vietato parlare

In tempi di menzogna universale, dire la verità è già un atto rivoluzionario (Georges Orwell) – vietatoparlare blog web site

Soros scommette sull’euro

Fonte: http://www.publico.es/dinero/430009/george-soros-si-tuviera-que-invertir-apostaria-contra-el-euro

L’investitore miliardario statunitense George Soros ritiene che un periodo di grande difficoltà attende l’Europa, anche se sopravviverà alla crisi.
L’investitore miliardario statunitense George Soros ha detto che “Se dovesse investire, scommetterebbe contro l’euro” e ritiene che anche se la moneta unica sopravvivesse alla crisi, per l’Europa si prospetta un periodo di grande difficoltà.
In un’intervista a Le Monde, Soros assicura oggi che “la crisi dell’euro minaccia di distruggere l’Unione Europea e i leader del vecchio continente stanno portando l’Europa alla rovina”, in linea con quanto affermato nel suo ultimo libro, Il caos finanziario globale.
Soros, che ha accumulato parte della sua fortuna, dopo aver rovesciato la sterlina britannica nel 1992, scommettendo contro la valuta britannica circa 10.000 milioni di euro, sottolinea che, sebbene in pensione, “se dovesse investire” scommetterebbe contro la moneta unica europea. Per il finanziario, “l’introduzione dell’euro, invece di creare la convergenza ha portato a differenze”.
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Il fallimento della teoria liberista

Il capitalismo è sempre in crisi, è nella sua natura crescere attraverso crisi, ma quando una crisi è profonda le conseguenze non solo economiche, ma sociali e politiche, sono evidentemente gravissime.
Negli ultimi 15 anni i salari hanno perso, a favore dei profitti, circa 15 punti. Il grosso della domanda è la domanda per consumi da parte dei lavoratori. Se i salari sono bassi, la domanda dei lavoratori è ovviamente bassa e allora tutti i prodotti che vengono prodotti non riescono a essere venduti.
Se i produttori, i capitalisti, non riescono a vendere, non riescono a realizzare i loro profitti, allora cosa fanno? Tra le tante cose che possono fare, possono spostare la loro attività dalla produzione di merci alla speculazione finanziaria; questa è una delle tante cose che è successa negli ultimi anni e che ha portato all’esito attuale. Le cause vere di questa crisi sono lontane, a volerlo vedere in una prospettiva storica, in realtà queste radici risalgono agli anni 70.

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Il BRICS sfida l’ordine mondiale

fonte:  Strategic Culture Foundation,      di Melkulangara Bhadrakumar

La vista dei BRICS è stato un pugno nell’occhio per i paesi sviluppati sin dal principio. Il senso di irritabilità sta ora sta cedendo il passo ad un’inquietudine che rasenta l’ostilità. C’è la pressante necessità che il BRICS acquisisca una fissa dimora e un nome. È vero, dal vertice di New Delhi non è emerso nulla di clamoroso. Tuttavia, ci sono nuove avvisaglie che annunciano una potenziale impennata del BRICS. E ciò causa inquietudine al mondo sviluppato.

In breve, come ricorda la Dichiarazione di Delhi dei paesi BRICS, esso è una “piattaforma per il dialogo e la cooperazione tra i paesi che rappresentano il 43% della popolazione mondiale”. Il che già è dire molto. Non c’è nulla di simile al BRICS oggi nel mondo sviluppato. Il G7 è diventato una reliquia della storia. Il panorama atlantico è cupo, con Europa e Stati Uniti che lottano con le rispettive crisi economiche, abbandonando la pretesa di essere i campioni del mondo. La Dichiarazione di Delhi fa un palese tentativo di conseguire una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti e in via di sviluppo presso le istituzioni della governance globale. Questa non è una vacua rivendicazione. Perché il BRICS ha anche una speciale esperienza da condividere – essendosi “rapidamente ripreso dalla crisi globale”. L’Occidente non aveva mai sentito nulla di simile prima. Non si tratta del Sud del mondo che reclama per avere “di più”. Questa è un’aperta richiesta di “condivisione del potere”.
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Un avvocato di Cagliari ha denunciato Napolitano e Monti

fonte: brucialanotizia

La notizia è di quelle che fanno saltare sulla sedia.

Un avvocato di Cagliari, Paola Musu, ha sporto formale denuncia nei confronti di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, tutti i ministri e tutti i membri del parlamento.

