Blog personale di Patrizio Ricci – International Freelance Reporter
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Disinformazione

I cecchini miravano sulla folla e sulla polizia indiscriminatamente.

Russia Today riferisce e rende disponibile l’audio di una registrazione telefonica eseguita 28 marzo (Funzionari del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina – SBU) tra il ministro degli esteri estone e il ministro degli affari esteri europeao Caterine Aston. Nella conversazione  il ministro estone le comunica che ci sono prove documentali che nella ‘rivolta di p..zza Maidan  gli stessi cecchini hanno sparato prima ai manifestanti e poi alla polizia.

“”Vi è ora la comprensione più forte che dietro i cecchini, non c’era Yanukovich, ma c’erano persone della nuova coalizione”.

Se è vero che in questo frangente, è bene ‘prendere tutto con le pinze’  ma l’ausilio di cecchini nelle rivolte non è cosa nuova. Spesso questo sistema è utilizzato per esasperare la folla, costringendo così anche i più retrivi alla violenza a compattarsi con gli elementi più esagitati e far intervenire la ‘Comunità Internazionale’.
C’è un’evidenza: l’unico che non aveva nessuna ragione di far precipitare le cose era il governo.

ULTIM’ORA:

Una nota pubblicata oggi sul sito del Ministero degli Esteri estone conferma l’autenticità della telefonata (http://www.vm.ee/?q=en%2Fnode%2F19353) .

Ecco i passi fondamentali della telefonata:
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tharirCome al solito la nostra stampa e TV fa disinformazione e ha ricacciato i vecchi slogan, facendoci vedere la violenza ma senza spiegare alcunchè, questo articolo finalmente porta chiarezza:

Come Morsi si è fatto fuori da solo.  http://blogs.euobserver.com/debeuf/2013/07/25/how-president-morsi-ousted-himself-a-too-short-overview/

Di Koert Debeuf

In Egitto la confusione oggi è a 360 gradi. Ovunque infuriano i dibattiti per stabilire se l’esercito abbia o no fatto un golpe, se il 30 giugno ci sia stata una seconda rivoluzione o un prolungamento della rivoluzione del 2011. Che fare della Fratellanza Musulmana, per non parlare del presidente Mohamed Morsi che da due settimane è tenuto nascosto da qualche parte? Il mio tassista ha dichiarato che andava a una protesta pro-Morsi benché non volesse assolutamente il ritorno al potere né dei Fratelli Musulmani né di Morsi. Una gran confusione.

Però i sentimenti profondi di odio che affiorano oggi sono causati più dalla preoccupazione che dalla confusione. Molti odiano i FM e sono disposti a fare qualsiasi cosa per spezzare la schiena a questa organizzazione. Sono convinti che i FM siano dei totalitari religiosi. Altri odiano l’esercito, la polizia e tutto ciò che ricorda il vecchio regime ed è simbolo di quello che era andato malissimo in Egitto negli ultimi decenni. Da parte loro, i FM odiano qualsiasi cosa puzzi anche lontanamente di laicismo. Secondo loro, il 30 giugno, e tutto quello che lo ha preceduto, è stato una grossa cospirazione.

In realtà hanno tutti in un certo senso ragione.

Chi sono i Fratelli Musulmani?

I FM furono fondati nel 1928 da un giovane insegnante egiziano,  Hassan Al Banna. Non è una coincidenza che Mustafa Kemal Attatürk avesse abolito il Califfato pochi anni prima. Al Banna si convinse che gli egiziani si stavano occidentalizzando troppo e che dovevano ridiventare veri musulmani. Per raggiungere il suo scopo usava due mezzi: la resistenza all’occupazione britannica dell’Egitto e soprattutto l’educazione degli egiziani stessi. A tutti gli effetti Al Banna era una specie di missionario. Viaggiò per tutto l’Egitto, per convincere il numero più grande possibile a unirsi al suo movimento segreto di resistenza.

I FM univano l’educazione religiosa all’aiuto sociale per i più poveri. Questo li rese subito immensamente popolari.  Meno entusiaste erano le autorità egiziani e britanniche. Vedevano i FM come un movimento sovversivo e si mossero velocemente per sopprimerli, perché i FM usavano la violenza. Nel giro di un anno fu ucciso lo stesso Hassan Al Banna.

L’egiziano medio non si è mai fidato completamente dei FM, e questo per tre motivi.

Primo: l’ambiguità riguardo all’obiettivo ultimo. Puntano a ripristinare il Califfato? Aspirano al dominio mondiale? Vogliono trasformare l’Egitto in una sorta di Arabia Saudita?

Il secondo motivo è congruente con il primo: il fatto che sia una società segreta. Come con la massoneria, non c’è un elenco pubblico dei soci e nessuno conosce i loro numero esatto. E benché lo neghino, i FM sono organizzati a livello internazionale. La segretezza è motivata in gran parte dalla persecuzione, ma dà luogo anche  ogni genere di teorie complottistiche.

I terzo motivo è il fatto che, come ho spiegato prima, i FM hanno usato molta violenza. Il loro atto più infame è stato l’assassinio del presidente Anwar Sadat. Nonostante abbiano ripudiato la violenza, molti sono convinti che sono ci sono loro dietro a organizzazioni terroristiche come Gamaa Al Islamiya o Al Qaida.

Nel passato di Al Zawahiri, il successore di Osama Bin Laden, ci sono i FM. Non è una caso che ogni presidente egiziano abbia avuto rapporti tesi con i FM, ma allo stesso tempo si sia sentito in obbligo di trattare con loro.

