Disinformazione
Ma la Francia non era il paese della liberté, fraternité. egalité?
Autore: Talleau, Franck Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!
Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!
Da un padre arrabbiato
Lunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.
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La Reale Accademia Svedese ha sempre fatto operazioni politiche con il suo premio. Ma l’assegnazione del Nobel alla Ue è una decisione imbarazzante, un limpido caso di abuso della storia
fonte ‘cado in piedi’
Tre anni fa venne assegnato ad Obama un premio Nobel per la pace, non per quel che aveva fatto, ma per quel che avrebbe fatto: un Nobel alle intenzioni. Oggi il prestigioso premio è assegnato alla Ue, per il suo ruolo di pace: un Nobel alla Memoria. Non ci vuol molto a capire che si tratta di un pietoso puntello ad una
istituzione che traballa assai e che, se pure sopravvivesse, non si capisce che ruolo potrebbe avere e, di conseguenza che futuro. Se oggi facessimo un referendum in tutti i paesi membri sulla prosecuzione della Ue i Si al suo scioglimento sarebbero una valanga (e badate che sarei fortemente tentato di votare No o al massimo di astenermi: dunque, non lo dico con compiacimento). La Reale Accademia Svedese ha sempre fatto operazioni politiche con il suo premio, questo è fuori discussione: in qualche caso condivisibili (ad esempio il Nobel per la pace a Desmond Tutu) altre un po’ meno (vi ricordate il Nobel per la Pace a “mezzadria” fra Kiessinger e Le Duc Tho?).
Ma questo è legittimo e, d’altra parte, un premio per la Pace non può che essere un premio politico (anche se, poi, la politica si è fatta anche con quelli per la letteratura -vedi Churchill-, per non dire della serie indecente dei premiati per l’Economia; premio istituito nel 1968 solo per tirare la volata ai neo classici). Però da un po’ di anni le operazioni si sono fatte un po’ troppo scoperte sino a sfociare nel ridicolo del premio “a futura memoria” ad Obama (che ha continuato tutte le guerre di Bush, per cui non si capisce perché non sia stato insignito il suo predecessore. Un’ingiustizia!).
Con questo alla Ue passiamo dal ridicolo all’imbarazzante. La Reale Accademia può premiare chi vuole, anche i cammelli trapassati, nessun problema su questo, e può anche inventarsi che i cammelli parlano esperanto, ma, insomma, esageuruma nen!. La motivazione premia la Ue per aver scongiurato il pericolo della guerra in Europa per 60 anni. Questo è un limpido caso di “abuso della storia”.
Per almeno 46 anni (1945-1991) la guerra in Europa non c’è stata solo perché Usa ed Urss hanno deciso in questo senso e gli Europei avevano voce in capitolo come il due di coppe quando la briscola è bastoni. Per cui lascerei perdere. Poi, finito il bipolarismo, ci sono subito state le guerre inter jugoslave nelle quali la Ue non ha contato nulla, anzi quel po’ che poteva fare per sfasciare la federazione lo aveva fatto gestendo la partita del debito pubblico Jugoslavo. In quella occasione la Ue avrebbe potuto assumere su di sé il compiti di gestire la crisi, ma permise che la cosa fosse presa in mano dagli Usa. Ve l’immaginate se si sfasciasse il Messico o il Canada e la Ue pretendesse di guidare lei una crisi del genere? Pensate che gli Usa lo permetterebbero?
Dopo sono venute le guerre (pardon: le operazioni di polizia internazionale) nel Golfo Persico, in Somalia, in Kosovo, in Afghanistan e regolarmente la Ue, in quanto tale, non è esistita ed i singoli componenti sono andati in ordine sparso, in maggioranza prendendo ordini dagli Usa, che tutto facevano, meno che evitare guerre.
