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Perchè Putin sta facendo ammattire Washington

 

Putin

Fonte: Peppe Escobar -  Why Putin is driving Washington nuts 08.03.2012

Dimenticate il passato (Saddam, Osama, Gheddafi) e il presente (Assad, Ahmadinejad). Potete scommettere una bottiglia di Petrus 1989 (il problema è l’attesa di sei anni per riceverla); nel futuro prevedibile, l’uomo nero più diabolico per Washington – e anche per i partner canaglia della NATO e gli imbonitori assortiti dei media – non sarà altri che il presidente russo Vladimir Putin, di ritorno al futuro.

E che non ci sia il minimo dubbio, Vlad il Putinatore lo apprezzerà. È tornato esattamente dove vuole stare: comandante in capo della Russia, a capo delle forze armate, della politica estera e di tutti i temi di sicurezza nazionale.

Le élite anglo-statunitensi si stanno ancora contorcendo alla menzione del suo leggendario discorso del 2007 a Monaco, quando criticò ossessivamente il governo di George W. Bush per il suo programma ossessivamente unipolare “attraverso un sistema che non ha niente a che vedere con la democrazia” e il suo continuo superamento dei “confini nazionali in quasi tutti gli ambiti”.

Pertanto Washington e i suoi accoliti sono stati avvertiti. Prima dell’elezione di domenica scorsa, Putin ha addirittura pubblicizzato la sua proposta di pace. L’essenziale: niente guerra in Siria; niente guerra all’Iran; niente “bombardamenti umanitari” né fomentare le “rivoluzioni colorate”, il tutto integrato in un nuovo concetto, gli “strumenti illegali di potere morbido”. Per Putin il Nuovo Ordine Mondiale progettato da Washington non ha strada. Quello che conta è “il principio onorato nel tempo della sovranità degli Stati”.

Non c’è da sorprendersi. Quando Putin guarda alla Libia, vede le conseguenze brutali e regressive della “liberazione” da parte del NATO grazie al “bombardamento umanitario”: un paese frammentato controllato dalle milizie di al-Qaeda; la Cirenaica arretrata che si separa dalla Tripolitania più sviluppata; e un parente dell’ultimo re elevato al governo del nuovo “emirato”, per la delizia dei democratici modello della Casa di Saud.

Altri elementi essenziali: niente basi intorno alla Russia; niente difesa missilistica senza un’ammissione esplicita, per iscritto, che il sistema non ritiene la Russia un obbiettivo, e una crescente cooperazione col gruppo BRICS delle potenze emergenti.

La gran parte di queste proposte erano già implicite nella precedente road map, il suo documento A new integration project for Eurasia: The future in the making (Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in gestazione, ndt. Si trattò dell’ippon di Putin – adora il judo – contro la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Fondo Monetario Internazionale e il neoliberismo radicale. Vede un’Unione Eurasiatica come un’”unione economica e monetaria moderna” che si estende per tutta l’Asia Centrale.

Per Putin, la Siria è un dettaglio importante (non solo per l’unica base navale russa nel porto mediterraneo di Tartus, che la NATO adorerebbe eliminare). Ma il cuore della questione è l’integrazione dell’Eurasia. Gli atlantisti impazziranno in massa quando farà tutti gli sforzi nella coordinazione di “una potente unione sovranazionale che può trasformarsi in uno dei poli del mondo attuale e in un efficiente vincolo tra l’Europa e la dinamica regione dell’Asia Pacifico”.

Il processo di pace opposto sarà opposta sarà la dottrina di Obama e Hillary. Quanto sarà eccitante?

Putin scommette sul Pipelinestan

È stato Putin che quasi da solo si è posto alla testa della resurrezione della Russia come mega-superpotenza energetica (il petrolio ed il gas rappresentano due terzi delle esportazioni della Russia, la metà del bilancio federale ed il 20% del prodotto interno lordo). Quindi aspettiamoci che il Pipelinestan rimanga in primo piano.