I reati ravvisabili, come si legge nel documento protocollato e presentato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Cagliari, sono:

- attentato contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato;

- associazioni sovversive;

- attentato contro la Costituzione dello Stato;

- usurpazione di potere politico;

- attentato contro gli organi costituzionali;

- attentato contro i diritti politici del cittadino;

- cospirazione politica mediante accordo;

- cospirazione politica mediante associazione;

La denuncia è scattata a seguito delle vicende degli ultimi mesi, conseguenza della crisi economica e del diktat della Bce che hanno “suggerito” al Presidente della Repubblica la formazione di un nuovo governo, cosidetto “tecnico”, a guida di Mario Monti. Un governo non legittimato dal voto popolare. Di ciò si è molto discusso, ma nessuno finora si era spinto così in là da sporgere una denuncia formale impugnando la Costituzione e il Codice Penale.

La prima violazione, secondo l’avvocato Paola Musu, sarebbe all’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

La denuncia continua: “Contenuto essenziale della sovranità di un popolo è dato dalla propria sovranità in materia di politica monetaria, economica e fiscale: è con essa, ed attraverso i suoi strumenti, che un popolo determina le sue sorti. Svuotare un popolo e la sua sovranità di quello specifico contenuto significa, e comporta, privarlo della sovranità stessa, in quanto lo si priva dalla facoltà e dal potere di determinare il proprio destino ed il proprio stesso “essere”, compromettendone la sua stessa esistenza”.

La sovranità monetaria oggi non appartiene più al popolo italiano, ma effettivamente alla Banca Centrale Europea che ha dettato, negli ultimi mesi, le politiche economiche del Governo Monti.

(A lato), il testo integrale della denuncia di Paola Musu, che finora ha trovato il sostegno del giornalista Paolo Barnard tra i principali divulgatori della Modern Money Teory e impegnato contro quello che non esita a definire un Golpe Finanziario.

 

Alle radici della crisi, seguendo i derivati

Fonte: brucialanotizia di Gaetano Colonna

Il prolungarsi della crisi economico-finanziaria fa affiorare molte informazioni su cosa è realmente successo a nostra insaputa negli ultimi venti anni di globalizzazione finanziaria. Siamo quindi molto vicini alla verità ed il fatto positivo è che ci stiamo avvicinando ad essa facendo a meno di quegli “esperti” economisti che, come di recente ha denunciato efficacemente Le Monde Diplomatique, sono molto spesso a libro paga proprio di quei centri della speculazione sui quali vengono loro richiesti pareri obiettivi (1).

Questa verità fattuale è essenziale per il futuro: infatti, chiunque pensasse di poter cambiare le cose senza conoscerle, si troverebbe immediatamente a servire gli stessi master of the universe, i padroni dell’universo, di cui abbiamo spesso parlato.

Come nel caso dei mutui subprime americani, abbiamo pensato di seguire la pista degli ormai famosi “derivati”, vale a dire quei titoli finanziari il cui valore si basa e quindi “deriva” da un qualsiasi cosiddetto “sottostante”, che può essere qualsiasi cosa abbia un valore: un bene materiale o una materia prima, un titolo finanziario, una valuta o persino un altro derivato.

Con quello che abbiamo trovato, possiamo porre alcune semplici ma fondamentali domande e cercare delle risposte.

Perché i politici non mettono fine alla speculazione dei “mercati” semplicemente vietando o regolamentando severamente i suoi principali strumenti?

L’agenzia di stampa specializzata americana Bloomberg lo scorso gennaio ha diffuso la notizia secondo cui la banca d’affari Morgan Stanley, uno dei “padroni dell’universo”, ha deciso di ridurre la propria esposizione in derivati basati su titoli di Stato italiani da 4,9 a 1,5 miliardi di dollari: 3,4 miliardi di dollari di nostri titoli non sono stati quindi collocati, con l’assenso del Tesoro italiano, che ha lasciato scadere questo contratto, pagando intorno ai 2,5 miliardi di euro (2).

Si è poi appreso che lo swap, vale a dire un derivato fuori dal mercato regolamentato, risale al 1994 e lasciava alla banca d’affari americana la facoltà di rescinderlo unilateralmente, una clausola che ovviamente poneva lo Stato italiano in una posizione di debolezza. Altro però non ci è stato detto sulle modalità e finalità di questa operazione. Giustamente Umberto Cherubini nel suo blog, si interroga sullo scopo di questa operazione: “Coprire il rischio di tasso? Coprire il rischio derivante dai cambi? Allungare le scadenze dei pagamenti di interesse? Vendere assicurazione a Morgan Stanley per fare cassa?” (3).

