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In tempi di menzogna universale, dire la verità è già un atto rivoluzionario (Georges Orwell) – vietatoparlare blog web site

SIRIA: Intervista al vescovo di Aleppo

fonte: Selvasorg   tratto da http://adelkeren.blogspot.com/2012/01/intervista-12122011-monsignor-antoine.html

Si tratta di un subdolo neocolonialismo che si serve dell’appoggio dei media per convincere l’opinione pubblica circa la sua presunta liceità.
Così ha risposto monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo della città siriana di Aleppo, a un inviato italiano che gli chiedeva se è vero che i cristiani siriani appoggiano il regime.

Un concetto ragionevole quello espresso dal presule, che smorza ogni ambiguità e tranello – frutti della retorica occidentale anti-Assad – che la domanda del giornalista che l’ha intervistato porta in dote. Come a dire: non ho problemi a rispondervi diversamente da quanto vi aspettereste, poiché qui in Siria la realtà è ben lungi da quanto traspare da voi, in Occidente, dove meccanismi mediatici partigiani filtrano le notizie al fine di rendere giustificato presso l’opinione pubblica l’atteggiamento ostruzionista atlantico all’indirizzo di Assad
e del suo governo. In effetti, per capire cosa sta accadendo in Siria e quello che potrebbe scaturire da uno sconsiderato attacco militare statunitense, è necessario rivolgere l’attenzione altrove rispetto ai media di massa, approfondendo dinamiche politiche, ma prima ancora storiche e religiose, che fanno di questo Paese mediorientale un armonioso mosaico di genti. Mosaico sorretto – è bene ricordarlo – dal regime baathista che, come ha detto il vescovo caldeo di Aleppo, si è sempre contraddistinto per tolleranza nei confronti di ogni realtà confessionale presente nel territorio. Deporre un regime – per giunta al prezzo di un bagno di sangue di proporzioni ad oggi imprevedibili – che garantisce a un popolo così eterogeneo dal punto di vista religioso simili libertà, significa oltraggiare l’armonia di questo mosaico e sostituirla con il caos e i patimenti delle violenze interconfessionali.

Del resto, nel confinante Iraq c’è uno scenario geopolitico che aleggia nella mente della minoranza religiosa siriana come un inquietante spettro. Già nel 2007, a quattro anni dall’inizio dell’intervento militare americano in Iraq, il direttore della Biblioteque Spirituelle di Aleppo, Pierre Masri, confidava alla stampa europea: “Dai fratelli fuggiti dall’Iraq i cristiani di qui hanno ascoltato storie terribili, un abisso di ferocia che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato. E tutti vedono bene che i fattori all’opera nello scenario iracheno prima della guerra sono presenti anche nell’attuale situazione siriana. Anche qui ci sono sunniti, alawiti, sciiti, curdi. Anche qui ci sono indizi di infezione integralista finora tenuta a bada dagli apparati di sicurezza. Anche qui c’è una leadership politica da sempre nel mirino degli Stati Uniti”.

Non devono stupire le parole di Pierre Masri, perché la Siria, dalla cacciata degli ottomani in poi, garantisce accoglienza ai cristiani perseguitati in altri Stati della regione mediorientale. Già nel lontano 1915 la Siria operò da rifugio per gli armeni che fuggivano dal genocidio perpetrato loro dai Giovani Turchi in Anatolia, di nuovo negli anni ’30 a trovar riparo in Siria furono i cristiani assiri dell’Iraq, perseguitati dal loro Stato appena resosi indipendente dal protettorato britannico. La natura laica della Siria si rafforzò nel 1970, quando sulle ali di un entusiasmo panarabo secolarizzante prese il potere il generale Hafez el-Assad, leader del partito socialista e nazionale Baath. La politica che il nuovo regime adottò fu sin da subito basata sulla lotta ad ogni discriminazione religiosa, in nome di un’esaltazione dell’identità siriano-araba come criterio fondante dell’unità nazionale. In questo senso è utile rammentare che la Costituzione della Siria – unica tra quelle dei Paesi arabi – non definisce l’islam religione di Stato.