E sarà centrato soprattutto sul gas; anche se la Russia rappresenti non meno del 30% delle forniture globali di gas, la sua produzione di gas naturale liquido (LNG) è meno del 5% del mercato globale. Non è neppure tra I dieci produttori principali.

Putin sa che la Russia avrebbe bisogno di una caterva di investimenti stranieri nell’Artico – dall’Occidente e soprattutto dall’Asia – per mantenere la sua produzione di petrolio superiore ai 10 milioni di barili giornalieri. E deve chiudere un complesso e esaustivo accordo di vari miliardi di dollari con la Cina centrato sui giacimenti di gas della Siberia Orientale; la questione petrolifera è già stata coperta grazie all’oleodotto East Siberian Pacific Ocean (ESPO). Putin sa che per la Cina – per quanto riguarda la garanzia energetica – questo accordo è un contraccolpo vitale contro l’ombrosa “avanzata” di Washington verso l’Asia.

Putin farà anche di tutto per consolidare il gasdotto South Stream – che alla fine costerà la cifra sbalorditiva di 22 miliardi di dollari (l’accordo tra gli azionisti è già stato firmato tra Russia, Germania, Francia e Italia. Il South Stream è gas russo portato dalle acque del Mar Nero alla parte meridionale dell’UE, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia). Se il South Stream avrà successo, l’oleodotto rivale, il Nabucco, subirà uno scacco matto; un’importante vittoria russa contro la pressione di Washington e dei burocrati di Bruxelles.

La partita è ancora aperta nell’intersezione cruciale tra geopolitica radicale e Pipelinestan. Ancora una volta Putin dovrà affrontare un altro processo di pace, la Nuova Via della Seta che non è proprio un successo (vedi US’s post-2014 Afghan agenda falters, Asia Times Online, 4 novembre 2011).

E dopo c’è la grande incognita, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Putin vorrà che il Pakistan diventa un membro effettivo, così come la Cina è interessata a incorporare l’Iran. Le ripercussioni sarebbero trascendentali, quando Russia, Cina, Pakistan e Iran coordineranno non solo la loro integrazione economica ma anche la reciproca sicurezza all’interno di una SCO rafforzata, il cui motto è “non allineamento, non scontro e non interferenza negli affari degli altri paesi”.

Putin ritiene che se la Russia, l’Asia Centrale e l’Iran controlleranno almeno il 50% delle riserve di gas del pianeta, e con l’Iran e il Pakistan come membri effettivi della SCO, tutto si fonderà sull’integrazione dell’Asia, se non dell’Eurasia. La SCO si trasforma in una forza motrice economica e di sicurezza mentre, parallelamente, il Pipelinestan accelera la piena integrazione della SCO come colpo di risposta diretto alla NATO. Gli stessi protagonisti regionali decideranno cosa avrà più senso, se questo o una Nuova Via della Seta inventata a Washington.

Che non ci siano dubbi. Dietro l’interminabile demonizzazione di Putin e la miriade di tentativi per delegittimare le elezioni presidenziali della Russia, si nascondono alcuni settori davvero infuriati e potenti delle élite di Washington e anglo-statunitensi.

Sanno che Putin sarà un negoziatore problematico su tutti i fronti. Sanno che Mosca cercherà sempre di più una coordinazione stretta con la Cina: sulle frustranti e permanenti basi della NATO in Afghanistan; sul facilitare l’autonomia strategica del Pakistan; sull’opposizione alla difesa missilistica; sul garantire che l’Iran non venga attaccato.

Sarà il demonio prediletto perché non ci potrebbe essere un rivale più formidabile ai piani di Washington sullo scenario mondiale, che si chiamino Grande Medio Oriente, Nuova Via della Seta, Dominio a Spettro Completo o Secolo Pacifico degli Stati Uniti. Signori e signori, aspettiamoci un fracasso.

Il patriarca di Mosca: “ la Russia ha già visto la sua rivoluzione e chiede stabilità”.