La rivoluzione del 2011

Quando il 25 gennaio 2011 le prime proteste di massa cominciarono a riempire la Piazza Tahrir, i capi dei FM dichiararono che i loro membri non avrebbero partecipato. Avevano scelto l’evoluzione, non la rivoluzione. Ciononostante, molti dei loro giovani si unirono ai rivoluzionari a Tahrir. Al 28 gennaio i FM si erano resi conto che stare a guardare era una scelta perdente, e appoggiarono la rivoluzione. È stato un passo importante perché se c’è una cosa che l’organizzazione è capace di fare è di attirare le folle. Questo divenne evidente dopo la caduta di Hosni Mubarak e i grossi errori dei militari. Se c’era bisogno di riempire la Piazza Tahrir, si poteva contare sui FM perché la riempissero. Ciò dava loro l’aura di organizzatori efficienti che potevano parlare per gran parte degli egiziani.

Fu così che i FM aggiunsero l’aureola della rivoluzione ai decenni di resistenza alla dittatura.  Mohamed Morsi era piuttosto abituato a starsene in galera e sia lui sia molti altri leader dei FM erano ancora in carcere al 25 gennaio. Inoltre, proiettavano l’immagine dei “bravi musulmani” e quindi di gente onesta, in confronto al vecchio regime. Un terzo vantaggio rispetto all’opposizione era che avevano un piano: la cosiddetta Ennahda.

Le elezioni del 2011

Così, non fu una sorpresa quando i FM vinsero le elezioni di novembre in modo molto convincente, con quasi il 50% dei voti. Gli altri partiti in gara erano frammentati, male organizzati e fecero parecchi errori in campagna elettorale. In metropolitana trovai uno che mi spiegò molto chiaramente perché aveva votato FM. Disse: “Per sposarmi ho bisogno di comprare un appartamento. Non posso farlo se perdo il lavoro. L’economia deve ripartire. I FM sono la migliore garanzia che questo avvenga.”

L’entusiasmo in Egitto prima, durante e dopo le elezioni era enorme. La gente fece la fila per ore pur di votare per la prima volta in elezioni vere. Dovunque si parlava della politica e del significato della libertà appena conquistata: in metropolitana, al mercato, dal barbiere. Dopo le elezioni, un numero enorme di egiziani ascoltava le sedute del parlamento, che venivano trasmesse in diretta alla radio. Le ascoltavano sui tassì, per strada, nelle sale da thè. Ascoltavano ogni parola.

È questo che ha segnato l’inizio della caduta dei FM.

Tutti gli egiziani sentirono quanto erano caotici i dibattiti parlamentari. Sentirono le proposte più folli dai FM e dai Salafiti da loro eletti. Sentirono il parlamentare che proponeva di legalizzare i rapporti sessuali  con la propria sposa fino a sei ore dopo la sua morte. Questo fece infuriare l’egiziano medio. Avevano votato per i FM per migliorare l’economia, non per discutere dell’islam. Il sostegno popolare per i FM crollò.

Le elezioni del 2012

Ero seduto con alcuni giovani rivoluzionari il giorno prima del primo turno di elezioni presidenziali. Improvvisamente uno di loro domandò: “E se il secondo turno dovesse vedere contrapposti Morsi e Ahmed Shafiq?’  Questo naturalmente per i rivoluzionari del 25 gennaio sarebbe stato il peggior incubo. Votare per Shafiq era escluso. Era stato l’ultimo primo ministro di Mubarak. Se fosse diventato presidente Shafiq, si sarebbe vanificata la rivoluzione. Con lo stupore di molti egiziani, questo incubo divenne realtà.

Benché Morsi, e quindi i FM, al primo turno abbiano ottenuto solo il 25%, ovvero solo la metà del punteggio che avevano ottenuto alle elezioni parlamentari sei mesi prima, cionondimeno Morsi aveva avuto più voti di tutti gli altri candidati. La stragrande maggioranza, il 75%, non votò per i FM, ma si trattò di un voto frammentato. Era questa (ed è ancora questa) la realtà dell’opposizione: divisa e senza una strategia in comune. Il sottoscritto suggerì che i candidati rivoluzionari appoggiassero Morsi in cambio di metà del potere e del diritto di veto. Non si arrivò mai a un vero e proprio patto secondo queste linee a causa della mancanza di unità nel campo rivoluzionario. Tuttavia Mohamed Morsi accettò la proposta in diretta, nel corso del programma più importante della tv. Promise di essere il guardiano della rivoluzione, il presidente di tutti gli egiziani, e di condividere il potere con l’opposizione liberale. Inoltre promise di nominare vice-presidenti un cristiano copto e una donna.

Che opzioni aveva l’elettore rivoluzionario? O lasciare che vincesse Shafiq, o votare con riluttanza per Morsi, nella speranza che le promesse non fossero parole vuote.

Le promesse non mantenute di Morsi

Mi trovavo in mezzo alla piazza Tahrir e fra una folla di sostenitori dei FM quando fu dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali Muhamed Morsi, che così diventava il primo presidente eletto della storia dell’Egitto. Era indescrivibile il sollievo fra i presenti. Era come se si fossero liberati di 85 anni di persecuzioni. Quella settimana pubblicai un pezzo dove dicevo che Morsi poteva scegliere fra collaborare e sparire. E che se i FM non avessero mantenuto le promesse, il timore degli egiziani nei loro confronti si sarebbe presto mutato in odio. Ed è  esattamente questo ciò che è accaduto in quest’ultimo anno.

In realtà, Morsi aveva cominciato bene. Depose l’odiato leader militare Tantawi e lo sostituì con il generale, più giovane di lui, Abdel-Fattah Al-Sisi.  Tantawi era il volto del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) che detenne il potere nell’interim fra Mubarak e Morsi. Fu lo stesso SCAF a privare il presidente del potere durante il weekend delle elezioni presidenziali, per via di una dichiarazioni costituzionale redatta in modo affrettato. Essendosi ripreso quel potere in agosto, Morsi ebbe l’appoggio di molti egiziani. La sua percentuale di approvazione arrivò all’80%.