Con la successione al potere di Bashar, figlio di Hafez el-Assad, la situazione non è mutata: i cristiani siriani non conoscono restrizioni ai loro culti (Messe, processioni, pellegrinaggi) e neanche alle loro attività (scuole, catechismi, convegni, colonie estive, associazionismi giovanili), inoltre le solennità cristiane di Natale e Pasqua – sia cattolica che ortodossa – sono giorni festivi per tutto il Paese. Lo Stato consente alla chiesa di essere esentata dal pagamento dei servizi pubblici, addirittura i materiali per il restauro degli edifici religiosi vengono forniti a prezzo di costo (cose da mandare ai matti i radicali e tutto lo stuolo anti-clericale che gli va dietro qui in Italia).

Paradossale che possa venir insidiato in nome dei “diritti umani” un tale contesto di ordine e tolleranza, dove le culture si incontrano e danno vita ad un affascinante caleidoscopio religioso. Oltremodo curioso che proprio gli alfieri dei “valori occidentali”, gli Stati Uniti, abbiano iscritto – già dai tempi di George W. Bush – il regime di Damasco (come abbiamo visto un rifugio sicuro per tutti i cristiani dell’area mediorientale) nel cosiddetto “asse del male”. La Siria, già oggi lacerata da violenze fomentate da agenti stranieri in veste di provocatori, dopo un futuro attacco americano si trasformerebbe in una polveriera interconfessionale difficilmente disinnescabile, come il vicino Iraq e come – recenti fatti purtroppo insegnano – quei Paesi reduci dalla “primavera araba”.

Evidentemente, dietro la patina mediatica delle “operazioni umanitarie” cova quell’antica brama egemonica occidentale che si alimenta mediante il sempreverde sistema del divide et impera. Il cinico obiettivo di Stati Uniti ed alleati sembra proprio essere quello di destabilizzare la regione araba fomentando scontri intestini tali da creare vuoti di potere da dover occupare. Si tratta nient’altro che di un subdolo neocolonialismo che si serve dell’appoggio dei media per convincere l’opinione pubblica circa la sua presunta liceità. La Siria, con l’importante componente cristiana della cui sicurezza non interessa nulla ai paladini dei “valori occidentali”, è solo un tassello di questo scacchiere. “Se dobbiamo scegliere tra la democrazia e la vita, scegliamo la vita”. Anno Domini 2007, Pierre Masri dixit.

Le elezioni ignorate dagli ‘amici della Siria’ (che l’hanno occupata in armi).

Giacchè da noi, paese di grande libertà,  di ogni notizia positiva che accade in SIRIA è proibito parlarne, è un buon motivo per riportare almeno una. I risultati delle elezioni siriane, le prime elezioni pluripartitiche. Di seguito gli eletti nelle varie provincie. Si nota che sono stati eletti anche cristiani e che viene eletta anche gente comune, gli agricoltori, cittadini appartenenti ad ogni settore proporzionalmente al suo numerico. Da chiunque si può imparare qualcosa, ma le cose semplici sembrano non trovare patria da queste parti:

Annunciati i risultati delle elezioni parlamentari siriane

Damasco, Siria (MECN) – I risultati delle elezioni parlamentari nazionali della Siria, tenutasi il 7 maggio 2012, sono stati annunciati. Secondo i media ufficiali di Stato, il Comitato superiore per le elezioni ha annunciato i risultati delle elezioni dell’Assemblea del Popolo per il primo termine legislativo ai sensi della nuova costituzione. L’affluenza alle urne è stata costituita da una maggioranza semplice, democratica, con il 51,26% degli elettori che hanno partecipato alle elezioni.