Putin

di VietatoParlare.it

‘ Quando apro il frigorifero, non vedo la perestroika’ è una battuta in voga in Russia negli anni 90’, che nella sua semplicità, riporta efficacemente il giudizio che i russi hanno operato sulla politica delle grandi riforme democratiche all’epoca di Gorbaciov. Poi sappiamo come andò, fu la disgregazione dell’impero sovietico, la perdita del ruolo di superpotenza.  L’avvento di Eltsin negli anni 90’, portò la disastrosa ricetta delle privatizzazioni, con la conseguente svendita dell’ apparato industriale che trascinò il paese alla miseria. L’inflazione superò ben presto il mille per cento, la produzione industriale calò del 50%, il PIL sprofondò del 40%, la delinquenza organizzata era fuori controllo, il terrorismo insanguinava il Paese, l’esercito e la flotta russa furono ridotte al disarmo, il paese era in mano agli oligarchi.
In seguito Eltsin fu al centro di vicende di corruzione e passò la mano a Putin. Ebbene, Putin attuò riforme economiche di vastissima portata come la riduzione delle tasse per tutti i cittadini dal minimo del 13% a un massimo del 30%, rivalutò le pensioni del 65% e fece molte altre riforme che cambiarono radicalmente le condizioni di vita della gente. Oggi la Federazione Russa ha un surplus commerciale di 60 miliardi di dollari l’anno e la sua economia è cresciuta fino al 2008 al ritmo del 6%: I russi gli riconoscono di aver trascinato  il paese fuori da una crisi spaventosa e dell’averlo traghettato verso la prosperità.
Allora perché le contestazioni di piazza? Per capire i motivi della La contestazione bisogna andare indietro, a quelle che in Russia chiamano ‘ le riforme dopo-Beslan’.  La presa di ostaggi nella scuola di Beslan nel settembre 2004 e la rivolta del Caucaso furono gli eventi che fecero decidere Putin per  una radicale riorganizzazione in senso verticistico di tutto l’apparato statale. L’opinione pubblica, stretta dall’emergenza, acconsentì. Putin individuò il sistema federale della Russia come la principale causa del costituirsi di forti poteri periferici, con le difficoltà che ne derivavano nell’amministrazione del paese. Così intervenne arrogando a sé il potere di nominare direttamente i governatori delle varie province; decise che le elezioni della Duma fossero esclusivamente proporzionali con lo sbarramento del 7%;  furono immesse  regole molto restrittive  che resero quasi  impossibile  la presentazione di nuovi  partiti.  La ricetta funzionò a vantaggio della governabilità , delle riforme e del benessere  ma a scapito della democrazia. I brogli di queste ultime elezioni sono legati all’ordinamento fortemente verticistico del potere : sono la diretta conseguenza di funzionari troppo ‘zelanti’, timorosi nell’ipotesi di flessione dei risultati, di essere defenestrati dalle loro cariche (tutte a nomina presidenziale). Anche l’agenzia di sondaggi ‘Golos’ (vicina all’opposizione) ha riconosciuto che Putin avrebbe vinto anche senza brogli.
Il punto di vista della  chiesa ortodossa è stato espresso da Kirill, il patriarca di tutte le Russie “la vittoria di Putin è una scelta operata a favore della stabilità”. Ha spiegato che il forte sostegno  che  la maggioranza degli elettori russi ha dato è a motivo delle sue “ apprezzate capacità di leader nazionale”.  Inoltre, ha esortato il popolo russo a non ripetere gli errori della rivoluzione del 1917 e con chiaro riferimento alle primavere arabe ha ammonito su come siano subdoli i mezzi di informazione e di propaganda  quando essi sono usati per indirizzare l’opinione e generare conflitti.
Tuttavia se Putin si aspetta di guadagnare un posto nella storia russa per la sua leadership, egli deve anche rinnovare gli sforzi per migliorare le istituzioni democratiche del paese. Questo non vuol dire però che non lo stia facendo oppure che sia vera la rappresentazione tanto cara all’occidente che predilige le analisi alla storicità dei popoli, che  non capisce che per non sfociare nelle violenze settarie,  necessariamente i periodi di transizione devono essere  lunghi.