Altre promesse sono state più difficili da mantenere. Morsi si era impegnato a risolvere il problema del traffico al Cairo nel giro di cento giorni. E di ripulire la città. Naturalmente al termine di cento giorni non erano diminuiti né il traffico né la spazzatura del Cairo, una delle città più caotiche del mondo.

Però non mantenne neppure la promessa di nominare vice-presidenti una donna e un copto. Nominò invece un giudice molto apprezzato.

L’inizio della fine: il mini-golpe

Ma nessuna di queste mancanze fu il motivo che portò all’improvviso cambiamento di atmosfera in Egitto. Con stupore di tutti, nel novembre 2012, Morsi – attraverso il suo portavoce – emise una nuova dichiarazione costituzionale, che spogliava di ogni potere i giudici della Corte costituzionale. Nominò un nuovo procuratore generale. Inoltre dichiarò che entro una settimana dovevano essere redatte le costituzioni e che nel giro di due settimane si doveva tenere un referendum su un testo scritto quasi esclusivamente da islamisti.

L’Egitto rivoluzionario e liberale si infuriò. Invece di coinvolgerli nel processo politico, li metteva da parte assieme all’intero potere giudiziario.

È per questo che le masse scesero in strada ancora una volta, per protestare contro “il golpe dei FM”. I FM usarono delle gang armate per disperdere i contestatori. Alcuni furono trascinati all’interno del palazzo presidenziale dove vennero picchiati e torturati. I rivoluzionari della prim’ora dichiararono Morsi il nuovo Mubarak. Il vicepresidente dette le dimissioni per protesta, così come tutti i consiglieri presidenziali indipendenti.

Il giorno dopo il cosiddetto mini-golpe, chiesi a una persona vicina a Morsi che cosa stava succedendo. Mi raccontò una storia incredibile: che Morsi e leader dei FM erano convinti che si stesse preparando un grosso complotto, orchestrato da figure dell’opposizione come Mohamed El Baradei, dai media, dai giudici, dal mondo degli affari e da elementi del vecchio regime. In altre parole Morsi e i suoi fratelli adottarono una mentalità da trincea, da “noi contro tutti gli altri” e da allora non l’hanno più mollata. Questo ha portato Morsi a commettere un errore dopo l’altro. Il dialogo divenne impossibile.

La tirannia della maggioranza

Ci furono diversi tentativi di ripristinare il dialogo. Il primo lo fece il nuovo comandante dell’esercito, generale Sisi, durante le proteste contro il mini-golpe. Ma Morsi respinse l’invito di Sisi. Invece si organizzò un dialogo fra i suoi consiglieri, il vice-presidente dimissionario e l’opposizione.

A quel punto l’opposizione aveva perso ogni fiducia. E bisogna dirlo, l’opposizione era anche talmente frammentata che qualsiasi strategia che non fosse il boicottaggio sembrava impossibile. Eppure, nonostante le divisioni, l’opposizione si è organizzata in un Fronte di Salvezza Nazionale, con a capo Baradei. Una volte diventato chiaro chi fossero gli interlocutori, l’Unione Europea ha tentato una sorta di compromesso, una condivisione del potere fra i FM e l’opposizione. Morsi doveva sostituire il suo primo ministro e dare all’opposizione cinque posti nel governo. La legge elettorale sarebbe stata adattata secondo le considerazioni dettate dalla Corte suprema costituzionale. L’odiato procuratore generale sarebbe stato sostituito. Era venuta al Cairo Catherine Ashton in persona, capo della diplomazia dell’UE, per dare la spinta finale a questa proposta. Tutti sembravano d’accordo. Ma Morsi non rispose. La leadership politica dei FM era divisa.

Invece di cercare di chiudere il cerchio, fu lanciata una campagna contro le principali figure politiche e mediatiche. Arrestati giornalisti. Politici liberali accusati di spionaggio, di eresia, di cospirazione. Perfino il popolarissimo comico satirico Bassem Youssef fu messo alla sbarra e interrogato. Nel giro di meno di sette mesi l’approvazione popolare per Morsi crollò dall’80 al 30 per cento. Sempre di più gente lo vedeva come il presidente dei Fratelli Musulmani piuttosto che il presidente di tutti gli egiziani. Chi aveva votato per lui si sentiva defraudato. In nome della rivoluzione avevano messo da parte i loro profondi dubbi e ansietà per le elezioni presidenziali. Ora si sentivano traditi da Morsi.

I giovani si sollevano contro Morsi

Oltre a tutti gli errori politici, l’Egitto stava andando sempre peggio economicamente. C’erano interruzioni quotidiane dell’elettricità e dell’erogazione dell’acqua. La mancanza di benzina era un incubo generale che creava enormi intasamenti nel traffico e lunghe file dai distributori. Il costo della vita si impennò mentre la sterlina egiziana cadeva. Se non fosse stato per gli aiuti del Qatar e della Libia, l’Egitto sarebbe probabilmente finito in bancarotta in gennaio.

In aprile ad alcuni giovani venne l’idea di lanciare una petizione per chiedere elezioni presidenziali immediate. Si progettò una grande manifestazione per il 30 giugno, il primo anniversario del giuramento di Morsi. Con loro stessa sorpresa, la risposta alla petizione fu enorme. Nel giro di pochissimo raccolsero 2 milioni di firme. I militari si resero conto che il 30 giugno sarebbe stata una manifestazione gigantesca e pericolosa. L’odio era profondo. L’esercito decise di contattare i fondatori del movimento di rebellione (Tamarod) offrendosi di provvedere alla sicurezza in cambio di una manifestazione pacifica.