Su un totale di 250 posti, più della metà (132 posti) sono stati riservati agli agricoltori e semplici lavoratori, mentre i seggi restanti sono stati assegnati a tutti  i settori produttivi rimanenti (118 posti). Sono state elette 30 donne , che rappresentano solo il 12% del parlamento totale, mentre le donne rappresentano poco più del 50% della popolazione. Una tabulazione non ufficiale rivela che solo circa una dozzina di cristiani sono stati eletti al parlamento, che rappresenta il 5% del numero di posti disponibili, anche se i cristiani sono il 10% della popolazione, che può essere in parte attribuito alla dispersione geografica dei cristiani in tutte le province siriane.
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SULLE ELEZIONI IN SIRIA DEL 7 MAGGIO 2012

fonte: comedonchisciotte DI PAOLO SENSINI

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un breve articolo sugli sviluppi delle elezioni politiche siriane, di cui i media occidentali non hanno riferito assolutamente nulla.

Le elezioni del 7 maggio volevano essere un tentativo di pacificazione per la Siria, ma il disinteresse e il silenzio del circo mediatico internazionale ne hanno definito la cornice, cercando in qualsiasi maniera di squalificarne e vanificarne ogni sforzo propositivo. Insomma, un déjà vu al quale si è già assistito molte volte.
Eppure nel paese erano presenti da giorni ispettori dell’ONU (al momento delle elezioni ne erano presenti circa settanta, mentre l’attesa è di trecento osservatori complessivi entro la fine di maggio), che avrebbero potuto svolgere un ruolo non marginale a latere delle sedi elettorali.

Avviata il 15 aprile dopo l’approvazione all’unanimità del Consiglio di sicurezza della risoluzione 2042, la missione ONU ha seguito di poco il piano in sei punti di Kofi Annan e della Lega Araba.

Il 21 aprile è stata votata la risoluzione 2043: il Consiglio dell’ONU “stabilisce, per un periodo iniziale di novanta giorni, una missione di supervisione, denominata ‘UNSMIS’, inerente la rapida disposizione di circa trecento osservatori non armati, supportati da componenti civili e sistemi di trasporto aereo, finalizzati a monitorare la riduzione degli scontri a fuoco in tutte le loro forme e da parte di tutte le forze in campo”.

Un totale di 7.195 candidati (di cui 710 donne) per 250 poltrone in Parlamento: questa la posta in gioco per le prime elezioni multipartitiche nella storia recente del paese.

La mattina delle elezioni, per chi si trovava a Damasco come il sottoscritto e ha quindi potuto seguire da vicino lo svolgimento della consultazione, vi era grande fermento intorno ai seggi elettorali. Segno che l’evento era sentito come importante e, per molti versi, foriero di aspettative positive per il futuro del paese. Dovunque si vedevano sciamare sulle strade della capitale giovani muniti di pettorine elettorali che distribuivano febbrilmente prospetti informativi sui candidati dei vari partiti in lizza. Lo stesso movimento di folla l’ho potuto riscontrare di persona anche all’interno di un edificio adibito a seggio posto sulla piazza di Bab Thuma, una zona di snodo assai importante per la città, dove un flusso ininterrotto di persone si accalcava per poter apporre la propria croce sul simbolo prescelto. Per scongiurare eventuali brogli elettorali, ad ogni votante veniva inoltre chiesto di lasciare un’impronta dell’indice intriso di inchiostro rosso.

Il risultato, dopo lo spoglio dei voti, è stato il seguente: il Ba‘th, partito al potere da mezzo secolo in Siria, ha vinto le elezioni legislative. In attesa dei risultati ufficiali e dei dati precisi sull’affluenza alle urne, la stampa siriana ha diffuso i parziali dello scrutinio concluso nei principali distretti del Paese. Secondo il quotidiano “al Watan”, il Ba‘th, che guida il Fronte dell’Unità nazionale (جبهة الحدة الوطنية), versione elettorale del Fronte nazionale progressista (FNP), ha riportato “una vittoria schiacciante’” non solo a Damasco, ma anche a Daraa e Idlib, roccaforti delle proteste anti-regime.