Non è dato saperlo, e così scopriamo che di queste operazioni sul nostro debito pubblico, vale a dire sul debito di tutti noi cittadini di questa Repubblica, i nostri organi di governo non hanno mai dato informazione ai più diretti interessati. E non basta, perché solo dopo alcune interrogazioni parlamentari, successive alla notizia dell’agenzia americana, il Tesoro è stato costretto a comunicare che il debito pubblico italiano è per ben 160 miliardi di euro costituito da strumenti “derivati”, quindi uguali o assimilabili a quello da cui Morgan Stanley ha voluto sfilarsi nelle scorse settimane.

Tutte le maggiori banche d’affari sono attive in questo tipo di operazioni sull’Italia: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JP Morgan.

Lavorando sulle informazioni di stampa, troviamo anche che, oltre al livello centrale, ben 664 enti pubblici, tra cui 18 regioni, 42 province, 45 capoluoghi e 559 comuni avrebbero in pancia “derivati” per oltre 35 miliardi di euro, circa 1/3 del debito complessivo accumulato dagli enti locali ai dati 2009. Le perdite conseguenti all’adozione di questi strumenti finanziari per i soli enti pubblici appena ricordati potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l’Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60% del costo delle pesantissime manovre cui gli Italiani sono stati sottoposti nel 2011 (4).

Per la banca d’affari le cose sono andate diversamente: “Morgan Stanley – riferisce sempre Bloomberg, ha guadagnato 600 milioni di dollari nel terzo trimestre [2011] in conseguenza dello scioglimento dei contratti con l’Italia. Il guadagno è dovuto all’annullamento dei costi sostenuti in precedenza nel corso dell’anno a causa del rischio che il Paese non pagasse l’intero importo del debito, ha dichiarato il 19 gennaio in un’intervista Ruth Porat, direttore finanziario”.

Si comprende a questo punto benissimo perché la cosiddetta politica non è in grado di mettere al bando questi strumenti finanziari dall’effetto devastante sull’economia reale: semplicemente perché le classi politiche europee attuali sono “garanti” delle migliaia di contratti di questo tipo che, almeno a partire dagli anni Novanta, sono stati stipulati con i “padroni dell’universo”.

Le politiche di rigore nei confronti dei cittadini sono proprio ciò che, dopo avere evitato loro le perdite dovute alle speculazioni sui subprime, consente ancora lauti guadagni alle grandi banche d’affari.
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dal 1° di maggio vietati ritirare stipendi e pensioni contanti per cifre superiori a 1000 euro

un ulteriore favore alle banche, perchè obbligo di accredito vuol dire OBBLIGO DI COMMISSIONI BANCARIE (l’Italia è al 1° posto come esosità delle commissioni bancarie).

Male necessario per evitare l’evasione e far sommergere il nero? Giudicate voi se è esattamente così, questa è la classifica delle evasioni:

1) Le attività criminali sottraggono al fisco 78,2 miliardi di euro l’anno.

2) Le grandi aziende evadono tasse per 38 miliardi di euro l’anno.

3) il lavoro nero evadono tasse per 34,3 miliardi di euro l’anno.

4) SPA E SRL evadono tasse per 22,4 miliardi di euro l’anno.

5) autonomi e piccole imprese evadono tasse per 8,2 miliardi di euro l’anno.

al di là dei benefici della innovazione non si può non notare che alla fine il risultato è un altro regalo alle banche.
Si sarebbero dovute e potuto almeno eliminare le commissioni bancarie per stipendi al di sotto di un certo importo, invece no.
La parola d’ordine è indebitare il popolo e gravare ancora sulle famiglie.

Le Banche dichiarano guerra al denaro contante: cerchiamo di capirne di più

di Massimo Costa*
*(docente di Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli Studi di Palermo)

Leggo su La Repubblica del 20 giugno scorso un bell’articolo sul No Cash Day: un’iniziativa promozionale nella quale tutti gli aderenti cercano di usare, almeno per un giorno, strumenti di pagamento elettronico (carte di credito, di debito, bancomat) e di non usare il portafoglio con banconote e monetine.
L’articolo, giustamente, evidenzia tutti i limiti del buon vecchio denaro circolante. In sintesi:
- è costoso, anche se nessuno parla del costo della tenuta dei conti correnti bancari;
- è poco pratico,
- è a rischio di essere smarrito o derubato;
- è sporco (non nel senso morale, ma perché sarebbe portatore di terribili batteri, di cocaina, etc…);
- favorisce l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco (questa volta nel senso morale);
- e soprattutto è antiquato.