Intanto la petizione raccoglieva un numero spettacolare di firme (si dice che alla fine fossero 22 milioni), il che rese evidente a tutti che la cosa sarebbe finita in uno scontro gigantesco fra coloro che vedevano Morsi come nuovo dittatore (tradendo tutti gli ideali della rivoluzione) e i FM (che insistevano sul rispetto per il risultato dell’elezione). Già nei giorni prima del 30 giugno ci sono stati degli scontri e dei morti.

Il ruolo dell’esercito egiziano

L’esercito è molto rispettato in Egitto. Soprattutto perché tutte le altre istituzioni sembrano fallire, i militari sono spesso sembrati gli unici capaci di portare a termine le cose. Anche per il fatto di detenere una grossa fetta dell’economia del Paese (le cifre variano dal 20 al 40 per cento), l’esercito è considerato l’unico fattore capace di mettere al primo posto gi interessi del Paese. Durante la rivoluzione del 2011 scelse di non intervenire, il che significava stare dalla parte dei contestatori di Piazza Tahrir. Alla fine, sono stati i militari a deporre Mubarak.

Naturalmente anche Morsi vedeva l’avvicinarsi del 30 giugno. Ma invece di cercare una soluzione, cercava i modi più diversi di distrarre l’attenzione della gente e cercare di riunirli tutti dietro a sé. Improvvisamente venne fuori il problema della diga sul Nilo in Etiopia e una minaccia di guerra. La condanna degli impiegati di una Ong che attirò delle ire in Europa e negli USA. E improvvisamente, davanti a uno stadio di calcio pieno stipato, Morsi annunciò il cambiò di strategia nei confronti della Siria, lanciando la jihad contro Assad. Allo stesso tempo si rifiutava di prendere provvedimenti duri per mettere fine all’anarchia e alla violenza nel Sinai, dove erano stati rapiti diversi soldati.

Così, in giugno l’esercito vedeva convergere due fenomeni. Da una parte il grosso scontro fra gli oppositori di Morsi e i suoi sostenitori, che potenzialmente poteva sfociare in una specie di guerra civile. Dall’altra l’esercito vedeva un presidente disposto a rischiare la sicurezza  nazionale per motivi politici. E questo senza considerare le conseguenze economiche di tutto ciò, per Paese già stremato. Il General Sisi ha fatto molti tentativi di persuadere Morsi a entrare in dialogo con l’opposizione. Non solo Morsi si è rifiutato di ascoltarlo, ma l’ufficio politico dei FM ha deciso in silenzio di sostituire Sisi e una serie di altri generali. Destino simile era assegnato a un gruppo di giudici e giornalisti “cospiratori”.

Il finale: 30 giugno 30 – 3 luglio

La tensione alla vigilia del 30 giugno era enorme. Tutti erano convinti che ci sarebbe stato uno scontro massiccio e violento. Degli amici mi dissero che erano pronti a morire – o almeno che erano convinti che alla fine sarebbe stato quello il loro destino. Ma quando andai da piazza Tahrir al palazzo presidenziale e di ritorno il 30 giugno, capii che per Morsi era finita. Mai prima di allora era scesa tanta gente in piazza. I numeri variavano da 15 a 33 milioni di egiziani. Qualunque fosse la conta esatta, era chiaro a tutti che questa volta era di gran lunga  più grossa della stessa rivoluzione del 2011. La protesta era troppo grossa per fallire.

Allora restava la domanda: e l’esercito cosa farà? Aspetterà a intervenire finché la situazione degenera totalmente nella violenza, o farà una mossa preventiva? Il Generale Sisi ha scelto quest’ultima opzione. Ha dato ai politici egiziani (leggasi: Morsi) 48 ore per trovare una soluzione. Morsi ha respinto l’ultimatum e ha fatto un discorso in cui ha ripetuto delle presunte cospirazioni e interferenze straniere. L’unica ‘concessione’ è stata la promessa di tenere le elezioni parlamentari entro sei mesi.

L’esercito è intervenuto, col sostegno dei liberali, del pope copto e del capo di Al Azhar, il più rinomato istituto dell’islam sunnita. Hanno presentato un piano di transizione che ricalcava esattamente quello proposto dal movimento dei rivoluzionari due settimane prima. Io mi trovavo in Piazza Tahrir quando è stato annunciate che Morsi era stato rimosso e sostituito dal giudice di turno della Corte costituzionale. L’atmosfera divenne estatica. Milioni di egiziani hanno festeggiato, ballato e cantato per le strade, tutta la notte.

Rivoluzione or golpe militare?

A parte gli stessi FM, sono pochi gli egiziani che considerano un vero colpo di stato militare la rimozione di Morsi. Piuttosto, è considerata una seconda rivoluzione, con i militari a fianco del popolo, come fu con la prima rivoluzione. Contrariamente a quello che aveva fatto nella prima rivoluzione del 2011, l’esercito non ha preso il controllo politico della transizione, ma ha immediatamente presentato un presidente civile e un gabinetto. Tuttavia è chiaro che le forze armate continuano a giocare un ruolo importante in Egitto, politicamente ed economicamente, come da sessant’anni a questa parte. Particolarmente nella politica estera, è e rimane l’esercito che fissa i confini.

Però il massacro commesso dai militari fra i Fratelli Musulmani in piazza solleva gravi questioni di responsabilità. C’è qualcuno che potrà mettere i militari di fronte alle loro responsabilità? O l’esercito resta uno stato intoccabile all’interno dello Stato? Come avvenne per la Malesia o la Turchia,  probabilmente ci vorrà molto tempo prima che l’esercito egiziano possa essere riportato al suo ruolo appropriato.