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Stragi in Siria: la condanna del Papa. Il commento del nunzio a Damasco

Il Papa, insieme a tutta la comunità cattolica, esprime “una ferma condanna e la commossa vicinanza” alle famiglie delle vittime dei “tragici attentati” che giovedì “hanno insanguinato le strade di Damasco”. Lo riferisce il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. “Questi attentati – sottolinea il portavoce vaticano – dovrebbero spingere tutti ad operare una svolta per un rafforzato impegno nel dare attuazione al Piano Annan, che è stato accettato dalle parti in conflitto. Gli attentati attestano inoltre che la situazione in Siria richiede un impegno congiunto e deciso da parte di tutta la comunità internazionale perché si ponga in atto quel Piano e al più presto siano inviati altri Osservatori. È sempre più attuale – conclude padre Lombardi – l’appello formulato dal Santo Padre il giorno di Pasqua: Occorre intraprendere senza indugio la via del rispetto, del dialogo e della riconciliazione”.  (…) Adriana Masotti ha sentito il nunzio apostolico a Damasco, mons. Mario Zenari:RealAudioMP3

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Attentato contro un parroco cattolico in provincia di Damasco

Damasco (Agenzia Fides) – Grave attentato contro padre George Louis, parroco della chiesa greco cattolica di San Michele, nel centro storico di Qara, in provincia di Damasco. Come riferiscono fonti di Fides nella Chiesa greco cattolica siriana, ieri, 11 maggio, all’alba, due uomini armati mascherati sono entrati nella sua residenza, lo hanno minacciato con le pistole, chiedendogli le chiavi per ispezionare i locali. Lo hanno legato e gli hanno intimato di consegnare le chiavi. Data la sua esitazione, uno di loro lo ha colpito alla testa con una bottiglia di vetro, procurandogli una profonda ferita che sanguinava copiosamente, poi lo hanno colpito al volto, rompendogli un dente. Dopo aver rubato alcuni arredi sacri e il computer portatile, i malviventi lo hanno rinchiuso nel bagno e gli hanno chiuso la bocca con un adesivo. Hanno poi cercato di strangolarlo con un tubo, ma, dopo un segnale, si sono ritirati, lasciandolo tramortito ma vivo. Dopo circa due ore padre George, con le mani ancora legate, è riuscito a chiamare uno dei suoi parrocchiani per chiedere aiuto. Lo hanno medicato con cinque punti di sutura alla testa. In città leader religiosi e civili, cristiani e musulmani, hanno condannato l’attacco. I leader dell’opposizione sono attesi domani, 13 maggio, per un incontro con l’abate greco cattolico della città. Il fine è evitare la polarizzazione confessionale, anche se a Qara la situazione dei 500 cristiani, che hanno sempre vissuto in armonia con circa 25mila cittadini sunniti, resta difficile.
Con i forti scontri bellici e la violenza a Baba Amr e nella provincia di Homs, intere famiglie si sono rifugiate a Qara e sono state accolte in edifici pubblici, palestre, moschee o centri culturali o luoghi privati. Fra loro molti combattenti dell’Esercito Siriano di Liberazione. La presenza di tali elementi – notano a Fides fonti locali – ha ben presto trasformato Qara in un luogo insicuro e violento, con furti, rapimenti, e un clima di banditismo e illegalità, come mostra l’attentato a p. George Louis.
Sua Beatitudine Gregorio III Laham, Patriarca greco-melkita di Antiochia e di tutto l’Oriente, commentando l’accaduto ha rilanciato l’allarme per “il banditismo e la totale mancanza di sicurezza, oltre che per la violenza indiscriminata”. Fattori che “costituiscono un pericolo per tutti, ma soprattutto per i cristiani e altre minoranze” e generano “terrore psicologico molto grave nella nostra popolazione”. (PA) (Agenzia Fides 12/5/2012)