Ungheria nel mirino

Ungheria

Fonte: Hungría, en la mira

Le banche centrali si definiscono indipendenti se obbediscono ai dettami della banca internazionale. Il caso dell’Ungheria è rivelatore. Nel nuovo parlamento, hanno approvato modifiche alla costituzione ungherese con una maggioranza qualificata. Il cambiamento rilevante è la composizione della Banca Centrale dell’Ungheria, che migliora la supervisione del governo sulla propria moneta, il fiorino.

È scoppiato il pandemonio nell’Unione Europea. Il Primo Ministro, Victor Orban, è stato chiamato despota nazionalista e antidemocratico, tra altri epiteti peggiori. Washington ha parlato di “inquietudine” per la riforma. Parigi, del “problema con l’Ungheria” per la “deriva nazionalista e autoritaria” del governo. I media, del “grande debito pubblico dell’Ungheria” (Le Figaro), che è dell’80 per cento del PIL, come in Germania. Il FMI, la Banca Mondiale e l’UE hanno congelato i prestiti all’Ungheria. Il fiorino è crollato.

Tutta la sera del 18 gennaio l’Ungheria è stata sul banco degli imputati davanti al Parlamento Europeo. È criticata perché menziona Dio nella sua costituzione, come se altri paesi europei, come la Gran Bretagna (Dieu et mon droit, Dio è il mio diritto, ndt) o extraeuropei come gli Stati Uniti (In God we Trust, Crediamo in Dio, ndt) o musulmani (in nome di Allah) non lo menzionassero. È per pura ipocrisia. Quello che dà fastidio è che sia l’Ungheria a controllare la sua Banca Centrale.

In sintesi, si esige che il popolo ungherese, pur non utilizzando l’euro, rinunci a esercitare controlli, attraverso le autorità che ha eletto, sulla sua banca centrale. È stata commovente l’unanimità dei parlamentari della sinistra europea per difendere l’indipendenza delle banche centrali, per dare libertà ai “tecnocrati” imposti dal settore finanziario privato. Nel suo discorso, Daniel Cohn Bendit, è arrivato ad avvertire di possibili derive autoritarie stile Chàvez.

Si è anche sentito l’antico maoista, riciclatosi in liberista atlantista e attuale presidente dell’Unione Europea, Manuel Barroso, spiegando cosa significa rispettare la democrazia, punire con sanzioni finanziarie e altre ancora uno Stato membro dell’UE per una Costituzione votata nel suo Parlamento.

La Commissione Europea ha dato all’Ungheria un mese di tempo per emendare la sua Costituzione. I burocrati di Bruxelles – che nessuno ha eletto – vogliono annullare le riforme approvate da una maggioranza travolgente in un Parlamento eletto con un voto popolare. Il partito Jobbik già prepara un referendum popolare per uscire dall’UE.

In America latina ci sono stati episodi recenti che hanno a che fare con l’indipendenza delle banche centrali. Due anni fa l’Argentina voleva usare le sue riserve per pagare il debito, ma il presidente della Banca Centrale, Martin Redrado, preferì pagare gli interessi alle banche creditrici. Alla fine, nonostante l’appoggio internazionale, dovette rinunciare.

Questi fatti obbligano a ricordare la storia delle banche centrali e della loro funzione. L’emissione del denaro è una prerogativa dello Stato, che si fa secondo le necessità del paese. Parallelamente c’è stata l’attività dei cambiavalute, dai mercanti di shekel per il culto a Gerusalemme (moneta utilizzata dagli ebrei per pagare i sacrifici pubblici, ndt) fino ai banchieri italiani del Medioevo. Questi ultimi diedero alla banca privata la sua prima forma: custodire il denaro altrui ed emettere certificati di un valore riconosciuto, che circolavano a livello internazionale dietro la riscossione di una commissione.

