.

Questa la proposta dei nostri illuminati governanti. Prepariamoci ad espatriare per poter esprimere liberamente il nostro pensiero, come al tempo del fascismo. Gli ordini professionali furono istituiti sotto il regime fascista per ausilio e supporto all’operato della pubblica amministrazione ed erano relativamente pochi, si contavano sulla punta delle dita.

L’ordine dei giornalisti venne creato per altri scopi: si aveva bisogno del consenso delle masse. Oggi gli ordini professionali sfiorano quasi la trentina, si va dall’ordine dei maestri di sci a quello delle assistenti all’infanzia, dei medici, dei notai e così via… L’esistenza di un ordine conviene a tutti:conviene agli iscritti, conviene ai politici, che nelle varie categorie ordinistiche trovano il loro bacino elettorale, e conviene per alcuni versi anche all’utente finale che nell’iscrizione ad un albo intravede una garanzia di professionalità, i medici ad esempio. Dal dopo guerra ad oggi, con il tempo, è venuto però meno lo scopo per cui furono creati durante il fascismo e questi, proliferati all’ennesima potenza, sono diventate corporazioni contro tutto e tutti a beneficio dei propri iscritti, vedi farmacisti, notai… e company.

Siamo il paese delle corporazioni ma nessuno ne parla mai, forse anche perché la maggior parte della classe politica è espressione di queste. Anni fa Bersani provò a ridimensionarle abolendo i minimi tariffari, vere e proprie salassi onerosi a carico dei cittadini, ebbe scarso successo: i sindacati si possono sconfiggere, gli ordini no: anche se i minimi risultano aboliti per legge, qualora si instauri una controversia, tra professionista e fruitore della prestazione, il giudice si rivolge all’ordine professionale per una valutazione professionale, ed ecco che quei famosi minimi usciti dalla porta tornano dalla finestra, nulla è cambiato, tutto è come prima, con buona pace degli ordini.

Ma torniamo a ciò che ci interessa, all’ordine dei giornalisti, un “unicum”, che esiste solo nel nostro Paese e non in altre parti del mondo. In realtà coloro che sono iscritti all’albo dei giornalisti professionisti (meno della metà dei colleghi iscritti all’Inpgi 2, la cassa di previdenza dei giornalisti autonomi) non sono altro che dipendenti al soldo dell’editore adusi a farsi chiamare pomposamente “giornalisti“. Il contratto stipulato tra il sindacato e quest’ultimo del resto ne testimonia la dipendenza. Ed è proprio questa dipendenza economica che menoma l’imparzialità e la professionalità di chi svolge il delicato ruolo di informare. Chi svolge questo mestiere deve essere messo in condizione di poterlo svolgere, libero da dipendenza economica e psicologica, esclusivamente a servizio della società civile, quale suo occhio vigile, cosa che non è. I veri professionisti dell’informazione sono i giornalisti autonomi, i c.d. free lance, come del resto è normale sia, ma da noi non è dato. Tramite i finanziamenti all’editoria i politici controllano gli editori e gli editori, tramite lo stipendio, i dipendenti: per i veri giornalisti non c’è spazio, fanno paura, così pure fa paura chi, anche se non iscritto all’albo, voglia fare informazione.

Per il rinnovo di quest’ultimo contratto Il sindacato dei dipendenti degli editori, Governo ed editori, per la prima volta nella storia hanno voluto dare un ossetto anche a chi, disperatamente, cerca di fare vera informazione, hanno indossato la foglia di fico: …..si riconosce a ogni effetto il lavoro autonomo giornalistico al quale venivano negati diritti essenziali e titoli negoziali. (Sino ad oggi il collaboratore non contrattualizzato non aveva una retribuzione minima garantita; il che ha consentito prestazioni gratuite, oppure davvero minimali con 1,5/2,5/3.00/5.00 euro, estremamente diffuse). Da ora in avanti il collaboratore ha una retribuzione minima di 250 euro per un minimo di 12 collaborazioni mensili per i quotidiani. Sigh!

Ma se con una mano si da, e che regalia! con un’altra si prende: “carcere e sanzioni per chi esercita abusivamente la professione” . Siamo oramai in pieno regime, e noi tutti fessacchiotti! Allora noi gli rispondiamo che: mentre il diritto alla manifestazione del proprio pensiero è sancito costituzionalmente (art.21), l’obbligatorietà dell’iscrizione all’ordine dei giornalisti non è sancito costituzionalmente e neppure l’istituzione di un ordine. La Corte Costituzionale, con sentenza 10 febbraio 1997 n. 38 ha specificato che, comunque, a prescindere dall’opportunità dell’esistenza di un Ordine professionale dei giornalisti e dall’interesse della collettività al corretto svolgimento dell’importante attività della comunicazione multimediale, la disciplina posta dalla L. 3.2.1963 n. 69 “non ha contenuto costituzionalmente vincolato”. Quindi: prima se vanno a casa meglio è, sono una iattura per il Paese.