Della crisi iraniana non stiamo nemmeno a dire. Unica occasione in cui alcuni paesi europei hanno avuto una posizione di primo piano è stata la guerra di Libia. Personalmente ritenevo e ritengo che, nonostante tutti gli orrori che abbiamo ben presenti, quell’intervento andasse fatto, ma, insomma, non mi pare di poterlo chiamare pace! A chiamare le cose con il loro nome è stata una guerra. Ed allora, mi volete spiegare il premio a che cosa è stato dato?
ndr: Vietatoparlare.it DISSENTE che la guerra di AGGRESSIONE alla Libia andasse fatta
Ma prima di tutto, a chi è stato dato? Ad una ameba priva di qualsiasi consistenza politica. Prova ne sia che già stanno litigando su chi deve ritirare il premio: il presidente del Parlamento? Quello della Commissione? Mister Pesc? Si parla persino di 27 bambini, uno per paese membro: per cortesia evitiamo di coinvolgere l’infanzia in vicende porno come questa.
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comunemente ci è inculcato a scuola che la Rivoluzione Francese come la pietra miliare dell’età moderna come se prima non ci fosse nulla e come se essa fosse l’emblema della libertà. Anche oggi il pensiero occidentale è influenzato fortemente da questo mito che in realtà, in gran parte, è una mistificazione.
pubblicata da Vivo la Politica come vivo la Vita il giorno domenica 20 febbraio 2011 alle ore 21.55 ·
IL TIMONE N. 17 – ANNO IV – Gennaio/Febbraio 2002 – pag. 22 – 23 - autore mons. Luigi Negri
La Rivoluzione francese è il primo radicale tentativo di costruire una società ed una struttura statale nell’orizzonte di quella cultura che si definisce “moderna”.
Capisaldi di questa cultura sono: un uomo “senza Dio”, assolutamente autonomo ed autosufficiente che non ha bisogno di nessun riferimento religioso per conoscere la sua identità, i principi fondamentali del suo comportamento, le regole fondamentali della vita sociale. Si definisce questo mondo culturale anche come laicismo. Padre Cornelio Fabro raccoglieva l’essenza del laicismo in questa formula : “Dio se c’è, non c’entra”.
Il mondo moderno con la Rivoluzione francese ha dimostrato in modo gigantesco, negli sforzi e anche negli orrori, che era possibile creare una società e uno Stato secondo quella ragione illuministica, che è sostanzialmente una ragione scientifico-tecnologica. In particolare lo Stato costituisce l’obiettivo ultimo dello sforzo per razionalizzare la vita dell’uomo nella società.
Lo Stato diviene dunque la realtà che raccoglie tutti i valori razionali, culturali ed etici: diviene dunque il vero fatto che da valore totale alla persona ed alla società. Si può anche dire che la Rivoluzione Francese sostituisce ad uno Stato che riconosce nelle origini del potere una dimensione religiosa della vita, uno Stato che si presenta come capace di totalizzare la società: uno Stato “totalitario”, appunto. È ovvio che quindi non si è trattato di una evoluzione di pezzi della società precedente, richiesta dall’apparire di nuove esigenze, di nuovi problemi, di nuove sfide. La società precedente aveva vissuto momenti di riforma parziale che l’avevano, in qualche modo, adeguata progressivamente alla evoluzione di tempi e problemi.
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“Perchè fate delle cose che ci dite di non fare?” “Siamo davvero nella lista delle vostre priorità?” “Fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole”
Nel 1992 Severn Suzuki non era altro che una bambina. Una bambina come lo siamo stati noi, come lo sono – magari – i vostri fratelli, i vostri figli, i vostri nipoti. Era una bambina e al contrario di tanti suoi coetanei preferì andare al “Vertice della Terra delle Nazioni Unite” a Rio de Janeiro piuttosto che giocare. Fece una raccolta fondi e con una delegazione di suoi coetanei arrivò a parlare davanti ai potenti (o presunti tali) del mondo.
Severn Suzuki aveva 12 anni, ma quel giorno ebbe una capacità d’analisi degna di un premio Nobel. Zittì il mondo con un monologo che durò poco più di sei minuti. Non fu un vero e proprio un j’accuse, ma semplicemente un punto di vista sfociato in una richiesta di un mondo migliore.
“non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo”.
fonte: osservatorio Iraq (http://www.osservatorioiraq.it/al-jazeera-e-l%E2%80%99altra-faccia-del-potere) autore Luca Bellusci
Le dimissioni di diversi giornalisti hanno causato un crollo di immagine molto difficile da recuperare per l’emittente araba più famosa al mondo. Da iniziale fenomeno mediatico, Al Jazeera ha dovuto cedere il posto alla real politik del Medio Oriente, intrisa da interessi spesso contrastanti anche tra alleati storici. Il canale all news del Qatar si ritrova così a dover fronteggiare una battaglia senza confini contro i nuovi competitor del settore, riportando l’attenzione su un nuovo soft powerin ‘salsa araba’.