Nel 1694 i due ruoli si fusero con la creazione della Banca d’Inghilterra. Fu una società privata, con azionisti segreti, che utilizzò in grande scala la riserva frazionaria, ossia emettere certificati di credito su un denaro che non si ha e incassare interessi su questi prestiti. È il modello della Federal Reserve degli Stati Uniti, un gruppo di banche private finanzia il governo statunitense con denaro inventato in cambio di Buoni del Tesoro che pagano interessi.

Guadagnare denaro con l’emissione non ha senso: si crea molto denaro per fare bolle e si vende; si ritira denaro perché si abbassino i prezzi e si compra. È il meccanismo attuale della finanza internazionale. I banchieri lucrano con il debito pubblico e la speculazione, a spese della gente.

Il debito pubblico dell’Eurozona, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (al 2011) vale già 32 trilioni, la metà del Prodotto Mondiale (65 trilioni) e la causa è un aumento repentino provocato dal salvataggio delle banche private, rovinate nelle loro speculazioni, con denaro pubblico.

La causa non è la spesa sociale o il welfare europeo, come sostengono alcuni interessati a demolirlo per precarizzare ancora di più il lavoro e aumentare i profitti con salari bassi. La frode finanziaria continua con l’inflazione di attivi in bolle speculative per migliorare i bilanci. Il traffico con i famosi derivati non diminuisce anzi aumenta: da 601 miliardi nel 2010 a 707 miliardi nel 2011, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. È facile pronosticare che il 2012 vedrà crescere l’indignazione insieme agli indegni.

* Umberto Mazzei è Professore di Scienze Politiche dell’Università di Firenze e direttore dell’Istituto di Relazioni Economiche Internazionali a Ginevra.

traduzione: comedonchisciotte

Romania – Una democrazia con le virgolette

proteste in Romania

di Clara Mitola – Est Journal Prosegue la rivolta della dignità.

da Bucarest – “Senza Violenza”. È uno dei cartelli che, tra gli altri, affollano da quasi una settimana Piața Universității (Piazza delle Università), una piazza centrale, assolutamente simbolica per Bucarest e l’intera Romania. Simbolica nella storia recente, quella della Rivoluzione del 1989, della libertà riconquistata insieme alla dignità e alla modernità.
Il punto è che da queste parti, c’è ancora bisogno di chiedersi cosa s’intenda precisamente per libertà visto che nella Romania contemporanea, ad essere davvero liberi sono ben pochi. Qui la libertà, pare la facciano i soldi.E i soldi qui significano soprattutto ricatto sociale, mancanza di soldi.
Nulla di nuovo in realtà, soprattutto per un paese ex comunista, per una società che non ha avuto il tempo di abituarsi al benessere, travolgente, nei flussi concreti di denaro che porta con sé. Flussi deviati, in modo evidente, indirizzati nelle tasche del singolo prima che nelle casse dello Stato, dove davvero necessari per far fronte a questioni come pensioni e stipendi indecenti e insufficienti a vivere (non si parla solo di dignità, ma di sopravvivenza, di stipendi e pensioni tagliati del 25%), infrastrutture necessarie (come sarebbero strade asfaltate ovunque, illuminazione stradale che illumini davvero), il randagismo animale e umano, tra gli altri, di anziani e bambini, educazione, sanità.

Specifico: il punto di vista è quello di una semplice osservatrice, trapiantata a Bucarest da quasi due anni e che non s’intende specialmente di economia o alta finanza. D’altra parte basta unire i puntini di ciò che si legge sui giornali, che si vede per strada, che si ascolta uscir di bocca alla gente.
Basta andare in Piața Universității e il quadro è completo.

Indignati. Questa sembra sia la definizione più immediata, la più significativa per parlare di un popolo che probabilmente solo ora inizia davvero a fare i conti con la Rivoluzione del 1989, con i 23 anni di “transizione” che l’ha condotto fin qui, dentro una “democrazia” che non può ancora fare a meno delle virgolette.