Siria: uomini armati hanno espulso tutte le famiglie cristiane

Homs (Agenzia Fides) – Una notizia preoccupante giunge all’Agenzia Fides dalla provincia di Hama, a Nord di Homs: uomini armati hanno espulso tutte le famiglie cristiane del villaggio di Al Borj Al Qastal, in provincia di Hama. La notizia, diffusa da alcune agenzia internazionali, è confermata all’Agenzia Fides da fonti della Chiesa locale. Le fonti riferiscono che bande armate – nelle milizie del composito Esercito di liberazione siriano – sono penetrate nel villaggio, cacciando tutte le famiglie cristiane, prendendo possesso delle abitazioni e trasformando la chiesa del luogo in quartier generale militare. Il villaggio di Al Borj Al Qastal si trova nella provincia di Hama e accoglieva circa 10 famiglie cristiane, ora sfollate, vittime innocenti del conflitto in corso. (PA) (Agenzia Fides 12/5/2012)

Strage a Damasco: diluvio di menzogne parlare ancora di rivolta popolare contro l’oppressione della dittatura, perchè l’ha superata.

Ho appreso  dalla TV dei 1.000 kg di esplosivo  che a Damasco hanno fatto strage in uno dei punti più frequentati dalla gente. Anche di fronte a queste immagini il TG1 non ha mancato di commentare la solita retorica romanzata della rivoluzione, infatti il commento finale al servizio, mentre scorrevono le immagini della devastazione è stato:  ‘ stanno scippando la rivoluzione all’ ‘opposizione’ .  Il servizio ricalca la posizione comune di tutti i mezzi di informazione che da mesi resta la stessa nonostante gli eventi cabiano.  Non si ha il coraggio ed il pudore di pronunciare un’evidenza che l’opposizione è proprio quella ormai:  quella dei terroristi.
Qualsiasi cosa avvenga si fa la copia fotostatica delle solite conclusioni.  Sembra non nulla sia più  sufficiente per portare gli uomini a riflettere, a pensare, a cambiare opinione.
Che grande responsabilità è dei nostri paesi,  che non sanno più che cos’è la moralità, la pietà ed il bene comune. Mi domando come qualcuno può ancora affermare che la pace si costruisce  così.
Quando la misura  della corruzione dei cuori e dell’indifferenza dei popoli si fa così grande, gli effetti non possono cadere ancora lontano, ma si ripercuotono su tutti noi, dilagano nelle nostre società indifferenti che ‘dentro’ sono sempre nella perenne ricerca del diritto: ma solo a parole. I nostri valori di libertà sono ‘lettera morta’, validi solo per i codici, per i trattati,  per le rievocazioni e per le commemorazioni delle feste liberali.
La giustizia non è qualcosa che portiamo noi ma che ogni uomo ha come aspirazione:  gli proviene dal fatto che la giustizia esiste e vi può aderire.
La giustizia non si porta con la morte e la distruzione ma con la verità e la bellezza. Pensare che il trionfo del bene possa solo avvenire sradicando il male identificato nel tiranno è un’illusione,  lo stiamo vedendo.