Non ci credete? Basta vedere che l’Italia, tipicamente antiquata, si ostina ad usare il contante, mentre nella civilissima Svezia lo usano solo per il 5 % delle transazioni, in pratica le vecchine e i malfattori (ma come? Nella civilissima Svezia non si sono ancora liberati dei malfattori?). E, poi, ovviamente, il massimo uso di contante si registra nel disgraziato Sud e nelle Isole, terre abitate da popoli notoriamente incivili, retroguardie per definizione della magnifica e progressiva civiltà europea.
E quindi,… via monete e banconote! Ai lavavetri al semaforo chiederemo se hanno un POS per donare con il bancomat qualche decina di centesimi. Devo anche spiegarlo all’ambulante che viene sotto casa e dal quale regolarmente mi approvvigiono per la frutta di famiglia, ma vedrete che capirà, soprattutto quando gli avrò girato tutte le motivazioni di cui sopra.
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Mai così ricchi: la finanza scommette sulla nostra rovina

Quello che il mondo chiama “crisi”, per loro è il paradiso: “loro” sono quelli che moltiplicano favolosi profitti, proprio mentre noi stiamo affondando. Mai come oggi la casta finanziaria del pianeta ha realizzato guadagni stellari, puntualmente sorretta dalla Federal Reserve che negli Stati Uniti ha pompato dollari nei serbatoi di Wall Street salvando dalla bancarotta tecnica la contabilità speculativa delle super-lobby. Peggio ancora in Europa, dove i tecnocrati di Bruxelles – non eletti da nessuno e nominati di fatto dalle grandi corporation – impongono il rigore a tutto il continente, per proteggere i privilegi della finanza. Che intanto galoppa indisturbata tra oceani di miliardi di carta, frutto della speculazione: oggi l’economia virtuale delle banche d’affari vale 14 volte più dell’economia reale, quella che produce beni e servizi.

Cifre da capogiro, ricordate in estrema sintesi da Paolo Pagliaro a “Otto e mezzo”, la trasmissione condotta su “La7” da Lilli Gruber. Nel mondo, tra il Warren Buffett2003 e il 2010, l’economia reale è cresciuta del 73% e ora vale circa 64.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo. Nello stesso periodo, l’economia finanziaria – la cosiddetta “economia di carta” – è cresciuta quasi del triplo: e oggi vale 860.000 miliardi di dollari. Numeri impressionanti: 14 volte il Pil del pianeta, cioè la somma delle merci comprate e vendute. «Il valore dell’import-export mondiale è di 15.000 miliardi di dollari l’anno – ricorda Pagliaro – mentre il solo commercio delle valute con finalità speculative movimenta la stessa quantità di denaro in quattro giorni». Incredibile, no? In meno di cento ore, i “trafficanti” di valuta spostano 15 trilioni di dollari, cioè il valore complessivo delle merci che tutti i paesi del mondo vendono e acquistano in un anno intero.

«Nell’economia di carta – osserva Pagliaro – la parte del leone la fanno i “derivati”, che vengono scambiati per lo più su mercati non regolamentati». Tra gli strumenti a disposizione, aggiunge il collaboratore della Gruber, ce ne sono alcuni che permettono di guadagnare «scommettendo contro l’economia reale», cioè «speculando sui fallimenti di un paese o di un’azienda», e addirittura, in alcuni casi, «contribuendo a farli fallire». Il baratro in cui è stata precipitata la Grecia? Una tragedia per i greci, naturalmente – ma non per chi ha accumulato enormi fortune “scommettendo” sulla catastrofe. «Queste “scommesse del malaugurio” – precisa il giornalista – valgono da sole Mario Monti62.000 miliardi di dollari: quasi quanto il Pil mondiale». Non deve dunque stupire che, in piena crisi economica, a inizio 2009, la banca d’affari Goldman Sachs (per la quale Mario Monti è stato consigliere strategico per l’Europa) abbia prodotto utili «per quasi un miliardo e 800 milioni di dollari».

La sproporzione tra l’economia che produce beni e servizi e quella che si affida agli algoritmi del trading finanziario, aggiunge Pagliaro, è ormai tale da risultare indigesta anche al capitalisti più accorti: il plurimiliardario Warren Buffett, uno che protesta perché si sente poco tassato, ha definito i “derivati” «armi finanziarie di distruzione di massa», ma se n’è accorto «solo dopo aver perso due miliardi in una speculazione rivelatasi maldestra». Ora, dice Paolo Pagliarocon ironia l’analista di “Otto e mezzo”, «si attendono pentimenti più sinceri, ma soprattutto regole e controlli più stringenti».