La gente scende in strada e presidia la piazza. Perché?
Tutto è cominciato con una proposta di legge in materia sanitaria, una privatizzazione di tale materia, vale a dire l’ennesima porta sbattuta in faccia ai cittadini, a cui si impedisce la normalità della vita quotidiana dentro una società civile, la possibile normalità.

Chi sono gli uomini della Piazza? Studenti, pensionati, docenti, impiegati pubblici, ricercatori, operai, impiegati privati generici. Faremmo prima a dire quasi tutti? Forse sì, in ogni caso, l’elenco è lungo, le categorie diversificate e, al di là della sanità, tantissimi ed evidenti i problemi.

Il secondo giorno di presidio, domenica 15 gennaio, c’è stata una vera e propria guerriglia urbana, con eccessi di violenza da entrambe le parti: polizia (in forza è dir poco) da una parte e dall’altra un gruppo di persone staccate dalla maggioranza dei manifestanti. Si trattava, a quanto pare, di ultras armati di pietre e bottiglie molotov. Il punto, naturalmente, è stata la reazione della polizia: caricare tutti, picchiare tutti, impedire ai pacifici in stato di fermo di mostrare i propri documenti, così da poterli schedare una volta in centrale (numersissime le testimonianza). Da lì, è facile immaginare in che modo sia montata l’indignazione, l’impegno e la consapevolezza della gente nei giorni successivi.

In ogni caso, mentre cercavo di capire i perché e i come dell’occupazione di Piața Universității, mi è capitato leggere un articolo in forma di manifesto programmatico e sintetico, scritto da un manifestante, un ultras per l’appunto.
Lo ripropongo in traduzione, parzialmente, così da fare un po’ di chiarezza sulla dinamica degli eventi a Bucarest e, più in generale, su quello che più largamente la gente vuole rivendicare.

Yulia Timoshenko: "Si dice che non esistono atei nelle trincee."

Yulia Timoshenko

Segnalatomi da un amico, ripropongo, perchè sono parole profondamente vere:

Yulia  Timoshenko: “Si dice che non esistono atei nelle trincee. Dopo il mio processo-spettacolo, e quattro mesi e mezzo in cella, ho scoperto che gli atei non esistono nemmeno in prigione.
Quando, nonostante un dolore insopportabile, venite interrogati per decine di ore, senza intervallo, e quando l’intero sistema coercitivo di un regime autoritario cerca di screditarti e annientarti una volta per tutte, la preghiera resta l’unica conversazione rassicurante, intima e confidenziale che uno può avere. Scopri che Dio è il tuo unico amico, e l’unica famiglia che ti rimane. Non ti permettono nemmeno la visita di un prete di fiducia, e non resta nessun altro a cui confidare paure e speranze. ”

tutto l’articolo: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/435884/

Il riconoscimento del genocidio armeno non è un atto di inimicizia nei confronti della Turchia

Il riconoscimento del genocidio armeno, quindi, non è un atto di inimicizia nei confronti della Turchia, anzi è un segno di amicizia nei suoi confronti, poiché il vero amico non è chi accondiscende anche alle malefatte del proprio amico, ma colui che, criticandolo per i suoi errori, lo induce a correggerli. Il riconoscimento del genocidio armeno è quindi uno stimolo, un aiuto rivolto alla classe dirigente della Turchia ed alla popolazione di quel paese affinché si liberi di una pesante eredità negativa del passato la quale, fino a che non verrà rimossa, costituirà un ostacolo ad un pieno sviluppo della democrazia e delle libertà civili in quel paese. (voce armena web site)

Gli Armeni sono gli abitanti autoctoni dell’Armenia e la loro presenza su quel territorio è documentata da testimonianze risalenti a più di 2500 anni fa. Fino all’inizio del ventesimo secolo essi hanno abitato un vasto territorio che, estendendosi ben oltre i confini dell’attuale Repubblica Armena ex sovietica, ingloba il lembo nord-occidentale dell’Iran, tutta la parte orientale della Turchia, le regioni occidentali dell’ Azerbaigian ed una parte nel sud della Georgia.

