INDONESIA: I CATTOLICI DIMENTICATI
Il regime islamico indonesiano è innanzitutto il responsabile dell’invasione di Timor Est nel 1975. L’occupazione di questa terra cristiana, durata 25 anni, ha provocato 300mila vittime su 800mila abitanti, è terminata cinque anni fa, su pressione degli Stati Uniti e dell’Onu, e con essa anche il genocidio. Ma su quella strage di cristiani, su cui secondo la deliberazione Onu si doveva indagare, è stato steso un velo di silenzio.
Ora resta il problema delle minoranze cristiane dentro il territorio dell’Indonesia. Per esempio la regione delle Sulawesi ha la presenza di una consistente comunità cattolica, contro la quale fra 1999 e 2000 si è scatenata la violenza dei fondamentalisti musulmani a cui i cristiani hanno risposto con una decisa autodifesa (gli scontri hanno fatto circa duemila vittime). Il fanatismo islamico sta dilagando sempre di più come dimostrano gli episodi recenti, avvenuti proprio in questa regione: a Poso un mese fa tre studentesse cristiane sono state sequestrate, sgozzate e decapitate; il 18 novembre un’altra ragazza di 22 anni è stata ammazzata a colpi di machete e il giorno dopo hanno sparato a due cristiani che uscivano da una chiesa riducendoli in fin di vita.
La situazione è particolarmente grave perché l’insediamento di Al Qaida nel Paese, dopo gli attentati di Bali, sembra evidente e i terroristi possono contare su una certa inadeguatezza delle forze di polizia o forse addirittura su connivenze, come quelle di cui già godono chiaramente (nell’esercito) i gruppi fondamentalisti che hanno scatenato le violenze del 2000. Infatti per quegli eventi nessun musulmano è stato processato. Sono stati invece arrestati e condannati a morte tre cristiani, Fabianus Tibo (60 anni), Domingus da Silva (42 anni) e Don Marinus Riwu (48 anni), che sono poveri contadini analfabeti.
Il loro arresto da parte della polizia e il processo, secondo gli osservatori, sono stati pesantemente inquinati dalle pressioni dei fondamentalisti musulmani che hanno preteso ad ogni costo dalla giuria (e l’hanno ottenuta) la condanna capitale. Il vescovo di Manado, monsignor Suwatan, ha protestato dichiarando ad AsiaNews che i tre cristiani sono innocenti, essi «non sono i responsabili, ma le vittime degli scontri a Poso» (nei quali fu distrutta la parrocchia di Santa Teresa, un convento di suore e diverse scuole cattoliche). Nonostante la protesta della Chiesa le autorità hanno rifiutato la revisione del processo e il 10 novembre il presidente ha respinto anche la domanda di grazia.
Inutilmente il vescovo di quella piccola comunità cristiana chiede ora da solo di fermare l’esecuzione dei tre poveri innocenti. [...] Perciò sarebbe prezioso l’intervento pubblico dello stesso pontefice che certamente starà già facendo il possibile, per canali riservati, come si evince dalla presenza sul posto del Nunzio apostolico.
A dire il vero ci si dovrebbe aspettare anche una maggiore attenzione da parte del mondo cattolico occidentale: giornali, movimenti, parrocchie, episcopati. Si potrebbe e si dovrebbe realizzare una campagna di stampa, una mobilitazione nelle sedi internazionali (la Commissione diritti umani dell’Onu, quella dell’Ue), ma sembra non ci siano risorse per salvare i cristiani in pericolo di vita (non solo in Indonesia, ma anche in Cina, in Corea del Nord, in Vietnam). [...] Ma da noi ci sono anche riviste cattoliche dove si asserisce che in Cina le cose per i cristiani vanno bene e che perfino in una cupa dittatura come l’Iran – dove i cristiani sono in una situazione disperante – la presenza dei cattolici sarebbe «indisturbata». Sarà ritenuta «indisturbata» anche la vita dei tre cristiani indonesiani? O forse siamo noi che non vogliamo essere «disturbati», nel nostro sonno, dalle grida disperate degli oppressi?
adatt. da Antonio Socci, Il Giornale, 30-11-2005