Ma la questione più importante rimane: cosa ne sarà dei FM? Finora si sono rifiutati di accettare la rimozione di Morsi e si rifiutano di negoziare se non sarà riammesso al suo posto. Sicuramente vedremo altri scontri nelle settimane e nei mesi a venire. Ma aperture al dialogo – con o senza gli auspici dell’UE – rimangono possibili. In ogni modo, perché l’Egitto possa fare progressi, bisogna trovare qualche tipo di democratico modus vivendi. Perché ciò avvenga, l’odio e la diffidenza devono lasciare il posto a una cosa con cui abbiamo imparato a convivere da tempo in tutti i paesi democratici: il compromesso.

foto wikipedia

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Il Guardian rivela che i servizi di intelligence americani spiavano tutti. Tuttavia, la cattiva notizia non è che spiavano ‘governi amici’, ma che è illegale farlo con chiunque! In ogni caso, è un’evidenza che la Cia ha decuplicato mezzi e organici, e non certo per dare una risposta alla disoccupazione…

di Patrizio Ricci (fonte La Perfetta Letizia)

Lo scorso fine settimana il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato che le agenzie di spionaggio americane (la National Security Agency, NSA, e la Central Intelligence Agency, CIA) non solo avrebbero violato la privacy di milioni di cittadini americani (in aperta violazione del quarto e quinto emendamento della Costituzione Usa), ma avrebbero anche spiato le istituzioni europee, comprese quelle dei singoli stati membri Le violazioni alla segretezza sarebbero state compiute anche contro le sedi diplomatiche di 38 paesi amici (tra cui l’Italia). L’acquisizione illegale di informazioni (tramite intercettazioni ambientali e violazioni delle reti informatiche) sarebbe stata messa in atto non solo per conseguirne vantaggi politici, strategici ed economici, ma anche per avere a disposizione dossier riservati da poter essere usati come formidabili armi di ricatto. E’ questo l’ultimo atto dello scandalo scoppiato a seguito delle informazioni fornite dall’ex agente NSA Edward Snowden al giornalista Glenn Greenwald (reporter del ‘The Guardian’).

Dopo la pubblicazione delle notizie, da Bruxelles la reazione è stata decisa: il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha chiesto agli USA “un chiarimento completo” ed ha minacciato “serie ripercussioni sui rapporti bilaterali”, qualora la vicenda non fosse chiarita. Sulla stessa linea l’Italia: da Zagabria, dov’era in visita ufficiale, il presidente Napolitano ha fatto sapere che si tratta di “una questione spinosa che dovrà trovare risposte soddisfacenti”.

Ancorché doverose e legittime, queste prese di posizione suscitano più di qualche perplessità: ciò che ha contraddistinto la politica internazionale occidentale negli ultimi anni non è stata certo la chiarezza o il rispetto dello stato di diritto. Le guerre preventive, le guerre umanitarie, le operazioni sotto copertura sono diventate sempre più abituali e sempre più spesso utilizzate per fini di supremazia geopolitica. In alcuni casi sono state create informazioni ad hoc su situazioni emergenziali (come nel caso delle armi di distruzione di massa irachene che non c’erano), tali da giustificare un intervento armato. E’ una scelta: evidentemente c’è chi pensa che le garanzie democratiche sono importanti ma che in tempo di crisi economica e caos internazionale è meglio avere ‘meno paletti’…

Non è vero che l’Europa non sapeva. Il modo di operare delle agenzie di sicurezza americane è così noto che addirittura anche la cinematografia ne ha tratto continuamente ispirazione: sono anni che numerosi film di Hollywood (come The Listening del 1996) o le serie televisive di spionaggio Alias, Codice Matrix e Chuck ci descrivono con dovizia di particolari lo scenario attuale. Allora se i fatti del ‘datagate’ sono noti anche a chi non legge i giornali e non s’interessa di politica (basta andare al cinema), che genere di giustificazioni si aspettano le nostre diplomazie se non di rito? Infatti dagli USA, messo alle strette dai giornalisti, la replica del segretario di Stato Usa John Kerry è scontata: “La ricerca delle informazioni sugli altri Paesi non è inusuale”.

Non sarà soddisfacente ma Kerry dice il vero: questo comportamento non è inusuale. La rete di spionaggio statunitense è globale e i nostri governi sono informati, anzi ne legittimano l’uso. In realtà quello che indigna è solo l’uso contro gli ‘amici’: un po’ debole come speranza, visto che mai come oggi non è l’amicizia che tira le fila dei rapporti tra i popoli ma l’interesse. E’ la scelta anche di chi oggi si meraviglia del ‘tradimento’.

Ciò che sembra turbare (pubblicamente) i sonni dei nostri governanti è roba vecchia, il suo nome in codice è ‘Echelon’. La sua esistenza è nota dal 1997 (ma la sua nascita è antecedente): ‘Echelon’ è la rete di spionaggio informatico messo in piedi da Stati Uniti e Gran Bretagna capace di controllare l’intero globo e di intercettare, selezionare e registrare ogni forma di comunicazione elettronica. E’ composta da satelliti artificiali, super computer e un certo numero di stazioni a terra in grado di ricevere informazioni dai satelliti presenti in orbita. L’obiettivo di Echelon non è solo la raccolta d’informazioni per la difesa nazionale ma anche la raccolta d’informazioni civili: tra i suoi compiti c’è lo spionaggio di comuni cittadini, dei governanti, delle ambasciate, di governi nazionali e transnazionali. Si tratta di un genere di attività stranota ai vertici comunitari: l’Europarlamento esaminò un primo rapporto Echelon “Valutazione delle tecnologie di controllo politico” commissionato dallo Stoa (Scientifica and Technical Option Assessment office) a Steve Wright della Omega Foundation. Nel 1999 è presentato da Duncan Campbell un secondo rapporto “Interception Capabilities” al parlamento europeo sul sistema di spionaggio Echelon.

