Ma che antifascismo e fascismo d’Egitto…

Erano giorni che guardavo con disagio il clima che si sta creando in Italia. Per chiarire l’incongruenza di chi grida ‘al fascista’, basterebbe guardare le istituzioni che si professano ‘antifasciste’ e che oggi radunano ‘gli amici della Siria’ a Roma, nel silenzio generale.. oppure le scelte disastrose fatte in politica nazionale ed estera da chi si professa questo o quello. Insomma ciò che guida certi giudizi è un pensiero schizofrenico. E’ sotto gli occhi di tutti il vizio tutto italiano che la reazione della politica – messa sotto pressione – è gridare ‘allarmi’ per il ‘rigurgito del fascismo’ o per il pericolo del ‘populismo’; non affrontare le ragioni della esasperazione della gente fa comodo al potere. Di fatto, toccare questo tipo di argomento in Italia equivale a toccare nervi scoperti. Cerchiamo di essere uomini e non ‘anti’: a mio avviso solo se quando facciamo qualcosa  invece di ‘ ma che male c’è’ ci domandiamo  ‘che bene c’è’ possiamo sperare di migliorare le cose, secondo il  ciò  cui l’uomo aspira. Perché essere ‘anti’ non fa essere automaticamente migliori, mai. (Vietato Parlare) – aggiornato –

Moriremo tutti di anti-italianità

venerdì 21 luglio 2017

L’anti-italianità è il destino di questo Paese. Quell’essere “anti” senza costrutto e senza meta. Perciò, se l’erba del vicino è sempre più verde, allora solo una buona dose di diserbante della maldicenza può attentare al bene altrui e regalarci un pezzo di felicità. E così, avanti popolo diffamante.

La geografia italica è marchiata da una messa in mora senza appello dei propri connazionali, è il ritrattodi un’invidia sociale sempre latente e mai latitante, indirizzata inconsapevolmente e con indolenza nei confronti del proprio Paese. Questo italiota essere contro, si declina su più fronti: un genere molto diffuso è la generazione “anti-castista”, che si propaga nel terreno minato della globalità, con la sua nuova patria nella imperante nazionalità del web.

L’entità rabbiosa che abita Internet si professa casta senza mai essere stata totalmente pura, e si connota per sapersi trasformare in mestierante dell’opportunismo, se le convenienze lo consentono. A partire dalla politica che nasce come “vaffa” e diventa populismo senza popoli, solo il partito leggero e nebuloso dei “like” e con la costituzione del blog. Quello che vuole la condivisione dei post come metodo di governo. Si è tutti castisti, pronti a castrare le debolezze altrui, ma annullando gli egoismi propri. Altra categoria degli “anti” è la nutrita pattuglia dei professori dell’antimafia, un esercito di cultori della materia, veri e propri paladini del venticello dell’insinuazione, della metafora che diventa verità.

Tutti cerimonieri della prima fila commemorativa, pronti a raccogliere i frutti del linciaggio – non importa se il fatto sia vero o verosimile – qualcuno persino assurgendo a star televisiva. Mentre per i più ortodossi e integralisti, invece, si spalanca la lode con una cattedra universitaria, salvo scoprire che sono essi stessi mafiosi.

Narcisi pronti a specchiare i difetti altrui, ma distratti a vedere le ombre dei peccati nello stagno della propria ipocrisia, senza mai essere stati nella trincea del dolore e del tessuto sociale dove la teatralità mafiosa mette in scena i propri orrori. Tutti pronti ad arringare dal pulpito, ma pochissimi a sporcarsi le mani nella melma della propria coscienza. Ma la madre delle battaglie sventolata sulla bandiera dell’”anti” è quella sul fascismo. Mi è sempre sembrato imbarazzante essere fascisti, come lo era essere preti ortodossi del comunismo, commiserevole che “chiagni e fotte”.

Oggi, questo sentimento viene cavalcato scientemente da politici senza pudore, un antifascismo fuori tempo e fuori luogo, buono solo per spostare l’attenzione dalle problematiche più dolenti e urgenti per la società al presunto pericolo fascista, con i suoi minacciosi monumenti che hanno caratterizzato l’ultimo baluardo di modello architettonico e arte del nostro Paese. C’è una simmetria culturale tra il popolo del “vaffa” e la strumentalità dell’antifascismo d’accatto, bevono entrambe nella stessa acqua dell’immoralità intellettuale. Pronti a passare da “libro e moschetto” all’attuale in iPad e rossetto.

Come non condividere il pensiero di un pericolo e sedicente fascista: “Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo
un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso.Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, siinsinua e logora la società già moribonda” (Pierpaolo Pasolini ad Alberto Moravia, 1973).

La messa è servita.

di Domenico Schiavello

 

Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”.

stralcio di una lettera Pier Paolo Pasolini del 1973 in una lettera ad Alberto Moravia

(…)

“Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista -e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili…». E i fascisti dell’epoca? “Si tratta di una definizione puramente nominalistica e che porta fuori strada. È inutile e retorico fingere di attribuire responsabilità a questi giovani e al loro fascismo ,-nominale e artificiale. La cultura a cui essi appartengono è la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei».

“Scritti corsari”

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