Regole e controlli: da chi? In Italia ormai i banchieri sono direttamente al governo, con il placet del Quirinale: Corrado Passera fa il ministro, Mario Monti addirittura il premier. Suo figlio Giovanni ha lavorato alla Morgan Stanley, la super-banca americana a cui l’Italia regalò miliardi quando al Tesoro c’era Domenico Siniscalco, attuale dirigente italiano della Morgan, insieme a Mario Draghi, che oggi – attraverso la Bce – detta le nuove regole a un’Europa i cui membri non stampano più moneta ma sono costretti a farsi prestare l’euro a caro prezzo. Un sistema di potere oligarchico e neo-feudale, basato sui diktat della Commissione. Oscuri yes-men: di loro non sappiamo quasi niente, eppure sono onnipotenti. E non esitano a stracciare mezzo secolo di welfare, di pace e di diritti, pur di servire il loro padrone unico: il potere senza volto della finanza, pronto a speculare anche sulla nostra rovina.

Portogallo, “la politica di austerità non porta a niente”

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fonte East Journal di Matteo Zola

 

Mário Soares, classe 1924, due volte primo ministro del Portogallo (dal 1976 al 1978 e dal 1983 al 1985). Presidente della Repubblica per due mandati, dal 1986 al 1996. Un uomo importante per il suo Paese, oppositore del leader fascista Antonio Salazar, da questo carcerato ed esiliato. La sua attività di opposizione lo porterà a diventare, dall’esilio, il leader del partito socialista portoghese. Nel 1974 la dittatura di Salazar crollò sotto la spinta dell’esercito i cui esponenti progressisti organizzarono un colpo di Stato (la rivoluzione dei garofani) che portò il Paese alla democrazia. In quel difficile periodo di transizione Soares fu un protagonista indiscusso. Fino al 2004 è stato parlamentare europeo poi, da allora, si è ritirato dalla vita politica.

Il programma di approfondimento giornalistico della Rai, Presa diretta, lo ha intervistato in merito alla crisi europea. Una crisi che, dal punto di vista economico, sta duramente colpendo anche il Portogallo che pure ha fatto, e a tempo debito, tutto quanto richiesto da Fmi, Bce e direttorio franco-tedesco. E’ l’allievo buono del Fmi, come già lo fu l’Argentina, e ciò malgrado non solo l’economia portoghese è al collasso (e con essa quelle conquiste sociali che il Portogallo ottenne dal 1974: istruzione gratuita, sanità pubblica, diritti dei lavoratori) ma il debito pubblico è in crescita. Segno che le misure del Fmi internazionali sono, se non sbagliate, insufficienti?

“Io penso che la politica d’austerità che si sta facendo dappertutto in Europa è una politica che non porta a niente perché è una politica di grande violenza contro le persone più povere, quelle che non hanno un lavoro. Questa austerità produce solo recessione economica e disoccupazione in tutti i Paesi: in Grecia, Irlanda, Spagna e Italia. Presto, vedrete, toccherà alla Francia. Qui stiamo arrivando al punto che milioni di persone in Europa fanno fatica a trovare da magiare. Non hanno i soldi per mangiare!

Quello che sta succedendo non è solo un problema del Portogallo o della Grecia. La crisi ci riguarda tutti e ne usciamo solo se passa il principio fondamentale che l’Unione Europea si basa sulla solidarietà tra paesi ricchi e paesi poveri, il progetto europeo è prima di tutto un progetto di pace. Un progetto di democrazia. Un progetto di benessere sociale. Se noi perdiamo la solidarietà è la pace stessa a essere messa in gioco. Per questo considero molto pericolosa la politica della signora Merkel. Molto pericolosa. Soprattutto per la Germania. Perché i popoli europei non dimenticheranno la situazione. La Germania si è anche dimenticata che la Grecia, il Portogallo, e gli europei tutti hanno pagato per la riunificazione tedesca. Hanno aiutato la Germania che ora non vuole aiutare i popoli europei.

La Germania è stata responsabile di due guerre mondiali, e ora si vuole che si vada verso un’altra guerra mondiale? Ma l’Unione Europea nasce per fare l’opposto, per costruire la pace. Bisogna prendere non delle misure che facciano solo bene ai mercati. Quello che interessa a me sono le persone, non i mercati. A rischio c’è la stessa Unione Europea.”

La crisi del debito?

Economie che vanno  creando non più la moneta dal lavoro, ma dal nulla.

E’ una colossale truffa dei poteri forti, dei poteri che contano e per pertuarla si sono dati sè stessi le loro istituzioni.

Hanno occupato una nostra assenza. Altrimenti non potevano farlo, hanno cavalcato i nostri desideri, i desideri del mondo.

Ed è nato il mostro.

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