La giustizia può partire solo da un tessuto sociale incline al cambiamento, nell’unità, alla valorizzazione. E’ evidente che  la stragrande maggioranza del  popolo siriano,  è considerato  dall’opposizione armata come insignificante  perché non usa le armi ,  per questo è  al di fuori della storia che conta, della storia in cui si raccontano soprattutto le guerre. Così in Siria chi non è a favore della lotta armata è contro la democrazia e quindi non è degno di vivere:  non si è solo contro  Assad ma anche contro idee diverse dalle proprie, contro  appartenenze politiche o religiose differenti, ostili ad un diverso modo di concepire il perseguimento della democrazia.
Chi ragiona ed agisce in questo modo violento non  può essere dire ancora che  persegue la giustizia e la democrazia:  non c’è nulla di vero e di sostanziale in una simile affermazione! Perché se è l’uomo, la prima cosa che i diritti devono salvaguardare, perché mai lo si può trattare come carne da macello, sacrificabile?
Non si può dire ancora che ‘ la colpa è  del cattivo’,  non si può essere così ipocriti!  I nostri media che fanno informazione di intrattenimento  (nonostante gli eventi) anche oggi  hanno dato come prima notizia la crescita, la crisi e le elezioni amministrative, mentre il primo argomento del giorno  è la vita e la morte. E nessuno ancora ha detto che  la crisi non si risolve perché non è chiaro il punto di partenza , ma questo è un altro discorso…
La notizia dell’autocolonna dell’esercito siriano che ieri con gli osservatori dell’ONU era stata attaccata dall’opposizione armata autoproclamatasi ‘esercito siriano libero’ non aveva avuto diritto di cronaca, eppure c’erano stati morti e feriti: chi accetta di chiamare ancora l’opposizione golpista, ‘esercito siriano libero’ , accetta  evidentemente di essere considerato un’idiota, perché la libertà non si addice alle azioni che lo contraddistinguono  azioni . Se le brigate rosse, all’epoca degli anni di piombo si fossero proclamate ‘esercito italiano libero’ chi avrebbe dato eco senza alcun commento negativo  ad una simile affermazione? Come un fine ritenuto giusto può giustificare l’adozione di metodi peggiori del potere che si vuol combattere?

Oggi è avvenuta una strage: i presagi di quello che stava per accadere c’erano, ce ne sono stati ogni giorno ed ogni giorno sono stati ignorati: alcuni giorni fa   il comandante del cosiddetto “esercito libero” nel corso di un’intervista aveva detto: “siamo arrivati alla fase di picco, qualunque sia la posizione del Consiglio di Sicurezza non staremo a guardare, non siamo più in grado di sopportare e aspettare… gli osservatori si sono convertiti a falsi testimoni” . E’ falso perché gli osservatori sono militari che rispondono ai loro governi e ricevono forti pressioni per seguire la linea politica dei rispettivi governi e quella dll’ONU che sin da principio da una parte ha cercato di conservare un’immagine superpartes, ma di fatto ha sempre appoggiato l’opposizione non essendo mai equanime ed indipendente  nei suoi giudizi. Comprova di questo è che ha inviato come mediatore Kofi Annan, ma egli non  è un uomo di pace ma  un uomo della Lega Araba e degli USA: http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=print&sid=2299
In questa  situazione gli USA stanno agendo spregiudicatamente al solo scopo di perseguire i propri obiettivi, il segretario di Stato Hilary Clinton alcuni giorni fa , ad una riunione dei ministri degli esteri e della difesa della NATO,  ha detto che “Gli Stati Uniti stanno fornendo comunicazioni, logistica e altri sostegni per l’opposizione e continueremo a fare di tutto per aiutarli”. Questo mentre l’emiro del Qatar,  insieme ad altri stati “amici” sta contribuendo a rifornire i ribelli di armi sempre più sofisticate.
La domanda è semplice : come si può dire di voler  arrivare ad una soluzione pacifica e  riempire la Siria  di armi ?
L’Onu ha per tutto questo tempo perso tempo a dispiegare gli Osservatori, finché dopo un anno è riuscita a mandarne 30. Non altrettanto è stato fatto nel caso della Libia: quando si è trattato  di  autorizzare di scaricare tonnellate di bombe che hanno causato 50.000 morti e concorso alla distruzione di intere città, lo si è fatto con grande tempestività.
L’attentato di oggi è senza precedenti, nella zona, dove è avvenuto  c’è un palazzo delle forze di sicurezza ed al momento dell’esplosione era densamente frequentata da pedoni e bambini che andavano a scuola. Si è cercata la strage. La guida  del paese dovrebbe andare nelle mani macchiate di sangue di chi ha mietuto queste vittime. La comunità internazionale spinge ancora per questa soluzione , anzi arma ancora le mani degli attentatori, aumenta il loro coordinamento e la loro logistica. Le monarchie del Golfo addirittura forniscono armamenti mentre dall’altra parte si recita la farsa dell’ONU che facendo finta di essere equanime di fatto finora non ha fatto nulla se non guardare solo in una direzione , quella della caduta del governo legittimo per la persecuzione di spregiudicati fini terzi , degni solo delle dittature che in Europa festeggiamo ogni anno di esserci liberati.
Rimetto tutta la mia speranza nella Madonna che tocchi i cuori ed il lume dell’intelletto di chi sta al potere e pensa di risolvere i problemi del mondo in questo modo.