Le cause del declino del primo canale satellitare arabo, in termini qualitativi (ovvero di imparzialità), riporta le lancette della storia indietro di qualche decina di anni, quando il primo progetto per la costituzione di un canale satellitare arabo tra la BBC e la compagnia saudita Orbit fallì a causa di insormontabili divergenze editoriali tra il comitato di redazione e la proprietà.
Fu lo sceicco del Qatar Hamad bin Khalifa al Thani ad avere l’intuizione di creare un canale satellitare in casa propria.
La creazione di una free media zone fu il passo decisivo che fece diventare il piccolo emirato un ‘pigmeo dal pugno di gigante’, così definito dall’Economist.
Il percorso di Al Jazeera fu subito in discesa, grazie alla copertura capillare in tutti i paesi arabi e islamici.
fonte: Laura BOCCENTI http://modestiaepudore.wordpress.com/2012/01/30/il-diritto-al-pudore/
La grande macchina della comunicazione mette in scena l’esibizione dell’intimità delle persone e perciò la dissoluzione dell’io. Spesso si pensa che la spudoratezza non sia un grave difetto, bensì una virtù coincidente con la sincerità.
Dal “Grande Fratello” a “Forum”, per segnalare solo i programmi più noti e diffusi, a facebook, la grande macchina della comunicazione organizza lo svago di massa mettendo in scena l’esibizione dell’intimità delle persone, conseguendo ascolti elevati che confermano il gradimento del pubblico ed innescano un circolo vizioso che diffonde la pratica di rendere pubblico ciò che è intimo.
L’aspetto critico del costume che va così propagandosi non consiste soltanto nella volgarità del linguaggio o nell’oscenità degli atti, quanto nella persuasione sottintesa che la spudoratezza non sia un grave difetto, ma una virtù coincidente con la sincerità.
Secondo questo modo di pensare, chi non ha nulla da nascondere non si vergogna di nulla; occultare qualcosa di sé, al contrario, sarebbe segno di una disposizione al male. Così, anche se non in modo esplicito, il pudore viene messo in stato d’accusa come espressione di finzione o, addirittura, come manifestazione di uno stato patologico di repressione.
E l’abolizione volontaria del pudore viene avvalorata come esito auspicabile, come manifestazione di schiettezza e coraggio.
La questione del pudore non è attinente solo alla sfera fisica, ma investe, più profondamente, la totalità della persona, perciò ogni sua falsificazione ha ricadute che riguardano il nucleo profondo dell’uomo.
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Per chi non lo sapesse su tutti i manuali di giornalismo si impara per prima una semplice regola, questa regola si chiama delle ” 5 W “
La “regola delle 5 W” è la regola per una corretta informazione. Il giornalista per riportare una qualsiasi notizia deve necessariamente rispondere alle seguenti domande:
who? chi?
what? cosa?
where? dove?
when? quando?
why? perche’?
Ecco invece il tipo di informazione che riusciamo ad esprimere:
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=164470
Cosa manca? Beh, giudicate voi.
Le immagini satellitari “dimostrano” che le truppe di Damasco non hanno ritirato dalle citta’ le armi pesanti, e questo e’ “inaccettabile”. Lo afferma il portavoce di Koki Annan (RAI News 24)
domanda: ma nelle città ci sono anche ribelli armati? Questi hanno armi pesanti? E andate vie le truppe siriane, chi manterrà la sicurezza? Ci sono state vendette verso chi è a favore del governo attuale? L’esercito siriano sta compiendo vendette? I ribelli hanno deposto le armi? Ci sono aggressioni? Ci sono pressioni verso la cittadinanza, esercitate da chi e per cosa? Cosa sta succedendo? Perchè l’esercito siriano non lascia le città? Se l’esercito lascia le città : esse raranno più sicure? Sicure per chi? Che disposizioni ci sono per le armi dei ribelli? Qual’è il loro atteggiamento? Ci sono violenze anche da parte di questi verso i civili? Cosa ne pensano i civili? Se l’esercito manda fuori le città le armi pesanti, e i combattimenti continuano: come fanno a sgomberare un edificio, ci vorranno il doppio di truppe? Le fornirà l’Onu? etc…
“quando gli osservatori Onu-Lega araba lasciano le citta’ che monitorano”, i residenti “vengono avvicinati” dalle forze di sicurezza siriane o “magari uccisi”.