Su questo territorio gli Armeni già più di duemila anni fa hanno costituito un proprio stato unitario che nel corso dei secoli ha perso e più volte riconquistato la propria indipendenza, subendo a più riprese invasioni e dominazioni straniere.

All’inizio del 4° secolo l’Armenia si convertì al Cristianesimo divenendo così il primo stato ad accettare la fede cristiana come religione di stato.

La dominazione straniera più lunga e nefasta per l’Armenia è stata quella dei Turchi che vi penetrarono per la prima volta circa nove secoli fa e pian piano la soggiogarono instaurando un regime di pulizia etnica ante litteram, con soprusi, vessazioni, conversioni forzate all’Islam, periodici pogrom e ricorrenti massacri.

Verso la fine del diciannovesimo secolo le persecuzioni contro gli Armeni da parte dei Turchi aumentarono in intensità ed in ferocia, raggiungendo il loro culmine sotto il regno del sultano Abdul Hamid 2° che, alle richieste degli Armeni di ottenere riforme volte a tutelare le loro vite, le loro persone ed i loro beni, rispose con dei massacri di massa nel corso dei quali, dal 1895 al 1897, furono trucidati 300.000 Armeni.
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il primo ministro del Kosovo indagato per traffico di organi umani, armi e droga.

La notizia è riportata sul “Guardian” e ho visto un documentario RAI già qualche anno fà che parlava diffusamente del traffico di droga che passa per il Kosovo.

Ma noi siamo concentrati a seguire il traffico di  escort ad Arcore, pensiamo sempre che non ci tocca, non ci toccava neanche quando mentre i nostri bombardieri bombardavano in Serbia ed in Kosovo e noi eravamo sulle spiagge.

Ma naturalmente fatti come questo non trovano l’interesse dei Media.

Diceva il giornalista Ennio  Remondino (inviato RAI a Belgrado durante la guerra nella Ex Yugoslavia) «da ragazzo immaginavo il giornalismo come uno strumento per cambiare le cose. Oggi la vedo dura. Con la vecchiaia è arrivata la disillusione. Il giornalismo ufficiale è fragile, deve essere fiancheggiato da media meno controllati, dai movimenti, dal volontariato»

E tempo che non sentiamo parlare del Kosovo, ricordiamo che Il 24 marzo 1999 scoppiò la guerra contro la Serbia per la repressione messa in atto in Kosovo che voleva diventare indipendente (era autonomo dal 1974 ma fù fatta oggetto di una vioenta repressione che causò da 5000 a 10.000 morti a causa della “pulizia etnica” da parte del dittatore serbo Milosevich ). La Nato intervenne massicciamente ed il Kosovo ebbe la propria indipendenza il 17 febbraio 2008 proclamata unilateralmente.

Ho citato Remondino perchè fece un documentario che diceva già qualche anno fà quello che succedeva in Kosovo, ma si mettono sù apparati mastodontici per scoprire il meschino “dejavù”  mentre  per i crimini non ci si sente mai coinvolti, almeno se non avvengono nel pianerottolo di casa…

come sempre ci dimentichiamo dei paesi in cui abbiamo mandato i nostri soldati, una volta che ci siamo ritirati… tanto lo scopo è raggiunto: quello di avere un paese  “amico”, o far parte del consesso dei potenti e avere il massimo risultato. Forse è inevitabile, altrimenti ci fanno fuori come l’Islanda …che era considerata una dei paesi più ricchi al mondo…quello che governa la nostra Europa è l’euro ed è una spregiudicatezza a vari livelli, ma per cui la vita umana è sacrificabile…  ..ma sarebbe un discorso lungo..non si imparano le lezioni o è stato deciso che è il male “minore”?

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