10150639_655408241179713_2481201917375440978_nAnalisi di Valentina Colombo

Valentina Colombo

Membri “occidentali” dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) dichiarano che tra poco si dirigeranno, dopo avere invaso Siria e Iraq, verso la Giordania e il Libano. Il mondo sta a guardare pensando di salvaguardare meri interessi economici oppure i cosiddetti equilibri internazionali. Purtroppo, e per fortuna, il mondo non è bianco o nero, sunnita o sciita, musulmano o non, in mezzo agli estremi ci sono persone vere che subiscono le scelte della Realpolitik che vuole imporre una visione manichea.

Da un lato il bene e dall’altro il male, da un lato gli sciiti e dall’altro i sunniti, da un lato l’occidente ebraico-cristiano dall’altro islam, da un lato l’islamofobia dall’altro l’islam. Un’attenta analisi dei fatti e delle dinamiche che muovono il mondo contemporaneo dimostra che il problema nasce da una mancanza di chiarezza, di informazione corretta e di definizioni precise.

Un esempio lampante viene dalla reazione occidentale, a livello istituzionale e mediatico, alla cosiddetta “primavera araba”.
Alla fine del 2011, con la fuga di Ben Ali da Tunisi, i mezzi di comunicazione occidentali hanno iniziato a proporre, come unica alternativa ai dittatori arabi, i Fratelli musulmani definendoli con l’assurdo ossimoro “estremisti moderati”. Ebbene, il 27 ottobre 2011 i due principali quotidiani italiani, “Corriere della Sera” e “Repubblica”, annunciavano la vittoria alle elezioni tunisine da parte del partito Al-Nahdha parlando di islamismo “moderato”.
Il giorno successivo il quotidiano arabo internazionale “Al Hayat” conteneva un editoriale di Raghda Durgham dal titolo L’occidente confisca le rivoluzioni a vantaggio degli islamisti che esordiva con queste parole: «Mentre l’occidente parla della necessità di accettare il risultato del processo democratico che ha portato gli islamisti al potere nella regione araba, aumentano i dubbi circa le intenzioni dell’occidente stesso che ha avviato una nuova politica volta a favorire lo sviluppo della corrente islamica indebolendo le correnti moderniste, laiche e liberali».

Anche altri commenti provenienti dal mondo arabo non trasudavano certo tranquillità né serenità per i risultati tunisini. A prescindere dal fatto che il termine moderato riferito sia all’islam sia ai musulmani è del tutto inadeguato, ci si sarebbe dovuti chiedere come potesse essere “moderato” un partito legato ai Fratelli musulmani il cui motto è dato dal verso 60 della sura VIII del Corano che recita come segue: «E preparate contro di loro forze e cavalli quanto potete, per terrorizzare il nemico di Dio e vostro, e altri ancora, che voi non conoscete ma Dio conosce, e qualsiasi cosa avrete speso sulla via di Dio vi sarà ripagata e non vi sarà fatto torto».

Sebbene Rached al-Ghannouchi, leader di Al-Nahdha, non solo nel corso di tutta la campagna elettorale, ma sin dal suo rientro dall’esilio in Gran Bretagna, abbia giocato al ribasso ovvero rassicurando i tunisini sul fatto di non volere uno stato teocratico, di non volere fare venire a meno i diritti acquisiti dalle donne tunisine, di avere come modello la Turchia, è evidente che si trattava di mero pragmatismo. D’altronde Ghannouchi stesso nel volume Muqarabat al-‘ilmaniyya (Avvicinamenti alla laicità, Dar al-Mujtahid, Tunisi 2011, p. 33) non dava adito a dubbi sulla sua concezione di Stato: «Lo Stato islamico è uno stato di diritto per eccellenza ovvero l’autorità della sharia prevale su quella dello Stato». È pur vero che i più hanno conosciuto al-Ghannouchi solo di recente e soprattutto attraverso le sue dichiarazioni alla stampa internazionale. Sono in pochi ad avere avuto modo di leggerne gli scritti in arabo, primo fra tutti il suo saggio fondamentale Le libertà generali nello Stato islamico (Al-hurriyat al-‘amma fi al-dawla al-islamiyya, Markaz Dirasat al-Wahda al-‘Arabiyya, Beirut 1993, p. 48).
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pzzlrt-300x249di Massimo Viglione – Riscossa Cristiana

È fin troppo facile far notare che il 25 aprile è la festa più insensata e ridicola che sia mai esistita nella storia, visto che di fatto si festeggia una sconfitta militare di un popolo distrutto e caduto nella guerra civile e nell’odio ideologizzato. E che è ancora più insensata perché si continua a festeggiarla dopo settant’anni! Una tipica follia democratica.