Cosa vuol dire questa notizia? Si afferma cioè che i satelliti hanno rilevato che spesso coloro che abitano in una data città (quale? dove? ci sono satelliti spia ridirezionati sulla Siria?), i RESIDENTI, nelle località in cui sono presenti “forze di sicurezza” siriane, ebbene i residenti vengono AVVICINATI dalle forze di Damasco (che i residenti vengono avvicinati è una notizia? è grave reato?) o uccisi (quasi la stessa cosa, i soldati decidono questo con i dadi?) . Secondo l’articolo tutti coloro che hanno come CARATTERE DISTINTIVO LA RESIDENZA IN UNA DATA CITTA’ POSSONO ESSERE AVVICINATI O UCCISI. A parte i dubbi che le cose stiano effettivamente così, DELLE DOMANDE SORGONO INEVITABILI: perchè? con che dinamica? a che scopo? E’ attendibile una simile notizia? Il servizio non fornisce niente sulla dinamica. Mentre anche nei peggiori delitti si cerca anche il MOVENTE in questo caso la domanda viene omessa, eppure si parla definite “forze di sicurezza”…ma sfugge la loro valenza. Che motivo hanno le forze di sicurezza siriane di far fallire UNILATERALMENTE un piano di pace che fa comodo solo al governo legittimo e alla gente , cioè proprio ai “residenti”. Che motivo e che interesse ha l’esercito di far fallire il piano di pace visto che questo è “l’ultima changes” prima che gli assidui sostenitori della pace e della democrazia, si scatenino nella solita guerra umanitaria ?
Nella prima parte dell’articolo viene illustrato il problema, nella seconda parte la parola passa al presidente Tunisino che da la SOLUZIONE dice che Assad deve lasciare, deve lasciare “vivo o morto”, ma paradossalmente sarebbe disposto ad ospitarlo per l’esilio… ma questa decisione a chi spetta? Tutti hanno qualcosa da dire, solo il popolo siriano subisce continue intimidazioni e viene ridotto all’elemosina dalla comunità internazionale .
Sorvolando che ovviamente i mass media non si sono dimenticati la regola delle 5W più facilmente il modo di comunicare segue altre strategie di imbonimento della pubblica opinione, in proposito ricordiamo alcune regole adottate dai media maistream per raggiungere tale obiettivo (che Noam Chomsky ha elencato):
Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
Rivolgersi al pubblico come ai bambini.La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).
Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione. Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti. (Noam Chomsky)
Noam Chomsky ha elaborato la lista delle 10 strategie della manipolazione attraverso i mass media. Tratto da www.vocidallastrada.com
1-La strategia della distrazione L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3- La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.
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di Massimo Costa*
*(docente di Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli Studi di Palermo)
Leggo su La Repubblica del 20 giugno scorso un bell’articolo sul No Cash Day: un’iniziativa promozionale nella quale tutti gli aderenti cercano di usare, almeno per un giorno, strumenti di pagamento elettronico (carte di credito, di debito, bancomat) e di non usare il portafoglio con banconote e monetine.
L’articolo, giustamente, evidenzia tutti i limiti del buon vecchio denaro circolante. In sintesi:
- è costoso, anche se nessuno parla del costo della tenuta dei conti correnti bancari;
- è poco pratico,
- è a rischio di essere smarrito o derubato;
- è sporco (non nel senso morale, ma perché sarebbe portatore di terribili batteri, di cocaina, etc…);
- favorisce l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco (questa volta nel senso morale);
- e soprattutto è antiquato.