Più che il loro contenuto, sembra proprio che il vero contraccolpo sia stato la divulgazione delle notizie. Dier Spieghel ha rivelato che già si sapeva tutto ed erano in corso indagini, forse ora se ne parla solamente perché si è superato un certo ‘limite’. Lo scandalo ‘datagate’ non è affatto uno scandalo, tutto ciò che è successo oggi fa parte di una prassi dettagliata e consolidata illustrata fin dal 1996 nel libro ‘Secret Power ‘ del ricercatore e giornalista investigativo Nicky Hager. Non si trattava di gossip ma di una cosa talmente seria che Il Parlamento Europeo nel 2001 convocò Nicky Hager e lo fece relazionare sulle sue ricerche: descrisse né più né meno lo scenario che conosciamo oggi. Paradossale che qui da noi, mentre trapela che l’Italia addirittura aiutava gli americani a carpire notizie riguardanti gli altri paesi europei, l’ex ministro degli esteri Frattini dica con un tweet: “Spero emerga prestissimo prova che la fonte del Guardian dice falsità su spionaggio USA a danno paesi europei”.

Alla luce di quanto sta succedendo possiamo solo sperare che i cittadini si informino e approfondiscano autonomamente (i mezzi oggi ci sono): solo un’opinione pubblica informata e non distratta potrebbe fare pressione sulle istituzioni perché riconducano sotto un’effettiva supervisione mondiale le attività delle varie intelligence, limitandone il campo d’azione e ripristinando così le garanzie sancite dalla Carta dei diritti.

( copyright 2013 – quotidiano on line ‘La Perfetta Letizia’ ) &copy Copyright La Perfetta Letizia, All rights Reserved. Written For Patrizio Ricci

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Ma la Francia non era il paese della liberté, fraternité. egalité? 

Autore: Talleau, Franck  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!

Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!
Da un padre arrabbiato

Lunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.
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La Reale Accademia Svedese ha sempre fatto operazioni politiche con il suo premio. Ma l’assegnazione del Nobel alla Ue è una decisione imbarazzante, un limpido caso di abuso della storia

fonte ‘cado in piedi’
Tre anni fa venne assegnato ad Obama un premio Nobel per la pace, non per quel che aveva fatto, ma per quel che avrebbe fatto: un Nobel alle intenzioni. Oggi il prestigioso premio è assegnato alla Ue, per il suo ruolo di pace: un Nobel alla Memoria. Non ci vuol molto a capire che si tratta di un pietoso puntello ad una istituzione che traballa assai e che, se pure sopravvivesse, non si capisce che ruolo potrebbe avere e, di conseguenza che futuro. Se oggi facessimo un referendum in tutti i paesi membri sulla prosecuzione della Ue i Si al suo scioglimento sarebbero una valanga (e badate che sarei fortemente tentato di votare No o al massimo di astenermi: dunque, non lo dico con compiacimento). La Reale Accademia Svedese ha sempre fatto operazioni politiche con il suo premio, questo è fuori discussione: in qualche caso condivisibili (ad esempio il Nobel per la pace a Desmond Tutu) altre un po’ meno (vi ricordate il Nobel per la Pace a “mezzadria” fra Kiessinger e Le Duc Tho?).
Ma questo è legittimo e, d’altra parte, un premio per la Pace non può che essere un premio politico (anche se, poi, la politica si è fatta anche con quelli per la letteratura -vedi Churchill-, per non dire della serie indecente dei premiati per l’Economia; premio istituito nel 1968 solo per tirare la volata ai neo classici). Però da un po’ di anni le operazioni si sono fatte un po’ troppo scoperte sino a sfociare nel ridicolo del premio “a futura memoria” ad Obama (che ha continuato tutte le guerre di Bush, per cui non si capisce perché non sia stato insignito il suo predecessore. Un’ingiustizia!).

Con questo alla Ue passiamo dal ridicolo all’imbarazzante. La Reale Accademia può premiare chi vuole, anche i cammelli trapassati, nessun problema su questo, e può anche inventarsi che i cammelli parlano esperanto, ma, insomma, esageuruma nen!. La motivazione premia la Ue per aver scongiurato il pericolo della guerra in Europa per 60 anni. Questo è un limpido caso di “abuso della storia”.

Per almeno 46 anni (1945-1991) la guerra in Europa non c’è stata solo perché Usa ed Urss hanno deciso in questo senso e gli Europei avevano voce in capitolo come il due di coppe quando la briscola è bastoni. Per cui lascerei perdere. Poi, finito il bipolarismo, ci sono subito state le guerre inter jugoslave nelle quali la Ue non ha contato nulla, anzi quel po’ che poteva fare per sfasciare la federazione lo aveva fatto gestendo la partita del debito pubblico Jugoslavo. In quella occasione la Ue avrebbe potuto assumere su di sé il compiti di gestire la crisi, ma permise che la cosa fosse presa in mano dagli Usa. Ve l’immaginate se si sfasciasse il Messico o il Canada e la Ue pretendesse di guidare lei una crisi del genere? Pensate che gli Usa lo permetterebbero?

Dopo sono venute le guerre (pardon: le operazioni di polizia internazionale) nel Golfo Persico, in Somalia, in Kosovo, in Afghanistan e regolarmente la Ue, in quanto tale, non è esistita ed i singoli componenti sono andati in ordine sparso, in maggioranza prendendo ordini dagli Usa, che tutto facevano, meno che evitare guerre.