Kofi Annan, pelle nera, maschere bianche.

Ormai ho la certezza che si voglia affossare ogni tentativo di conciliazione,  Kofi Annan non è un uomo di pace e lo dimostra continuamente ma è un uomo della Lega Araba e degli USA:

fonte: www.comedonchisciotte.org autore Thierry Maeyssan – Voltairenet

Sebbene il bilancio del lavoro svolto da Kofi Annan quando era a capo dell’ONU abbia mostrato un successo indiscutibile per quanto riguarda l’amministrazione, la gestione e l’efficienza, in campo politico ci sono critiche assai numerose. Come segretario generale, Kofi Annan ha adattato l’ONU al mondo unipolare e alla globalizzazione dell’egemonia statunitense. Ha messo in dubbio la base ideologica dell’Organizzazione e l’ha privata della sua forza per evitare e prevenire possibili conflitti. Malgrado ciò, è stato scelto lui per risolvere la questione siriana.

  Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la Pace, è stato nominato inviato speciale insieme a Ban Ki-moon (attuale segretario generale delle Nazioni Unite) e Nabil Earaby, per negoziare una soluzione pacifica riguardo la crisi siriana. Ha una grande esperienza e un’immagine molto positiva e tutti hanno approvato la sua nomina.

Che cosa rappresenta questo alto funzionario internazionale? Chi lo ha portato fino alle più elevate funzioni? Quali decisioni politiche ha preso e quali compromessi accetta attualmente? La discrezione sembra essere l’unica risposta a tutte queste domande, come se l’incarico svolto in passato fosse una prova di neutralità.

Scelto ed educato dalla Fondazione Ford e la CIA

Gli ex collaboratori di Kofi Annan elogiano la sua gentilezza, la sua intelligenza e la sua sottigliezza. Dotato di una personalità altamente carismatica, il suo lavoro ha lasciato una profonda traccia, dato che non si è comportato come un semplice “segretario” dell’ONU, bensì come il “generale” delle Nazioni Unite, prendendo iniziative che hanno dato nuova vita ad un’organizzazione impantanata nella burocrazia. Tutto ciò è già noto ed è stato ripetuto fino alla nausea. Le sue eccezionali qualità professionali, gli hanno valso il Premio Nobel per la Pace, nonostante questo onore dovrebbe in teoria ricompensare un personale impegno politico, non una carriera di amministratore.

Kofi e sua sorella gemella Efua Atta sono nati l’8 aprile del 1938 in una famiglia aristocratica della Costa d’Oro del golfo di Guinea. Loro padre era il capo tribale dell’etnia Fante e governatore della provincia di Ashanti. Nonostante fosse contrario alla dominazione britannica, è stato un fedele servitore della Corona. Partecipò, insieme ad altri notabili, al primo movimento di decolonizzazione, ma visse con preoccupazione e sospetto il movimento rivoluzionario di Kwame Nkrumah.