Naturalmente diciamo questo non per nostalgismo pro sconfitti, né perché riteniamo che qualora la guerra fosse stata vinta dal nazional-socialismo noi italiani ce la saremmo passata meglio. Forse nei primissimi anni della vittoria; ma, personalmente ritengo che, specie alla lunga – e questo al di là delle follie razziste dell’hitlerismo – sempre servi saremmo stati, e sempre del Paese che oggi domina l’Europa non con le armi e la Gestapo ma con la finanza e le banche.

Occorre riflettere bene ormai, dopo settant’anni, sul perché di questa stupida festa nazionale. Se essa è stata inventata e continua ad essere imposta ogni anno, nonostante ormai da lungo tempo molti intellettuali – spesso ex-marxisti – stiano oggettivamente invitando all’eliminazione di questo solco di sangue che ancora bagna l’identità italiana – è perché essa è il marchio stesso della Repubblica Italiana. Ne è il sigillo nazionale. Un sigillo troppo pesante perché possa essere tolto e possa divenire pubblico ciò che nasconde.

Per decenni si è taciuto sulle stragi comuniste dei titini in Istria e sulle stragi comuniste dei partigiani in Emilia Romagna e altrove. Per decenni il 25 aprile serviva a occultare nella festa “di tutti” (come Pertini, il presidente di tutti, ricordate?) il sangue innocente (donne, vecchi, seminaristi, sacerdoti, uomini che si erano arresi, ecc.) offerto in tributo all’altare del sol dell’avvenire che sembrava stesse per sorgere in quei tragici giorni.

Soprattutto doveva però nascondere anche l’idea stessa che in Italia vi fosse stata una guerra civile. Tutti noi che siamo stati studenti nella Prima Repubblica, sappiamo bene che la guerra civile fra partigiani e fascisti non è mai esistita: è esistita invece la guerra di “liberazione” – termine che dimenticava, come se nulla fosse, il fatto che se dietro i fascisti vi era un invasore, dietro i partigiani ve ne erano due (o di più, forse). “Liberazione”: ecco la parola magica inventata, mentre Mussolini pendeva a Piazzale Loreto e il sangue scorreva a litri nel triangolo rosso della morte e in Istria, per occultare sia la sconfitta militare che l’idea stessa di una guerra civile.
Al punto tale che – e il cinema ha lavorato molto in tal senso – il “fascista” non era più neanche italiano, ma era il male in sé, inevitabilmente cattivo perché antitesi dell’inevitabilmente buono, ovvero dell’italiano partigiano.
Ma perché occorreva – e occorre ancora dopo settant’anni – nascondere la sconfitta e la guerra civile? Su questo nodo focale ormai la letteratura è vasta (Galli della Loggia, Emilio Gentile, Paolo Mieli, Marcello Veneziani, solo per citare alcuni fra gli autori più noti): la ragione vera risiede nella storia precedente, vale a dire nel Risorgimento italiano.

Il processo di unificazione nazionale è stato – al di là del mero risultato territoriale amministrativo – un assoluto fallimento. L’“italietta” nata dal blitz di Cavour e Garibaldi era più “espressione geografica” dell’Italia dei giorni di Metternich. Niente univa il siciliano e il piemontese, il salentino e il lombardo, il fiorentino e il calabrese. Economicamente era un disastro, più o meno come oggi. Moralmente screditati e corrotti. Militarmente ridicoli e incapaci (nemmeno gli africani ci rispettavano). Per non parlare della questione meridionale, della mafia, della corruzione, dell’emigrazione di milioni di uomini costretti a lasciare la loro Italia per non morire di fame.