Della crisi iraniana non stiamo nemmeno a dire. Unica occasione in cui alcuni paesi europei hanno avuto una posizione di primo piano è stata la guerra di Libia. Personalmente ritenevo e ritengo che, nonostante tutti gli orrori che abbiamo ben presenti, quell’intervento andasse fatto, ma, insomma, non mi pare di poterlo chiamare pace! A chiamare le cose con il loro nome è stata una guerra. Ed allora, mi volete spiegare il premio a che cosa è stato dato?

ndr: Vietatoparlare.it DISSENTE che la guerra di AGGRESSIONE alla Libia andasse fatta

Ma prima di tutto, a chi è stato dato? Ad una ameba priva di qualsiasi consistenza politica. Prova ne sia che già stanno litigando su chi deve ritirare il premio: il presidente del Parlamento? Quello della Commissione? Mister Pesc? Si parla persino di 27 bambini, uno per paese membro: per cortesia evitiamo di coinvolgere l’infanzia in vicende porno come questa.

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comunemente ci è inculcato a scuola che la Rivoluzione Francese come la pietra miliare dell’età moderna come se prima non ci fosse nulla e come se essa fosse l’emblema della libertà. Anche oggi il pensiero occidentale è influenzato fortemente da questo mito che in realtà, in gran parte, è una mistificazione.

pubblicata da Vivo la Politica come vivo la Vita il giorno domenica 20 febbraio 2011 alle ore 21.55 ·
IL TIMONE N. 17 – ANNO IV – Gennaio/Febbraio 2002 – pag. 22 – 23 -  autore mons. Luigi Negri

La Rivoluzione francese è il primo radicale tentativo di costruire una società ed una struttura statale nell’orizzonte di quella cultura che si definisce “moderna”.

Capisaldi di questa cultura sono: un uomo “senza Dio”, assolutamente autonomo ed autosufficiente che non ha bisogno di nessun riferimento religioso per conoscere la sua identità, i principi fondamentali del suo comportamento, le regole fondamentali della vita sociale. Si definisce questo mondo culturale anche come laicismo. Padre Cornelio Fabro raccoglieva l’essenza del laicismo in questa formula : “Dio se c’è, non c’entra”.

Il mondo moderno con la Rivoluzione francese ha dimostrato in modo gigantesco, negli sforzi e anche negli orrori, che era possibile creare una società e uno Stato secondo quella ragione illuministica, che è sostanzialmente una ragione scientifico-tecnologica. In particolare lo Stato costituisce l’obiettivo ultimo dello sforzo per razionalizzare la vita dell’uomo nella società.

Lo Stato diviene dunque la realtà che raccoglie tutti i valori razionali, culturali ed etici: diviene dunque il vero fatto che da valore totale alla persona ed alla società. Si può anche dire che la Rivoluzione Francese sostituisce ad uno Stato che riconosce nelle origini del potere una dimensione religiosa della vita, uno Stato che si presenta come capace di totalizzare la società: uno Stato “totalitario”, appunto. È ovvio che quindi non si è trattato di una evoluzione di pezzi della società precedente, richiesta dall’apparire di nuove esigenze, di nuovi problemi, di nuove sfide. La società precedente aveva vissuto momenti di riforma parziale che l’avevano, in qualche modo, adeguata progressivamente alla evoluzione di tempi e problemi.
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“Perchè fate delle cose che ci dite di non fare?” “Siamo davvero nella lista delle vostre priorità?” “Fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole”

Nel 1992 Severn Suzuki non era altro che una bambina. Una bambina come lo siamo stati noi, come lo sono – magari – i vostri fratelli, i vostri figli, i vostri nipoti. Era una bambina e al contrario di tanti suoi coetanei preferì andare al “Vertice della Terra delle Nazioni Unite” a Rio de Janeiro piuttosto che giocare. Fece una raccolta fondi e con una delegazione di suoi coetanei arrivò a parlare davanti ai potenti (o presunti tali) del mondo.

Severn Suzuki aveva 12 anni, ma quel giorno ebbe una capacità d’analisi degna di un premio Nobel. Zittì il mondo con un monologo che durò poco più di sei minuti. Non fu un vero e proprio un j’accuse, ma semplicemente un punto di vista sfociato in una richiesta di un mondo migliore.

“non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo”.

fonte: osservatorio Iraq (http://www.osservatorioiraq.it/al-jazeera-e-l%E2%80%99altra-faccia-del-potereautore Luca Bellusci

Le dimissioni di diversi giornalisti hanno causato un crollo di immagine molto difficile da recuperare per l’emittente araba più famosa al mondo. Da iniziale fenomeno mediatico, Al Jazeera ha dovuto cedere il posto alla real politik del Medio Oriente, intrisa da interessi spesso contrastanti anche tra alleati storici. Il canale all news del Qatar si ritrova così a dover fronteggiare una battaglia senza confini contro i nuovi competitor del settore, riportando l’attenzione su un nuovo soft powerin ‘salsa araba’.

Le cause del declino del primo canale satellitare arabo, in termini qualitativi (ovvero di imparzialità), riporta le lancette della storia indietro di qualche decina di anni, quando il primo progetto per la costituzione di un canale satellitare arabo tra la BBC e la compagnia saudita Orbit fallì a causa di insormontabili divergenze editoriali tra il comitato di redazione e la proprietà.

Fu lo sceicco del Qatar Hamad bin Khalifa al Thani ad avere l’intuizione di creare un canale satellitare in casa propria.

La creazione di una free media zone fu il passo decisivo che fece diventare il piccolo emirato un ‘pigmeo dal pugno di gigante’, così definito dall’Economist.

Il percorso di Al Jazeera fu subito in discesa, grazie alla copertura capillare in tutti i paesi arabi e islamici.

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fonte: Laura BOCCENTI  http://modestiaepudore.wordpress.com/2012/01/30/il-diritto-al-pudore/

La grande macchina della comunicazione mette in scena l’esibizione dell’intimità delle persone e perciò la dissoluzione dell’io. Spesso si pensa che la spudoratezza non sia un grave difetto, bensì una virtù coincidente con la sincerità.