Non ci credete? Basta vedere che l’Italia, tipicamente antiquata, si ostina ad usare il contante, mentre nella civilissima Svezia lo usano solo per il 5 % delle transazioni, in pratica le vecchine e i malfattori (ma come? Nella civilissima Svezia non si sono ancora liberati dei malfattori?). E, poi, ovviamente, il massimo uso di contante si registra nel disgraziato Sud e nelle Isole, terre abitate da popoli notoriamente incivili, retroguardie per definizione della magnifica e progressiva civiltà europea.
E quindi,… via monete e banconote! Ai lavavetri al semaforo chiederemo se hanno un POS per donare con il bancomat qualche decina di centesimi. Devo anche spiegarlo all’ambulante che viene sotto casa e dal quale regolarmente mi approvvigiono per la frutta di famiglia, ma vedrete che capirà, soprattutto quando gli avrò girato tutte le motivazioni di cui sopra.
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Fonte: Peppe Escobar - Why Putin is driving Washington nuts 08.03.2012
Dimenticate il passato (Saddam, Osama, Gheddafi) e il presente (Assad, Ahmadinejad). Potete scommettere una bottiglia di Petrus 1989 (il problema è l’attesa di sei anni per riceverla); nel futuro prevedibile, l’uomo nero più diabolico per Washington – e anche per i partner canaglia della NATO e gli imbonitori assortiti dei media – non sarà altri che il presidente russo Vladimir Putin, di ritorno al futuro.
E che non ci sia il minimo dubbio, Vlad il Putinatore lo apprezzerà. È tornato esattamente dove vuole stare: comandante in capo della Russia, a capo delle forze armate, della politica estera e di tutti i temi di sicurezza nazionale.
Le élite anglo-statunitensi si stanno ancora contorcendo alla menzione del suo leggendario discorso del 2007 a Monaco, quando criticò ossessivamente il governo di George W. Bush per il suo programma ossessivamente unipolare “attraverso un sistema che non ha niente a che vedere con la democrazia” e il suo continuo superamento dei “confini nazionali in quasi tutti gli ambiti”.
Pertanto Washington e i suoi accoliti sono stati avvertiti. Prima dell’elezione di domenica scorsa, Putin ha addirittura pubblicizzato la sua proposta di pace. L’essenziale: niente guerra in Siria; niente guerra all’Iran; niente “bombardamenti umanitari” né fomentare le “rivoluzioni colorate”, il tutto integrato in un nuovo concetto, gli “strumenti illegali di potere morbido”. Per Putin il Nuovo Ordine Mondiale progettato da Washington non ha strada. Quello che conta è “il principio onorato nel tempo della sovranità degli Stati”.
Non c’è da sorprendersi. Quando Putin guarda alla Libia, vede le conseguenze brutali e regressive della “liberazione” da parte del NATO grazie al “bombardamento umanitario”: un paese frammentato controllato dalle milizie di al-Qaeda; la Cirenaica arretrata che si separa dalla Tripolitania più sviluppata; e un parente dell’ultimo re elevato al governo del nuovo “emirato”, per la delizia dei democratici modello della Casa di Saud.
Altri elementi essenziali: niente basi intorno alla Russia; niente difesa missilistica senza un’ammissione esplicita, per iscritto, che il sistema non ritiene la Russia un obbiettivo, e una crescente cooperazione col gruppo BRICS delle potenze emergenti.
La gran parte di queste proposte erano già implicite nella precedente road map, il suo documento A new integration project for Eurasia: The future in the making (Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in gestazione, ndt. Si trattò dell’ippon di Putin – adora il judo – contro la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Fondo Monetario Internazionale e il neoliberismo radicale. Vede un’Unione Eurasiatica come un’”unione economica e monetaria moderna” che si estende per tutta l’Asia Centrale.
Per Putin, la Siria è un dettaglio importante (non solo per l’unica base navale russa nel porto mediterraneo di Tartus, che la NATO adorerebbe eliminare). Ma il cuore della questione è l’integrazione dell’Eurasia. Gli atlantisti impazziranno in massa quando farà tutti gli sforzi nella coordinazione di “una potente unione sovranazionale che può trasformarsi in uno dei poli del mondo attuale e in un efficiente vincolo tra l’Europa e la dinamica regione dell’Asia Pacifico”.
Il processo di pace opposto sarà opposta sarà la dottrina di Obama e Hillary. Quanto sarà eccitante?