Gli sforzi di Nkrumah portarono il paese all’indipendenza sotto il nome di Ghana nel 1957. Kofi a quel tempo aveva 19 anni. Anche se non aveva partecipato alla rivoluzione, divenne vicepresidente della nuova associazione studentesca nazionale. Fu allora che un reclutatore della Fondazione Ford si accorse di lui e lo fece entrare a far parte di un programma di “giovani leader”. Grazie ad esso, il giovane Kofi seguì un corso estivo all’università di Harvard (da notare le somiglianze storiche con il padre keniano dell’attuale presidente Barack Obama). In seguito all’entusiasmo mostrato per gli Stati Uniti, la Fondazione Ford gli propose una formazione completa, prima come studente di Economia al Macalester College nel Minnesota, poi come studente di Relazioni Internazionali all’Istituto di Alti Studi Internazionali (Institut universitaire des hautes 騁udes internationales) a Ginevra.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, la Fondazione Ford, creata dal famoso imprenditore statunitense Henry Ford, divenne uno strumento non ufficiale della politica estera americana, che offriva una degna copertura delle attività della CIA. [1] [Si veda anche su questo sito “La fondazione Ford e la CIA”]. La vita di Kofi Annan, studente dall’altra parte dell’Atlantico (dal 1959 al 1961), coincise con i momenti più difficili della lotta per i diritti civili dei neri americani (l’inizio della campagna di Martin Luter King a Birmingham). Negli Stati Uniti, assistette ad una specie di prolungamento del processo di decolonizzazione, già vissuto in Ghana. Neanche in questa occasione partecipò.

Soddisfatti dei suoi risultati accademici e della sua discrezione in materia politica, i suoi mentori statunitensi gli aprirono le porte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove cominciò il suo primo lavoro. Dopo tre anni nella sede di Ginevra, passò a far parte della Commissione Economica per l’Africa, con sede a Addis Abeba. I suoi titoli di studio però, non erano ancora sufficienti per fare carriera nella direzione dell’ONU, quindi decise di tornare negli Stati Uniti per seguire un corso di amministrazione al Massachusetts Institute of Technology (MIT) (dal 1971 al 1972). Cercò di tornare nel suo paese natale come direttore del Turismo, ma dopo essersi scontrato più volte con il governo militare del generale Acheampong, tornò all’ONU nel 1976.
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Oggi in Siria si vota dopo 50 anni di egemonia del partito Bath

Oggi in Siria si vota dopo 50 anni di egemonia del partito Bath, speriamo che si dia risalto alla cosa e non si ‘scelga’ le notizie:

Damasco (AsiaNews/ Agenzie) – La Siria dà il via alle prime elezioni democratiche della sua storia, dopo circa 50 anni di egemonia del partito Baath e della famiglia Assad. Secondo il regime circa 15 milioni di persone si recheranno alle urne per eleggere 250 rappresentati all’Assemblea Nazionale. Tuttavia, il dato potrebbe essere molto inferiore a causa del boicottaggio dell’opposizione. I ribelli considerano le elezioni una “farsa” a causa delle continue violenze da parte del regime, accusato di violare il cessate il fuoco sancito dall’Onu. A Dael (Siria meridionale), l’opposizione ha sostituito i manifesti dei candidati con le foto di 20 attivisti morti durante gli scontri con i militari. Iniziative simili sono avvenute anche in altre città e villaggi.

Nonostante le critiche dei leader ribelli, i cattolici vedono in queste elezioni un segno delle aperture promesse dal regime dopo oltre un anno di guerra civile costata circa 11 mila morti.  Lo scorso 25 aprile l’Assemblea dei vescovi e dei patriarchi siriani ha pubblicato un messaggio in cui invita tutta la popolazione a partecipare al voto.

Siria: nata ieri la La Coalizione delle Forze di cambiamento pacifico

Nata ieri la ” Coalizione delle Forze di cambiamento pacifico”, che comprende diversi partiti e gruppi politici.
La Coalizione si propone come via d’uscita dalla crisi attraverso l’adozione di pacificazione tra le parti, un cambiamento in senso democratico e un dialogo basato sul rifiuto di qualsiasi intervento militare: http://www.champress.net/index.php?q=en%2FArticle%2Fview%2F117323

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