Dal “Grande Fratello” a “Forum”, per segnalare solo i programmi più noti e diffusi, a facebook, la grande macchina della comunicazione organizza lo svago di massa mettendo in scena l’esibizione dell’intimità delle persone, conseguendo ascolti elevati che confermano il gradimento del pubblico ed innescano un circolo vizioso che diffonde la pratica di rendere pubblico ciò che è intimo.
L’aspetto critico del costume che va così propagandosi non consiste soltanto nella volgarità del linguaggio o nell’oscenità degli atti, quanto nella persuasione sottintesa che la spudoratezza non sia un grave difetto, ma una virtù coincidente con la sincerità.

Secondo questo modo di pensare, chi non ha nulla da nascondere non si vergogna di nulla; occultare qualcosa di sé, al contrario, sarebbe segno di una disposizione al male. Così, anche se non in modo esplicito, il pudore viene messo in stato d’accusa come espressione di finzione o, addirittura, come manifestazione di uno stato patologico di repressione.

E l’abolizione volontaria del pudore viene avvalorata come esito auspicabile, come manifestazione di schiettezza e coraggio.
La questione del pudore non è attinente solo alla sfera fisica, ma investe, più profondamente, la totalità della persona, perciò ogni sua falsificazione ha ricadute che riguardano il nucleo profondo dell’uomo.
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Per chi non lo sapesse su tutti i manuali di giornalismo si impara per prima una semplice regola, questa regola si chiama delle  ” 5 W ”

La “regola delle 5 W” è la regola per una corretta informazione. Il giornalista per riportare una qualsiasi notizia  deve necessariamente rispondere alle seguenti domande:
who? chi?
what? cosa?
where? dove?
when? quando?
why? perche’?

Ecco invece  il tipo di informazione  che riusciamo ad esprimere:

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=164470

Cosa manca? Beh, giudicate voi.

Le immagini satellitari “dimostrano” che le truppe di Damasco non hanno ritirato dalle citta’ le armi pesanti, e questo e’ “inaccettabile”. Lo afferma il portavoce di Koki Annan (RAI News 24)

domanda: ma nelle città ci sono anche ribelli armati? Questi hanno armi pesanti? E andate vie le truppe siriane, chi manterrà la sicurezza? Ci sono state vendette verso chi è a favore del governo attuale? L’esercito siriano sta compiendo vendette?  I ribelli hanno deposto le armi? Ci sono aggressioni? Ci sono pressioni verso la cittadinanza, esercitate da chi e per cosa? Cosa sta succedendo? Perchè l’esercito siriano non lascia le città? Se l’esercito lascia le città : esse raranno più sicure? Sicure per chi?  Che disposizioni ci sono per le armi dei ribelli? Qual’è il loro atteggiamento? Ci sono violenze anche da parte di questi verso i civili? Cosa ne pensano i civili? Se l’esercito manda fuori le città le armi pesanti, e i combattimenti continuano: come fanno a sgomberare un edificio, ci vorranno il doppio di truppe? Le fornirà l’Onu? etc…

“quando gli osservatori Onu-Lega araba lasciano le citta’ che monitorano”, i residenti “vengono avvicinati” dalle forze di sicurezza siriane o “magari uccisi”.

Cosa vuol dire questa notizia? Si afferma cioè che i satelliti hanno rilevato che spesso coloro  che abitano in una data città (quale? dove? ci sono satelliti spia ridirezionati sulla Siria?), i RESIDENTI, nelle località  in cui sono presenti  “forze di sicurezza” siriane, ebbene i residenti vengono AVVICINATI dalle forze di Damasco (che i residenti vengono avvicinati è una notizia? è grave reato?) o uccisi (quasi la stessa cosa, i soldati decidono questo con i dadi?) . Secondo l’articolo tutti coloro che hanno come CARATTERE DISTINTIVO LA RESIDENZA IN UNA DATA CITTA’ POSSONO ESSERE AVVICINATI O UCCISI. A parte i dubbi che le cose stiano effettivamente così, DELLE DOMANDE SORGONO INEVITABILI: perchè? con che dinamica? a che scopo?  E’ attendibile una simile notizia? Il servizio non fornisce niente sulla dinamica. Mentre anche nei peggiori delitti si cerca anche il MOVENTE in questo caso la domanda viene omessa, eppure si parla definite “forze di sicurezza”…ma sfugge la loro valenza.  Che motivo hanno le forze di sicurezza siriane  di far fallire UNILATERALMENTE un piano di pace che fa comodo solo al governo legittimo e alla gente , cioè proprio ai “residenti”. Che motivo e che interesse ha l’esercito di far fallire il piano di pace visto che  questo è “l’ultima changes” prima che gli assidui sostenitori della pace e della democrazia, si scatenino nella solita guerra umanitaria ?

Nella prima parte dell’articolo viene illustrato il problema, nella seconda parte la parola passa  al presidente Tunisino che da la SOLUZIONE dice che Assad deve lasciare, deve lasciare “vivo o morto”, ma paradossalmente sarebbe disposto ad ospitarlo per l’esilio… ma questa decisione a chi spetta? Tutti hanno qualcosa da dire, solo il popolo siriano subisce continue intimidazioni  e viene ridotto all’elemosina dalla comunità internazionale .

Sorvolando che ovviamente i mass media non si sono dimenticati la regola delle 5W più facilmente il modo di comunicare segue altre strategie di imbonimento della pubblica opinione, in proposito ricordiamo alcune regole adottate dai media maistream per raggiungere tale obiettivo (che  Noam Chomsky ha elencato):

Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Rivolgersi al pubblico come ai bambini.La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione. Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti. (Noam Chomsky)

 

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