Putin scommette sul Pipelinestan
È stato Putin che quasi da solo si è posto alla testa della resurrezione della Russia come mega-superpotenza energetica (il petrolio ed il gas rappresentano due terzi delle esportazioni della Russia, la metà del bilancio federale ed il 20% del prodotto interno lordo). Quindi aspettiamoci che il Pipelinestan rimanga in primo piano.
E sarà centrato soprattutto sul gas; anche se la Russia rappresenti non meno del 30% delle forniture globali di gas, la sua produzione di gas naturale liquido (LNG) è meno del 5% del mercato globale. Non è neppure tra I dieci produttori principali.
Putin sa che la Russia avrebbe bisogno di una caterva di investimenti stranieri nell’Artico – dall’Occidente e soprattutto dall’Asia – per mantenere la sua produzione di petrolio superiore ai 10 milioni di barili giornalieri. E deve chiudere un complesso e esaustivo accordo di vari miliardi di dollari con la Cina centrato sui giacimenti di gas della Siberia Orientale; la questione petrolifera è già stata coperta grazie all’oleodotto East Siberian Pacific Ocean (ESPO). Putin sa che per la Cina – per quanto riguarda la garanzia energetica – questo accordo è un contraccolpo vitale contro l’ombrosa “avanzata” di Washington verso l’Asia.
Putin farà anche di tutto per consolidare il gasdotto South Stream – che alla fine costerà la cifra sbalorditiva di 22 miliardi di dollari (l’accordo tra gli azionisti è già stato firmato tra Russia, Germania, Francia e Italia. Il South Stream è gas russo portato dalle acque del Mar Nero alla parte meridionale dell’UE, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia). Se il South Stream avrà successo, l’oleodotto rivale, il Nabucco, subirà uno scacco matto; un’importante vittoria russa contro la pressione di Washington e dei burocrati di Bruxelles.
La partita è ancora aperta nell’intersezione cruciale tra geopolitica radicale e Pipelinestan. Ancora una volta Putin dovrà affrontare un altro processo di pace, la Nuova Via della Seta che non è proprio un successo (vedi US’s post-2014 Afghan agenda falters, Asia Times Online, 4 novembre 2011).
E dopo c’è la grande incognita, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Putin vorrà che il Pakistan diventa un membro effettivo, così come la Cina è interessata a incorporare l’Iran. Le ripercussioni sarebbero trascendentali, quando Russia, Cina, Pakistan e Iran coordineranno non solo la loro integrazione economica ma anche la reciproca sicurezza all’interno di una SCO rafforzata, il cui motto è “non allineamento, non scontro e non interferenza negli affari degli altri paesi”.
Putin ritiene che se la Russia, l’Asia Centrale e l’Iran controlleranno almeno il 50% delle riserve di gas del pianeta, e con l’Iran e il Pakistan come membri effettivi della SCO, tutto si fonderà sull’integrazione dell’Asia, se non dell’Eurasia. La SCO si trasforma in una forza motrice economica e di sicurezza mentre, parallelamente, il Pipelinestan accelera la piena integrazione della SCO come colpo di risposta diretto alla NATO. Gli stessi protagonisti regionali decideranno cosa avrà più senso, se questo o una Nuova Via della Seta inventata a Washington.
Che non ci siano dubbi. Dietro l’interminabile demonizzazione di Putin e la miriade di tentativi per delegittimare le elezioni presidenziali della Russia, si nascondono alcuni settori davvero infuriati e potenti delle élite di Washington e anglo-statunitensi.
Sanno che Putin sarà un negoziatore problematico su tutti i fronti. Sanno che Mosca cercherà sempre di più una coordinazione stretta con la Cina: sulle frustranti e permanenti basi della NATO in Afghanistan; sul facilitare l’autonomia strategica del Pakistan; sull’opposizione alla difesa missilistica; sul garantire che l’Iran non venga attaccato.
Sarà il demonio prediletto perché non ci potrebbe essere un rivale più formidabile ai piani di Washington sullo scenario mondiale, che si chiamino Grande Medio Oriente, Nuova Via della Seta, Dominio a Spettro Completo o Secolo Pacifico degli Stati Uniti. Signori e signori, aspettiamoci un fracasso.




