Bene la risoluzione USA contro ISIS ma i vantaggi per i perseguitati sono pari a zero.

La settimana scorsa vi abbiamo mostrato un documento della DIA del 2012 che rivela che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva previsto la creazione di un “Principato Salafita” che occupasse parte della Siria e dell’Iraq (esattamente dove ora si trova l’ISIS), e che ne avrebbe favorito la formazione. Alla luce di evidenze di questo tipo, la risoluzione di condanna contro ISIS del Congresso americano giunge inaspettata.

di Ricci Patrizio (articolo pubblicato su LPL News 24)

Oltre la condanna americana, anche il Parlamento Europeo alla fine di gennaio ha aprovato una proposta di risoluzione simile; si chiama ‘ Sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’ISIS’ (vedi qui e qui ). A questo punto, c’è unanimità tra Onu, USA ed Europa che in Siria ed in Iraq è in corso un genocidio dei cristiani e di altre minoranze. Dovremmo esserne soddisfatti, tuttavia questi documenti stridono con la realtà dei fatti che è contraddittoria.

I testi approvati focalizzano l’attenzione unicamente su ISIS come se le persecuzioni non fossero state compiute anche da altre formazioni armate. Bruxelles e Washingron citano tutte le componenti etniche la popolazione siriana ed irachena, (nella dichiarazione europea si cita anche i sunniti) come vittime del Califfato. Può essere vero, però si omette di denunciare un dato importante: le persecuzioni non sono partite con l’avvento del Califfato ma da molto prima. I cristiani sfuggiti da ISIS presenti nella piana di Ninive erano già sfuggiti alle persecuzioni iniziate subito dopo l’invasione americana in Iraq. I cristiani e altre minoranze religiose, non sono stati perseguitati solo da ISIS ma anche da al Nusra (l’affiliata siriana di al Qaeda) e da altre formazioni armate (anche appartenti al Free Syrian Army), appoggiati e finanziati direttamente da USA e paesi membri dell’Unione Europea. Per citarne alcuni, ricordiamo i massacri di cristiani compiuti nei villaggi siriani di Maloula , Sadad e Kassab .

Se è indubbio che c’è da compiacersi per la condanna della persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze in Iraq ed in Siria, è anche vero che ciò non può esimerci dal sottolineare che quella deriva, è stata aiutata dalla irresponsabilità di chi denuncia. Il comportamento occidentale nei confronti di ISIS è stato per lungo tempo quantomeno ambiguo e contraddittorio. Come abbiamo visto, la coalizione a guida USA ha rinunciato ad attaccare ISIS se l’azione militare poteva indirettamente avvantaggiare Assad o il governo Maliki (quest’ultimo colpevole di essere poco incline ad un governo inclusivo nel senso auspicato da Washington e pericolosamente sbilanciato verso l’Iran). Quindi la coalizione ‘ha guardato altrove’, almeno fino all’intervento russo.

Il risultato di questa inazione è stato che enormi quantità di armi ed importanti città irachene sono cadute in mano ad ISIS con tutte le conseguenze che ne sono derivate, comprese le stragi e le persecuzioni che oggi si denunciano. Questo atteggiamento si è notato con particolare evidenza nel caso della conquista da parte di Daesh della città di Ramadi in Iraq e di Palmyra in Siria: in ambedue i casi, la coalizione non è intervenuta quando l’organizzazione terroristica di al Baghdadi era in procinto di conquistare questi importanti centri strategici situati in mezzo al deserto.

Un breve cenno di cosa è accaduto a Ramadi (e analogalmente a Palmyra) ci aiuterà a capire gli avvenimenti odierni: il 17 maggio 2015, i militanti dello stato islamico conquistarono la città chiave irachena di Ramadi. Ramadi è la capitale della provincia di al Anbar, la sua popolazione di circa 800.000 abitanti, è seconda solo a Mosul tra le città controllate da IS. La battaglia per Ramadi è durata mesi, è andata avanti dall’inverno del 2014. Durante questo periodo i rifornimenti ai jadisti del Califfato passavano nel deserto ma nonostante la facilità di acquisire e distruggere gli obiettivi, i mezzi dell’ ISIS non sono stati quasi mai attaccati.
In quel periodo le missioni aeree contro ISIS tra Siria ed Iraq non hanno superato le 15 al giorno (per fare un paragone i russi sono arrivati, da soli a compierne 200 in un solo giorno). Di quelle missioni generalmente solo 3 o 4 si traducevano in un attacco. Negli ultimi 3 giorni corrispondenti alla caduta di Ramadi gli attacchi aerei della coalizione formata da 60 nazioni sono stati di 19 missioni per un totale di 12 veicoli ISIS distrutti (fonte حيدر سومري IraqiSecurity – 19 maggio 2015). Risultato: a Ramadi la coalizione ha perso ripetutamente l’occasione di colpire gli enormi convogli che sfilavano nel deserto alla conquista delle città.

Per queste ragioni, le risoluzioni dei giorni scorsi (prima quella dell’Unione Europea, poi quella americana) restituiscono un pò di dignità alla verità e quindi alle vittime ma le evidenti contraddizioni non chiarite rischiano di non cambiare niente (vedi anche il giudizio espresso dal vescovo siro-cattolico mons. Hindo).
In particolare, l’Unione Europea non ha fatto mai nulla di concreto in tema di persecuzioni dei cristiani nel mondo. Nel 2013 non se l’è sentita neanche di indire una giornata europea di sensibilizzazione a favore dei cristiani, e l’ha bocciata. Tenuto conto che la UE promuove giornate per ogni cosa, anche per il gelato e per l’aquilone, viene da pensare: se le tante reiterate denunce non legittimano neanche l’assegnazione di una giornata di sensibilizzazione a tema, a cosa gioveranno? Amaramente, dall’esperienza di questi ultimi anni, la risposta più ovvia è che le condanne potranno essere usate dalle grandi potenze per avere ‘mani più libere’ contro ISIS. Questo però non vuol dire che gli oppressi presto vedranno salvaguardati i propri diritti ma che il dramma umano sarà usato ancora per giustificare ed utilizzare indiscriminatamente la forza militare come strumento di influenza e profitto.