Essendo evidente a tutti il fallimento ideale, civile e culturale del Risorgimento, per forgiare gli italiani fu deciso prima di tentare la via coloniale e fu un disastro, come già accennato. Poi di entrare nella Prima Guerra Mondiale, pur sapendo perfettamente che se ne poteva stare tranquillamente fuori. Il prezzo è stato 600.000 morti e 1.500.000 mutilati e feriti, il tutto per la “vittoria mutilata” (anche la vittoria fu mutilata).
Poi il biennio rosso – con il rischio bolscevico – e infine la dittatura fascista, che si assunse il compito di “fare gli italiani”, ovvero di riuscire dove il risorgimento liberale aveva chiaramente fallito. Il fascismo divenne, come Mussolini stesso dichiarò più volte e Giovanni Gentile teorizzò filosoficamente – il compimento del Risorgimento. Il Secondo Risorgimento.

Ma il fascismo – al di là di alcuni innegabili risultati positivi – ci ha condotto al secondo disastro mondiale e all’8 settembre, con la “morte della patria”, lo Stato alla sfascio, una monarchia indecente che fugge, un esercito lasciato senza ordini e senza capi, all’invasione degli stranieri e alla guerra civile.

Così, il mondo partigiano, almeno l’intelligenza di esso, comprese che occorreva risollevare ancora una volta, per la terza volta, dal baratro il mito fallimentare del Risorgimento. E lo fece facendo scomparire dall’idea italiana il fascismo, la sconfitta e la guerra civile, e presentando la nuova repubblica consociativa, liberal-democratica tendente a sinistra come il vero ultimo passaggio per la realizzazione del “nuovo italiano”, quello appunto sognato dagli eroi risorgimentali. Nacque così il “terzo risorgimento”, quello democristian-laico-comunista.

Ecco la necessità di mantenere in vita la festa del 25 aprile. In fondo, abolirla, sarebbe come ammettere che pure il “terzo risorgimento” ha fallito nell’obbiettivo di fare gli italiani e di costruire un Italia unita e rispettabile nel consesso delle nazioni.

Quanto l’Italia di oggi sia unita e rispettabile nel consesso delle nazioni è sotto gli occhi di tutti.
È fallito il primo Risorgimento, quello condotto contro la Chiesa e l’identità cattolica italiana. È fallito il secondo Risorgimento, quello fascista. È fallito pure il terzo Risorgimento, quello del compromesso storico fra “cattolici” liberali, laici e comunisti, che ha prodotto l’obbrobrio in cui oggi viviamo.

Oggi l’Italia neanche esiste più, essendo divenuta colonia sottomessa a un’entità astratta e al contempo famelica e contro-natura come la UE. Eppure noi continuiamo a festeggiare il 25 aprile.
Come dire… sempre più stupidi, ogni anno che passa. Sempre meno italiani, ogni anno che passa.

Perché il vero italiano era quello del 1861, figlio di 26 secoli di storia. Quello che si trovò i piemontesi a casa. Quello era il vero italiano. E oggi, italiano vero, è colui che è in grado di capire – e ha la forza di dirlo – che questa Italia, questa Repubblica, non ha quasi nulla della vera Italia. E che finché non restaureremo la vera Italia, il nostro destino sarà quello di andare sempre più allo sfascio generale.
Ma, per usare una loro espressione… “un’altra Italia è possibile”. Non dimentichiamolo e lottiamo per questo.

fonte: pagina fb dell’Autore

I cecchini miravano sulla folla e sulla polizia indiscriminatamente.

Russia Today riferisce e rende disponibile l’audio di una registrazione telefonica eseguita 28 marzo (Funzionari del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina – SBU) tra il ministro degli esteri estone e il ministro degli affari esteri europeao Caterine Aston. Nella conversazione  il ministro estone le comunica che ci sono prove documentali che nella ‘rivolta di p..zza Maidan  gli stessi cecchini hanno sparato prima ai manifestanti e poi alla polizia.

“”Vi è ora la comprensione più forte che dietro i cecchini, non c’era Yanukovich, ma c’erano persone della nuova coalizione”.

Se è vero che in questo frangente, è bene ‘prendere tutto con le pinze’  ma l’ausilio di cecchini nelle rivolte non è cosa nuova. Spesso questo sistema è utilizzato per esasperare la folla, costringendo così anche i più retrivi alla violenza a compattarsi con gli elementi più esagitati e far intervenire la ‘Comunità Internazionale’.
C’è un’evidenza: l’unico che non aveva nessuna ragione di far precipitare le cose era il governo.

ULTIM’ORA:

Una nota pubblicata oggi sul sito del Ministero degli Esteri estone conferma l’autenticità della telefonata (http://www.vm.ee/?q=en%2Fnode%2F19353) .

Ecco i passi fondamentali della telefonata:
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